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Europa, 20 aprile 2011 – Europa senza leadership

La tempesta che scuote l’Europa non è soltanto economica è soprattutto politica. Al banco di prova della crisi, l’Europa si è dimostrata divisa, spenta, incapace di fornire risposte comuni. Al punto da avere messo a repentaglio la stessa sopravvivenza della moneta unica. E ora che il vento dell’ultradestra agita perfino la Finlandia, le prospettive per un rilancio del processo d’integrazione sembrano allontanarsi. Eppure il nostro futuro dipenderà dalla capacità dell’Europa di agire davvero come Unione. «Solo così – ha ricordato, infatti, il Capo dello Stato – si potrà non solo superare l’attacco all’euro e una insidiosa crisi finanziaria nell’Eurozona, ma aprire una nuova prospettiva di sviluppo dell’economia e dell’occupazione nel nostro continente, ed evitare il rischio della sua irrilevanza o marginalità in un mondo globale che cresca lontano da noi».
L’Unione europea, oggi più che mai, ha bisogno di leadership e di scelte politiche coraggiose. La crisi dell’euro rende evidenti i termini della questione: o si abbandona la moneta unica o si va avanti.
La moneta unica, basata sulla cessione di sovranità in campo monetario, non potrà, infatti, reggere in eterno senza un’eguale concessione di sovranità fiscale e politica.
Senza contare che la nuova sfida dell’Ue è quella di impostare una nuova politica di sicurezza e cooperazione diretta verso Sud che, pur nella diversità degli strumenti, punti ad essere almeno altrettanto efficace di quella condotta con lo strumento dell’allargamento verso Est. Anche perché il debito, il deficit di bilancio e il costo dei programmi di protezione sociale, imporranno agli Usa un’agenda internazionale più modesta: per l’Europa è l’occasione a lungo attesa per accelerare il decollo della difesa comune.
Ma l’Unione europea ha bisogno di leadership e di scelte politiche coraggiose per molte ragioni. Bisogna superare l’affievolimento delle ragioni costitutive del processo di integrazione, una «debolezza ideologica» che nasce dalla difficoltà di individuare nuovi traguardi e orizzonti comuni. Occorre affrontare il distacco crescente fra i cittadini e le istituzioni politiche dell’Ue: un distacco reso evidente dal calo delle percentuali di partecipazione al voto per il Parlamento europeo e dal fatto che la Commissione è percepita dai cittadini come la più distante tra le istituzioni europee.
Bisogna rilanciare il dinamismo politico del sistema comunitario.
Oggi il sistema d’integrazione progressiva e funzionale sembra aver esaurito lo stimolo che aveva permesso i progressi dell’unificazione europea, col rischio che si sviluppi una forza centrifuga non solo fra gli Stati membri, ma al loro interno.
Inoltre, l’Unione europea ha bisogno di leadership e di scelte politiche coraggiose perché all’aumento delle competenze, ai progressi istituzionali degli ultimi decenni, non è corrisposto un aumento dei poteri di controllo e partecipazione democratica da parte dei cittadini europei.
Al contrario, è aumentata la distanza fra le istituzioni della Ue (che si sono rafforzate) e i cittadini europei: i processi politici prevalenti sono quelli nazionali (perché democraticamente più controllabili) mentre lo spazio europeo resta sfibrato, svigorito.
Di conseguenza, il processo di riforma istituzionale non ha un sufficiente sostegno da parte dell’opinione pubblica.
Per queste ragioni l’Unione europea ha bisogno di una leadership che sappia far valere il punto di vista europeo di fronte al riemergere di spinte intergovernative e nazionaliste; che possa trovare la sua fonte di legittimazione non solo nei governi nazionali e nel Consiglio, ma anche e soprattutto nel Parlamento e nella cittadinanza europea, e perciò sia portata ad esprimere costantemente un punto di vista originale ed autonomo, tramite il quale ridare slancio alla prospettiva europea; e che sia chiamata poi a rispondere delle posizioni assunte.
I tempi sono maturi per una scelta, quella di un presidente eletto direttamente e dunque legittimato dalla maggioranza degli elettori europei, caldeggiata dagli studiosi di questioni europee (rinvio a un documento dell’Istituto affari internazionali del marzo 2009) e che i cittadini europei, in vario modo, chiedono da tempo.
Una «semplificazione» che potrebbe evitare l’approfondirsi del divario tra poteri e competenze europee e l’interesse del cittadino, che vuole poterli controllare democraticamente.
L’elezione diretta del Presidente, può aiutare a rovesciare la sempre più evidente tendenza alla sfiducia dei cittadini nell’Unione europea e consentirebbe ai partiti politici europei di dotarsi di un portavoce del programma con il quale essi intendono presentarsi alle elezioni europee, rendendo così più semplice, per i cittadini europei, la scelta del partito politico da appoggiare; una scelta ancora oggi troppo spesso condizionata dagli interessi politici nazionali.
La Ue ha bisogno di un simbolo dell’unità d’Europa e di qualcuno che la rappresenti. E di fronte all’affievolimento delle ragioni costitutive del processo di integrazione, di fronte all’afasia delle famiglie politiche europee, è venuto il momento, come suggeriva Tommaso Padoa-Schioppa di «dare un volto alla democrazia europea».

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l’Unità, 21 aprile 2011 – Il nuovo sport nazionale: attaccare l’Europa

Hanno trovato il nemico contro cui aizzare l’opinione pubblica che tra qualche settimana dovrà votare a Milano, Napoli e in altre città italiane: l’Europa. Non è una novità. Che si tratti di economia o di immigrazione, da un pezzo la colpa è sempre dell’Europa. Ora ci si è messo pure Tremonti paventando la revisione dei trattati.

La destra di casa nostra ha scoperto che l’Unione è solo il contenitore di egoismi nazionali, ma questa è la loro Europa. Non ci hanno detto che le istituzioni comunitarie dovevano contare sempre meno e il volere degli stati sempre di più? Non bisognava opporsi al grande super-Stato europeo? E ora che il vento dell’ultradestra sconvolge l’Ungheria e «Veri finlandesi» lanciano lo slogan:«I finlandesi prima di tutto», scoprono che più l’interesse nazionale prevale su quello comune, più il nostro interesse nazionale soccombe a quello dei più forti?

L’Unione europea, oggi più che mai, ha bisogno di leadership e di scelte politiche coraggiose. Alla prova della crisi, l’Europa si è dimostrata divisa, incapace di fornire risposte comuni. Al punto da avere messo a repentaglio la stessa sopravvivenza della moneta unica. E con l’aria che tira, le prospettive per un rilancio del processo di integrazione sembrano allontanarsi. Ma il nostro futuro dipenderà dalla capacità dell’Europa di agire davvero come Unione. Perché l’Europa è semplicemente quello che i suoi stati vogliono o non vogliono che sia. Le posizioni della maggioranza di governo sono l’espressione di quello che Riccardo Perissich ha chiamato «il complesso di Calimero»: quel sistematico vittimismo che ha afflitto il nostro Paese in tutta la sua avventura europea. Non per caso, la difficoltà a gestire un’economia strutturalmente debole ha fatto riemergere tutti i nostalgici del vecchio statalismo e nuove correnti protezionistiche. Non per caso, l’Europa viene additata come lo strumento per privare il Paese del suo patrimonio e del controllo sulla sua economia. L’euroscetticismo di casa nostra è l’effetto della necessità pressante di colmare il divario tra l’adesione ideale all’integrazione europea e le scelte concrete di politica interna.  Insomma, la maggior parte dei nostri problemi sono interni e vengono da lontano: il declino del nostro sistema educativo e la stagnazione degli investimenti, tanto per fare un esempio, non nascono certo oggi. Ma la triste parabola del governo Berlusconi si è incaricata di chiarire se Berlusconi passerà alla storia per quello che ha fatto o per quello che non ha fatto. E poiché il governo non è in grado di guidare la modernizzazione di cui il Paese ha bisogno, di far sì cioè che il Paese diventi europeo anche nei fatti, conviene prendersela con l’Europa.

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qdRmagazine, 26 aprile 2011 – Il fardello degli Usa

Invocando la responsabilità delle autorità libiche di proteggere la loro popolazione, la risoluzione 1973 del Consiglio di Sicurezza ha ridato nuova vita al principio di «Responsability to Protect». Ma nel suo discorso a Washington, rilevando che «ci saranno momenti in cui la nostra sicurezza non sarà minacciata direttamente, ma lo saranno i nostri interessi e i nostri valori», Obama ha anche voluto sottolineare che «in questi casi, non dobbiamo aver paura di agire, ma il fardello dell’azione non deve essere solo dell’America». Il fatto è che l’era segnata da una politica estera americana espansiva sta finendo. Il debito e il deficit di bilancio, alimentato dal crollo finanziario e dal costo dei programmi di protezione sociale (come la nuova legislazione sanitaria) obbligheranno gli Usa ad un’agenda internazionale più modesta. Il che influenzerà il mondo intero poiché gli Usa hanno investito storicamente un ruolo globale senza precedenti, funzionando, di fatto, come una sorta di governo del mondo. Ciò significa che, in tempi di ristrettezze per la politica americana, il mondo avrà meno governo. Probabilmente, la scarsità aiuterà gli Stati Uniti a commettere qualche errore di meno (come l’espansione della Nato a Est e la disastrosa occupazione dell’Iraq), ma comporterà anche il venir meno di alcuni dei servizi internazionali forniti dagli Usa nei due decenni post-guerra fredda. Verosimilmente, non ci saranno ulteriori interventi militari che richiedano sforzi (costosi, protratti e frustranti) di state building come in Afghanistan e in Iraq, ma altrettanto probabilmente l’America non potrà più fornire un mercato così grande per le esportazioni di altri paesi. Agli Usa rimarranno in ogni caso oneri internazionali straordinari: assicurare la sicurezza in Europa e in Asia orientale; opporsi alla diffusione di armi nucleari; garantire un contesto geopolitico sicuro per il commercio internazionale, compreso l’accesso globale al petrolio. Il punto è che sono molti i paesi che beneficiano (enormemente) da queste politiche, ma non sono altrettanto numerosi i paesi che aiutano ad assicurarle. Da qui la necessità americana di condividere responsabilità e costi con gli alleati, a cominciare da quelli della Nato. Per l’Europa è l’occasione a lungo attesa per accelerare il decollo della difesa comune. Senza contare che oggi la nuova sfida dell’Ue è quella di impostare una nuova politica di sicurezza e cooperazione diretta verso Sud che, pur nella diversità degli strumenti, punti ad essere almeno altrettanto efficace di quella condotta con lo strumento dell’allargamento verso Est. Ma riuscirà a non dividersi?

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Il Foglio, 17 giugno 2011 – Se il Pd vince è grazie a una leadership con il partito intorno, non l’inverso

La leadership di Berlusconi sembra davvero prossima al tramonto.
Tuttavia, che l’uscita di scena di Berlusconi prepari la rivincita dell’anti-leaderismo e la riscossa postuma dei partiti rimane un’illusione.
Queste elezioni hanno dimostrato che agli elettori (più che ai partiti) interessano i candidati e che delle alleanze non gliene importa nulla. Infatti, c’è chi ha evidenziato la «ritrovata indipendenza della valutazione personale». «Ha vinto – ha scritto Renato Mannheimer – soprattutto la rinnovata capacità di molti elettori di scegliere autonomamente, sulla base della propria valutazione della figura dei candidati, al di là (o talvolta contro) l’appartenenza o la simpatia di partito». Secondo l’Istituto Cattaneo la quota di elettori che ha votato il solo candidato sindaco è stata del 9,1 per cento, nelle città capoluogo di regione il peso del voto personalizzato è stato più elevato (11 per cento) e la sua incidenza è stata più forte al Nord che al Sud. Infatti, la città capoluogo di regione in cui l’appeal personale del candidato sindaco è risultato più significativo è stata Trieste (20,4 per cento). Tutta colpa della «personalizzazione estrema» e del «populismo»? Macchè!. Semplicemente, c’è l’elezione diretta del sindaco.
Il guaio è che si tende a trascurare la rivoluzione avvenuta con la prima e, finora, la più felice delle riforme. Con il sindaco (e con i presidenti di provincia e di regione), i cittadini scelgono un leader e la sua maggioranza. Ed è questo contesto istituzionale che incanala il processo e gli attori. Non è un caso che il Pd a Milano vinca con il nome del candidato sindaco nel simbolo; che, dappertutto, la coalizione (grazie alle primarie che ne delineano il profilo) sia il vero soggetto politico; che si rafforzi una democrazia «delle istituzioni», partecipata e competitiva, e che i partiti siano sempre più strutture «di servizio»; che la personalizzazione implichi polarizzazione e non
si vinca «al centro». In altre parole, l’alleanza è coesa e credibile proprio perchè è organizzata attorno alla leadership. Inoltre, con l’elezione diretta dei sindaci e i maggiori poteri da loro esercitati, la responsabilità personale del capo del governo è diventata un carattere «ordinario» della nostra vita politica. Insomma, l’elezione popolare dei sindaci ha modificato alle radici il nostro sistema politico. Ha fatto della politica presidenziale un’esperienza quotidiana di milioni di cittadini, sottraendola all’ingegneria istituzionale e affrancandola dal berlusconismo. E proprio l’elezione diretta crea le condizioni per mobilitare cittadini e gruppi sociali esclusi (o autoesclusi) dalla politica partigiana e per rompere gli equilibri conservativi interni ai partiti. Inoltre, crea i presupposti della responsabilità politica.
Come sottolinea Sergio Fabbrini, impedire l’ascesa del principe è sbagliato (oltre che irrealistico) e si tratta piuttosto di «addomesticarne l’ascesa».
Del resto, è dal ’93 che ci siamo abituati ad eleggere direttamente sindaci, presidenti di provincia e (poi) di regione. E sono passati diciotto anni da quando i cittadini hanno risposto inequivocabilmente alla domanda di base del referendum del ’93: sono i partiti o i cittadini a scegliere il governo, e questo risponde ai partiti o ai cittadini? Per questo non sarebbe male smettere di rifiutare con sospetto la forma di governo che è tra i fattori principali del successo del centrosinistra.

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Europa, 21 luglio 2011 – Il nostro voto compatto

Trecentodiciannove sì, 293 no. La camera non fa processi. Doveva solo decidere se nella domanda di autorizzazione a eseguire la misura cautelare del carcere per Papa vi fosse o no un intento persecutorio E ha deciso che, no, non c’era. Non c’era persecuzione, Papa aveva cercato di spiegare tutto con le presunte inimicizie nei suoi confronti da parte della procura di Napoli e non aveva fornito alla giunta nessun elemento concreto idoneo a smentire gli addebiti che gli erano stati mossi.
Alfonso Papa, Pdl, ex magistrato, finito nell’inchiesta P4 che ha allarmato l’opinione pubblica rivelando uno scenario inquietante di relazioni istituzionali alterate, di rapporti degradati e corrotti, di uso spregiudicato di ruoli e funzioni teso a ricavare denaro e altre utilità potrà dunque, come chiesto dal giudice per le indagini preliminari, essere arrestato.
Ne è passato di tempo da quando nella seduta del 29 aprile 1993 – si discuteva allora la domanda di autorizzazione a procedere nei confronti di Bettino Craxi, la Lega esponeva il cappio (i retroscenisti vi racconteranno se e quanti padani hanno detto ieri sì all’arresto di Papa e quanti, invece, l’hanno negato).
A differenza di allora non c’è da parte nostra alcun compiacimento nell’erogare una misura detentiva. Privare un cittadino della libertà, è sempre difficile a prescindere dalle motivazioni e dalla loro solidità. Ma se si fosse trattato di una persona comune e non di un membro del parlamento, questa sarebbe già in carcere, come d’altronde lo sono i coindagati.
Lo statuto giuridico particolare dei parlamentari non può costituire un irragionevole e ingiustificato privilegio, ma deve proteggere il corretto e libero esercizio della funzione legislativa dalle indebite interferenze provenienti dagli altri poteri. E deve comunque convivere con altri principi di rilevanza costituzionale come, in particolare, quello di uguaglianza di tutti i cittadini di fronte alla legge, disciplinato dall’articolo 3 della nostra Carta.
Se si ritiene che vi sia un uso eccessivo della custodia cautelare, questo va affrontato in sede legislativa, con una misura per tutti e non soltanto per alcuni.
La gente sospetta e intuisce – qualche volta a torto e spesso a ragione – che il gioco sia truccato e che a vincere siano sempre gli stessi. Vi è sete di giustizia. Troppo spesso, in questi anni, i valori di equità, rigore e trasparenza, in cui si riconosce una società, sono stati negati da comportamenti che sempre più frequentemente hanno mortificato l’interesse generale, il senso comune di appartenenza, la coesione sociale, il rispetto della legalità e l’uguaglianza dei cittadini.
È questa la radice del diffuso malcontento e disagio popolare che oggi si manifesta in modo clamoroso, tanto più di fronte ai sacrifici che vengono richiesti agli italiani. Dobbiamo offrire un cambiamento sia nella politica sia nel modo di fare politica.
A nessuno sfugge – come ha detto martedì Piero Fassino – che su questi sentimenti di sincera indignazione di molti si sovrappone una campagna alimentata e cavalcata da chi teme un cambiamento nella guida del paese e, per sbarrargli la strada, punta con brutalità sulla destabilizzazione e la delegittimazione dei poteri democratici a vantaggio di poteri assai più elitari, assai meno trasparenti quando non pericolosamente opachi. Ma il modo migliore per contrastare gli umori antipolitici non è quello di girare la testa dall’altra parte, ma è quello di mettersi in sintonia con il paese, con le sue ansie, le sue paure, le sue speranze e le sue aspettative.
Certo, il parlamento non celebra processi, ma spetta a noi dare corso a misure concrete, visibili ed efficaci, che restituiscano sobrietà, credibilità e autorevolezza a istituzioni che oggi appaiono a troppi cittadini distanti e insensibili. Il voto di ieri è una di queste misure e per questo serve un’assunzione chiara di responsabilità. Per queste ragioni il Partito democratico ha votato compatto per autorizzare l’arresto di Papa. Perché gli uomini sono tutti uguali di fronte alla legge e di fronte alle sfide che l’Italia deve affrontare.

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Il Piccolo, 28 luglio 2011 – «I tagli alla casta non bastano. Addio alle province, Stato a dieta»

«L’auto blu non ce l’hanno solo i politici, ma tanti funzionari dello Stato…». Alessandro Maran, il deputato goriziano del Pd che ricopre il ruolo di vicepresidente delle truppe “democrat” di Montecitorio, non ama la demagogia. Mai amata. Ma, mentre nel paese torna a soffiare un impetuoso vento anti-politica, brandisce con forza le forbici: i tagli alla “casta” vanno fatti, ci mancherebbe, ma non bastano. Sono solo una goccia. Perché l’Italia, se vuole risollevarsi, deve riformare e ridimensionare l’immensa, costosa e debordante macchina pubblica. E deve farlo subito.

La bozza di riforma costituzionale a firma Roberto Calderoli può essere un buon inizio? Condivide la riduzione dei parlamentari e il Senato federale?

Il Pd ha presentato già nel 2008 una riforma che dimezza i parlamentari e istituisce il Senato federale. Se la maggioranza avesse intenzioni serie, la riforma l’avremmo già fatta. Ora tira fuori dal cilindro un progetto abborracciato dove non mancano le follie. Come la partecipazione dei delegati regionali ai lavori del Senato senza diritto di voto. Che faranno, fischieranno?

Quella bozza, tra le altre cose, aggancia lo stipendio dei parlamentari alle presenze effettive ai lavori. Non è giusto?

Era ora. Ma che c’entra la Costituzione? Basta che lo decidano gli uffici di presidenza di Camera e Senato.

Gli italiani, nonostante le promesse di tagli, sono sempre più ostili alla “casta”: come si fa a riconquistarne la fiducia? Non è un errore votare contro l’abolizione delle Province come ha fatto il Pd?

Servono misure concrete che restituiscano autorevolezza a istituzioni che oggi appaiono a troppi cittadini distanti e insensibili. Tanto per capirci, anche a Togliatti e De Gasperi avrebbero potuto rimproverare il vitalizio o l’indennità, ma erano gli esponenti di una politica che funzionava. Oggi invece la gente pensa che la politica costa l’ira di Dio e non funziona. E bisogna intervenire anche sul piano della riorganizzazione dello Stato. Con scelte emblematiche. Per questo penso che sulle Province il Pd abbia sbagliato.

Lei come ha votato?

Ovviamente, ho votato con il gruppo, ma ho difeso la mia opinione che resta: via le Province subito.

È favorevole all’abolizione delle Province?

Non si capisce perché l’Italia debba avere quattro livelli territoriali costituzionalmente garantiti: lo Stato, le Regioni, le Province e i Comuni. La Francia prevede in Costituzione i Comuni e i Dipartimenti; la Germania i Comuni e i Länder. Questo non vuol dire che non esistano altri livelli territoriali, ma non sono enti politici costituzionalmente garantiti, bensì luoghi di coordinamento territoriale. Che poi possa servire un livello intermedio tra Comune e Regione (ad esempio associazioni tra Comuni), non toglie nulla all’esigenza di abolire le Province come enti costituzionali e politici. Il che consente un risparmio nel bilancio dello Stato e colpisce quegli agglomerati parassitari che creano una giustificata protesta da parte dei cittadini. E questo vale anche per i Comuni.

Si devono tagliare anche i Comuni?

Ci sono 8000 comuni, la metà dei quali sotto i 3000 abitanti. Il mito delle cento città è un mito antico della politica italiana, ma questa deve rinnovare le sue parole d’ordine se vuole affrontare le sfide del futuro. A partire dalla riorganizzazione dello Stato.

Da dove iniziare?

Dalla giustizia civile ai servizi pubblici locali: per tornare a crescere si passa da lì. Come si affanna a ripetere Mario Draghi. Il problema sono le abnormi dimensioni dello Stato, l’eccesso di spesa pubblica e pressione fiscale. Bisogna ridurre le dimensioni dello Stato e diminuire l’una e l’altra. Sono davvero necessari 1292 tribunali, il doppio della Gran Bretagna? E cosa aspettiamo a dire che sei diversi corpi di polizia sono troppi?

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Cercasi un fine, periodico di cultura politica, n. 62 agosto-settembre 2011 – Un’Europa che aiuta

La diffusione senza precedenti di proteste in favore della democrazia in tutto il mondo arabo ha colto quasi tutti di sorpresa. Le proteste, a detta di molti, si spiegano con lo scontento per la mancanza di democrazia e di posti di lavoro. Ma il Medio Oriente non è certo l’unica regione del mondo con governi autoritari e non è sicuramente l’unico posto con una vasta popolazione di giovani che faticano a trovare un lavoro. E il fatto che lo scontento avrebbe guidato la gente alla rivolta contro i loro leader è ovvio solo col senno di poi: molto difficilmente qualcuno avrebbe previsto queste sollevazioni solo un anno fa. Insomma, molte cose non tornano in queste spiegazioni. Nelle valutazioni dell’UN Human Developement Report dello scorso anno, i paesi arabi se la cavano molto bene. Nell’HumanDevelopement Index, cinque paesi mediorientali (fra cui la Tunisia, l’Algeria e il Marocco – ma anche l’Egitto non è molto distante e perfino la Libia e l’Iran, si distinguono in queste valutazioni di lungo termine) sono tra i primi dieci in termini di miglioramenti. E i progressi in questa regione sono dovuti principalmente ai significativi passi avanti nella salute e nell’istruzione. Nel 1970 la Tunisia aveva un’aspettativa di vita più bassa del Congo e il Marocco aveva meno bambini a scuola del Malawi. Ora le cose sono molto migliorate. L’aspettativa di vita in Nord Africa, ad esempio, è cresciuta da 51 a 71 anni tra il 1970 e il 2010. In paesi con punti di partenza comparabili, l’aspettativa di vita è cresciuta di soli 8 anni. La popolazione scolastica è crescita di 33 punti in percentuale, passando dal 37% al 70% ; mentre in paesi con punti di partenza simili è cresciuta di 23 punti. Per queste ragioni, è improbabile che le rivoluzioni si estendano ai regimi dell’Africa Sub – Sahariana, dove il tasso dei miglioramenti in salute e istruzione è stato molto più lento e la frammentazione etnica rende molto più difficile organizzare proteste di massa contro i regimi autocratici. Messe così le cose, è probabile che il movimento di democratizzazione che comincia a prendere forma nel mondo arabo sia un risultato del progresso e non una conseguenza del fallimento dello sviluppo. Non per caso l’Human Development Report del 2010 ha parlato di un «deficit democratico» nel mondo arabo riferendosi allo squilibrio tra lo sviluppo socioeconomico e la democratizzazione. Del resto, che la domanda di democrazia sia il risultato di un più largo processo di modernizzazione e di sviluppo, non è una novità. Il fatto è che la maggior parte del mondo arabo ha raggiunto un livello di sviluppo che è incompatibile con il suo sistema politico. E via via che i cittadini dei paesi mediorientali diventano più ricchi, più sani e più istruiti, diventano meno disposti a tollerare di essere governati da elite predatorie. Il che è confermato da quello cui stiamo assistendo nelle strade del Medio Oriente. Va da sé che i sistemi politici che emergono da queste transizioni prenderanno tempo per consolidarsi, ma è improbabile che questi paesi tornino ad una guida autoritaria. La crisi in Medio Oriente potrebbe offrire all’Europa l’occasione per riacquistare credibilità presso il mondo arabo. Si è aperta una concreta prospettiva di cambiamento democratico che potrà realizzarsi solo se avrà il sostegno di attori esterni, in particolare dell’Europa oltre che degli Usa. Invocando la responsabilità delle autorità libiche di proteggere la loro popolazione, la risoluzione 1973 del Consiglio di Sicurezza ha ridato nuova vita al principio di «Responsability to Protect». Ma bisogna ripensare le politiche europee progettate per portare stabilità e democrazia in queste aree. Non si tratta di adottare deleterie politiche di diffusione della democrazia con la forza, ma di offrire un riferimento e aiuti economici, sociali e culturali alle società civili e alle forze disponibili all’avvio di un processo di partecipazione popolare più ampio. Non sarebbe male ricordare che, dopo la caduta del Muro di Berlino e la dissoluzione della Jugoslavia, l’estensione all’Europa centrorientale di uno spazio di pace, di diritto e di democrazia (che fa dell’Europa a 27 il più grande agglomerato al mondo di uomini liberi e benestanti) è stato un successo storico innegabile. E il disegno che ha guidato l’allargamento dell’Unione ai paesi ex comunisti è lo stesso disegno di pace architettato alla fine della Seconda guerra mondiale, di cui prima la Comunità europea e poi la successiva Unione europea sono la parte centrale: la guerra sarebbe stata «non solo impensabile ma effettivamente impossibile» a causa del livello d’interdipendenza che si sarebbe creato tra gli Stati della nascente comunità. Questo modello deve servire ai paesi europei per promuovere i propri valori anche fuori dall’Europa.

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qdR magazine settimanale di propaganda riformista, numero 29 del 27 settembre 2011 – Più coraggio su province e comuni

Bassi salari, alta disoccupazione, diseguaglianza crescente rischiano di trasformare le preoccupazioni economiche degli italiani in risentimento. E prima che le difficoltà e il risentimento crescano ulteriormente, l’Italia deve optare per le riforme. Dobbiamo offrire un cambiamento sia nelle politiche sia nel modo di fare politica. Subito, come abbiamo detto, l’adeguamento delle indennità e del numero degli eletti alla media europea. Ma dobbiamo mettere ordine nella casa della politica: la Pubblica amministrazione. Con scelte emblematiche.

Non si capisce perché l’Italia debba avere quattro livelli territoriali costituzionalmente garantiti: lo Stato, le Regioni, le Province e i Comuni. La Francia prevede in Costituzione i Comuni e i Dipartimenti; la Germania i Comuni e i Länder. Questo non vuol dire che non esistano altri livelli territoriali (le Regioni in Francia, i Distretti in Germania), ma non sono enti politici costituzionalmente garantiti, bensì luoghi di coordinamento territoriale.

Va da sé, inoltre, che l’abolizione delle Province come enti costituzionali e politici consente un importante risparmio nel bilancio dello Stato e colpisce anche gli agglomerati parassitari che creano una giustificata protesta da parte dei cittadini. Vale anche per i comuni. La dimensione territoriale dei nostri comuni è ancora quella del Medio Evo: la distanza che si poteva percorrere a piedi sulle strade di allora nelle ore di luce. Ma oggi l’economia del paese ha bisogno di avviare grandi trasformazioni e il ripensamento di un’organizzazione territoriale finora policentrica e dispersa (un ripensamento che deve avvenire in direzione dell’apertura alla globalità, da una parte, e in direzione dell’integrazione tra più città e più sistemi locali, dall’altra) costituisce forse il capitolo più importante di questo progetto.

Le città, infatti, stanno mutando funzioni, posizione e funzionamento interno in tutta Europa e l’organizzazione della produzione e dei servizi, per tutte le cose di qualità, sta sempre più uscendo dal tradizionale spazio urbano, divenuto troppo limitato, per approdare ad aree più estese. E in tutta Europa, negli anni ’90, c’è stato un grande fervore riformatore per definire un nuovo ordine territoriale. A Rotterdam un network amministrativo che include anche altre municipalità è stato tentato per definire la “Citta-regione”; a Lione si è creata una “regione urbana” con le città vicine e così via. In Germania ogni Land ha usato le ricette più convenienti per gli accorpamenti. In Danimarca hanno ridotto i Comuni da  1388 a 275, in Belgio da oltre 2500 a meno di 600, in Inghilterra da 1830 a 486.

Insomma, quello delle cento città è un mito antico della politica italiana, ma questa deve rinnovare le sue parole d’ordine se vuole affrontare le sfide del futuro.

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Berria, Periòdico Vasco en Euskera, 15 ottobre 2011 – «Gainbeheraren agonia luzatzea baino ez dute lortu»

Alessandro Maran. PD talde parlamentarioko presidenteordea

«Gainbeheraren agonia luzatzea baino ez dute lortu»

J. F.

Alessandro Maran PD Italiako Alderdi Demokratikoaren talde parlamentarioko presidenteordeak (Grado, Italia, 1960) Silvio Berlusconiren gobernuaren amaiera posible zela uste zuen atzo, bozketa egin baino lehen. Lehen ministroaren garaipena ikusi ostean, ordea, krisi egoera luzatzeak herrialdean izan ditzakeen ondorioek arduratzen dute.
Badirudi ezinezkoa dela Berlusconi boteretik ateratzea.
Berlusconiren aroari amaiera jarriko geniolakoan geunden, baina orain ere eutsi dio. Dena den, herritarrek garaitu behar dute Berlusconi hautestontzietan. Halere, bozetara deitu bitartean sortzen diren aukera guztiak aprobetxatuko ditugu gobernua erorarazten ahalegintzeko.
Lehen ministroak gaitasun handia du egoera zailei aurre egiteko. Zergatik?
Italiako hauteskunde legeak haren alde jokatzen duelako. Legegintzaldiaren hasieratik, parlamentuaren %60 kontrolatzen du zentro-eskuinak, eta horrek egoera zailenei ere aurre egiteko tartea ematen dio gobernuari. Izan ere, bozetan boto gehien lortzen duen alderdiari duena baino ordezkaritza zabalagoa ematen dio legeak.
Zer etorkizun ikusten diozu orain gobernuari?
Parlamentuan zenbakizko gehiengoa lortu du, baina Berlusconik ez dio erantzun Giorgio Napolitano presidentearen eskaerari. «Gobernatzeko gai zara?», galdetu zion Napolitanok asteartean, eta gehiengoa izan arren gobernatzeko gaitasunik ez duela frogatu da aste honetan, ezin izan baititu iazko kontuak onartu. Berlusconiren gainbeheraren agonia luzatzea baino ez dute lortu. Lehen ministroaren aroaren amaiera, gainera, Italiaren egunerokoa eta geroa baldintzatzen ari da, ez baita gai krisi ekonomikoak eskatzen dituen erronkei aurre egiteko.
Gobernuaren etengabeko krisiak nola eragiten du Italiako politikan?
Italiak orain arte nazioartean izan duen garrantzia bere gain ez hartzea dago arriskuan. Barrura begirako herrialdea bilakatu da azken urteetan Italia, eta erronkei aurre egiteko gaitasunik ez balu bezala dago herrialde osoa, depresioak jota dagoen pertsona bat balitz bezala.
Halere, bere alternatibarik ez dagoela dio lehen ministroak.
Berlusconik arrazoi du zentro-ezkerraren ahultasuna azpimarratzean. Alabaina, alternatiba eraikitzen ari gara, gero eta bateratuago ari baita jokatzen oposizioa. Ostegunean eta ostiralean, esaterako, Berlusconik hainbat urtetan bere aliatutzat izan duen Pier Ferdinando Casini UDC Zentroko Batasuna alderdiko buruak ere oposizioarekin bat egin du legebiltzarrean.
Berlusconi eroriz gero, zentro-eskuina desegin egingo litzateke lehen ministroak ostegunean ohartarazi zuen bezala?
Seguruenik bai. Berlusconiren irudiak guztiz baldintzatu du Italiako zentro-eskuina azken urteotan, eta Berlusconiren aroa bukatzen denean halabeharrez berregituratu beharko dute zentro-eskuina.

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GIORNALI2011

Europa, 25 ottobre 2011 – Quello che Berlusconi non vede

Un recente fascicolo di poche pagine della Banca d’Italia ha sintetizzato molto efficacemente, con l’aiuto di grafici e cartine, i nostri «problemi di struttura». Una lettura che avrebbe fatto bene anche al governo e che l’avrebbe potuto aiutare a prendere quelle decisioni ora “comandate” dalla Ue. Tutte cose note e stranote, meno che a Berlusconi, parrebbe. Ma vederle messe in fila senza tanti complimenti, fa una certa impressione.
L’opuscolo si apre con due grafici (fonte Oecd) che misurano l’andamento della produttività: il prodotto per ore lavorate e la produttività totale dei fattori. Tra i sei paesi messi a confronto (Francia, Germania, Italia, Giappone, Regno Unito, Stati Uniti) dal 1993 al 2010, l’Italia, manco a dirlo, è quello messo peggio. Cominciamo da qui: se non si assume l’aumento della produttività (del lavoro e dei fattori) come obiettivo principale, se non c’è uno «scatto» su questo fronte, non c’è politica redistributiva che tenga.
Il dépliant prosegue elencando i nostri problemi strutturali ed evidenziando in modo molto conciso (e perciò crudo e spiacevole) le storture. Scrive l’opuscolo della Banca d’Italia: 1)Istruzione. «Italia in ritardo. Capacità di apprendimento scendono con il grado di istruzione. Elevata dispersione fra studenti determinata da differenza fra scuole. Le scuole amplificano i gaps. Circolo vizioso: basso capitale umano, bassa domanda, bassi rendimenti dell’istruzione, bassi incentivi all’accumulazione di capitale umano. Bassa attrattività delle università italiane»; 2) Mercato del lavoro. Dualismo. «Segmentazione: effetti negativi sulla produttività del lavoro e su incentivi all’accumulazione di capitale umano. Particolarmente colpiti i giovani. Segmentazione accentuata dal sistema attuale di welfare». I grafici sui salari di ingresso e profili di carriera, sugli indici di protezione e sue componenti, sulla stringenza della protezione, sono eloquenti; 3) Imprese: internazionalizzazione: «Italia paese esportatore ma pochi investimenti diretti in uscita. Grandi imprese esportatrici più efficienti e innovative. La propensione all’innovazione cresce significativamente con la dimensione, specialmente verso mercati lontani (Asia)». Dimensione delle imprese: «Media 4 occupati, indipendentemente dalla specializzazione settoriale. Oggi piccola dimensione inadeguata per innovare. Imprese piccole hanno sofferto di più nella crisi. Le imprese italiane non crescono». Qualità del management: «Dimensione di impresa correlata con proprietà familiare e management tradizionale. Nella manifattura quasi il 60% appartiene a una famiglia con management familiare (25% in Germania, 20% in Francia, 8% in Regno Unito).Management familiare. Decisioni molto centralizzate, scarso uso di incentivi di performance, meno internazionalizzazione e innovazione, maggiore avversione al rischio»; 4) Concorrenza. Regolazione dei servizi professionali e crescita: «Effetti indiretti della regolazione di input chiave (servizi professionali, trasporti e telecomunicazioni, energia) sulla performance dei settori manifatturieri. Riduzione della regolazione dagli alti livelli della Francia al basso livello del Canada aumenta di circa un punto percentuale la crescita della produttività di settori ad alta intensità di servizi (es. Carta e editoria) rispetto a settori a bassa intensità di servizi (prodotti in metallo)». Il grafico («Average regulation in professional services», 2008, fonte Oecd), mostra che, su 34 paesi, peggio di noi fanno solo Slovenia, Turchia e Lussemburgo. Barriere all’entrata nella distribuzione: «Prevalenza di piccola distribuzione tradizionale al dettaglio. Cambiamenti nella regolazione nel 1998: regolazione della grande distribuzione delegata alle autorità locali differenze sostanziali nella regolazione locale. Effetti significativi sull’occupazione e sulla produttività». 5) Giustizia civile. «Tempi molto lunghi nel confronto internazionale, molto diversi nel paese». Il grafico relativo alla durata dei procedimenti (giorni) mostra che l’Italia è 156° su 181 paesi e che la durata dei procedimenti italiani non è nemmeno lontanamente comparabile con quel che avviene nei principali paesi europei. Inoltre, la mappa che indica la durata, regione per regione, dei procedimenti di cognizione ordinaria (2006) mostra il crescente divario tra il nord e il sud del paese. La durata dei procedimenti aumenta man mano che si procede verso sud: da 554 giorni a 1512 giorni. Se non si mette mano a questa condizione non c’è politica di sviluppo per il Mezzogiorno che tenga. Infatti, «inefficienze nel sistema creano incertezze e riducono i prestiti. Una riduzione nella lunghezza delle cause civili aumenterebbe la dimensione media delle imprese manifatturiere del 20%»; 6) Oneri amministrativi. «In Italia è più oneroso “fare impresa”. Un esempio: i permessi di costruzione». Il grafico (fonte Banca Mondiale, Doing Business in 2011) mostra che rispetto a Francia, Germania, Regno Unito, Stati Uniti e anche Spagna i tempi sono fino a cinque volte più lunghi e i costi più onerosi. «Nel confronto internazionale le procedure amministrative che regolano l’entrata e l’attività di impresa sono lunghe e costose; gli oneri per le imprese derivanti da adempimenti amministrativi sono elevati (secondo stime Ce 4,6% del Pil contro 3,5% medio)»; 7) Infrastrutture: «La spesa è stata simile a quelle di Ger, Fr e Gb, ma le dotazioni fisiche sono inferiori». Insomma, il grafico mostra che spendiamo più o meno lo stesso e otteniamo molto meno. Come, del resto, per le forze dell’ordine, la giustizia, ecc.

Le conclusioni sono perentorie. Quali riforme? «Rimozione dei vincoli alla concorrenza e alla attività economica. Migliore contesto istituzionale per l’attività delle imprese. Più capitale fisico, più capitale umano. Completamento riforme mercato del lavoro». Difficile non essere d’accordo.
La domanda è semplice e riguarda sia quel tale che ha promesso mari e monti e di problemi ha risolto solo qualcuno dei suoi, sia quelli che vorrebbero levarsi dai piedi proprio quel tale: che cosa aspettiamo?

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