GIORNALI2011

qdR magazine settimanale di propaganda riformista, numero 29 del 27 settembre 2011 – Più coraggio su province e comuni

Bassi salari, alta disoccupazione, diseguaglianza crescente rischiano di trasformare le preoccupazioni economiche degli italiani in risentimento. E prima che le difficoltà e il risentimento crescano ulteriormente, l’Italia deve optare per le riforme. Dobbiamo offrire un cambiamento sia nelle politiche sia nel modo di fare politica. Subito, come abbiamo detto, l’adeguamento delle indennità e del numero degli eletti alla media europea. Ma dobbiamo mettere ordine nella casa della politica: la Pubblica amministrazione. Con scelte emblematiche.

Non si capisce perché l’Italia debba avere quattro livelli territoriali costituzionalmente garantiti: lo Stato, le Regioni, le Province e i Comuni. La Francia prevede in Costituzione i Comuni e i Dipartimenti; la Germania i Comuni e i Länder. Questo non vuol dire che non esistano altri livelli territoriali (le Regioni in Francia, i Distretti in Germania), ma non sono enti politici costituzionalmente garantiti, bensì luoghi di coordinamento territoriale.

Va da sé, inoltre, che l’abolizione delle Province come enti costituzionali e politici consente un importante risparmio nel bilancio dello Stato e colpisce anche gli agglomerati parassitari che creano una giustificata protesta da parte dei cittadini. Vale anche per i comuni. La dimensione territoriale dei nostri comuni è ancora quella del Medio Evo: la distanza che si poteva percorrere a piedi sulle strade di allora nelle ore di luce. Ma oggi l’economia del paese ha bisogno di avviare grandi trasformazioni e il ripensamento di un’organizzazione territoriale finora policentrica e dispersa (un ripensamento che deve avvenire in direzione dell’apertura alla globalità, da una parte, e in direzione dell’integrazione tra più città e più sistemi locali, dall’altra) costituisce forse il capitolo più importante di questo progetto.

Le città, infatti, stanno mutando funzioni, posizione e funzionamento interno in tutta Europa e l’organizzazione della produzione e dei servizi, per tutte le cose di qualità, sta sempre più uscendo dal tradizionale spazio urbano, divenuto troppo limitato, per approdare ad aree più estese. E in tutta Europa, negli anni ’90, c’è stato un grande fervore riformatore per definire un nuovo ordine territoriale. A Rotterdam un network amministrativo che include anche altre municipalità è stato tentato per definire la “Citta-regione”; a Lione si è creata una “regione urbana” con le città vicine e così via. In Germania ogni Land ha usato le ricette più convenienti per gli accorpamenti. In Danimarca hanno ridotto i Comuni da  1388 a 275, in Belgio da oltre 2500 a meno di 600, in Inghilterra da 1830 a 486.

Insomma, quello delle cento città è un mito antico della politica italiana, ma questa deve rinnovare le sue parole d’ordine se vuole affrontare le sfide del futuro.

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