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Nessun tentennamento. Aiutare gli ucraini vuol dire combattere (anche) per la nostra libertà – Linkiesta, 6 marzo 2023

Da Udine, il candidato alle regionali in Friuli Alessandro Maran spiega che linvasione della Russia è una guerra contro i nostri valori e il nostro futuro

Grazie di essere qui numerosi.

Vorrei per prima cosa, ad un anno dall’invasione russa, rendere un caloroso omaggio all’eroismo e alla determinazione del popolo ucraino. Quella di Putin non è solo una guerra contro l’Ucraina. Come ha detto Ursula von der Leyen, è una guerra contro la nostra energia, la nostra economia, i nostri valori e il nostro futuro. È uno scontro tra l’autocrazia e la democrazia. E combattendo per la loro libertà gli ucraini stanno combattendo per la nostra libertà.

Che la pace non sia una condizione naturale per gli europei e che la giungla della storia possa riprendersi il nostro giardino di pace, noi friulani, noi giuliani, lo sappiamo forse meglio di chiunque altro. Pochi giorni fa, il 10 febbraio, abbiamo celebrato il Giorno del Ricordo dell’esodo e delle foibe e, come recita la legge istitutiva, “della più complessa vicenda del confine orientale”. Infatti, una componente centrale di quelle vicende – non riducibili unicamente allo schema antifascismo-fascismo – è quella del conflitto nazionale che, per quasi un intero secolo, ha opposto italiani a sloveni e croati. Di più: una componente centrale di quelle vicende è proprio quell’idea etnica di nazione – la stessa di Putin – che ha reso possibile, prima, la persecuzione da parte del regime fascista delle minoranze alloglotte (sloveni e croati), poi le leggi razziali del 1938 e, infine, la forzata espulsione degli italiani. Putin che proclama “ovunque ci sono russi è Russia” non è un attore tra i tanti, è uno spettro del passato. E molti di noi ricordano ancora – non è passato molto tempo – i racconti dei nostri amici d’oltreconfine, di quella che è stata la Jugoslavia: il comunismo, l’isolamento internazionale, l’anarchia e le guerre degli anni Novanta, la corruzione e il nepotismo, la miseria e le difficoltà di vivere senza sapere se a fine mese ci saranno pensioni e stipendi. Bastava ascoltarli per rendersi conto di quanto fossimo fortunati, di quanto fossimo privilegiati rispetto ai nostri padri, ai nostri nonni, e rispetto a quelli che un’Europa non ce l’hanno ancora.

L’Europa è una grande speranza. Perché rappresenta i valori della pace, della libertà, della giustizia, della democrazia e del rispetto per la dignità delle persone. E questi valori contano più della geografia e delle frontiere: chiunque li condivida e si batte per essi fa parte dello stesso progetto, è cittadino europeo.

Veniamo a noi.

Anche nel nostro piccolo, ci sono momenti in cui bisogna assumersi dei rischi in prima persona, anche in situazioni di grande incertezza, anche se l’aria che tira è quella che è. E questo è uno di quei momenti. La Costituzione, diceva Calamandrei, non è una macchina che una volta messa in moto va avanti da se. Bisogna metterci dentro la benzina. E il combustibile è fatto dall’impegno, dalla responsabilità, dallo spirito, dalla volontà di ciascuno di noi di mantenere quelle promesse.

Il nostro paese ha bisogno di uno spazio alternativo ai due populismi. Costruirlo non è facile. C’è il rischio di fallire. C’è il rischio di fare brutta figura. E come sempre, ad esporre le proprie idee e i propri sogni c’è il rischio di passare per ingenui. Ma resto dell’opinione che, come scriveva un grande economista, le idee siano “più potenti di quanto comunemente si ritenga” e che il mondo sia governato da poche cose all’infuori di quelle.

Per questo sono qui. Per questo siamo qui in tanti. Perché è il momento di rilanciare la prospettiva delineata a Milano, quella di nuovo partito liberal-democratico appartenente alla famiglia politica di Renew Europe, e in Friuli Venezia Giulia, Azione, Italia Viva e + Europa, per la prima volta, si presentano insieme con lo stesso simbolo. Ci vorrà del tempo. Dobbiamo mettere radici. Ma (come del resto hanno confermato i risultati delle primarie del Pd) l’esigenza di una casa riformista più larga, più solida e nettamente alternativa ai populisti è più urgente che mai.

Come si fa a non vedere che, indipendentemente dal suo radicamento, dal suo perimetro, dalle possibili combinazioni, così com’è combinata, la sinistra non vincerà mai? Come si fa a non vedere che la virata a sinistra del Pd rappresenta la migliore garanzia per la destra al governo? Il tarlo populista e la deriva identitaria hanno stravolto il progetto originario di Veltroni. Il Pd del Lingotto non c’è più. Basta del resto scorrere il Manifesto dei valori che dovrebbe sostituire il Manifesto veltroniano. Ovviamente, gli elettori del Pd sono liberissimi di scegliere una sinistra minoritaria sul modello di Mélenchon o di Corbyn.

Ma così non c’è storia. O qualcuno pensa davvero che gli elettori riformisti e liberali possano seguire una leader che professa la decrescita felice e che crede che la domanda di elettricità costituisca un grave problema per la società? A quegli elettori bisogna offrire un’alternativa seria e credibile.

Potrà non piacere ma si vince con Biden e non con Sanders, con Blair e non con Corbyn. Invece, anche in Friuli Venezia Giulia, la sinistra si appresta a percorrere, a braccetto con i grillini, la strada battuta molte volte: quella di ricompattarsi per far fronte al “nemico comune”, rinunciando in partenza a pescare nel bacino opposto. Rinunciando cioè a parlare con il “centro della società”, vale a dire con le forze dinamiche e potenzialmente “centrali” della società. Col risultato che quella in campo non è molto diversa dalla coalizione guidata da Achille Occhetto. Nel 1994. Quasi trenta anni fa.

Non è poi così strano che, in queste condizioni, la destra abbia il vento in poppa. Come possiamo pretendere risultati diversi, se continuiamo a fare sempre le stesse cose? Ma anche la destra è quella che è. E uno smottamento è possibile anche a destra, con il declino di Forza Italia, con le fratture tra l’ala pragmatica e governista della Lega (ammesso che esista davvero) e quella populista e antisistema di Salvini, con la sempre più evidente inadeguatezza di governo di molti dei Meloni boys. Anche quella di casa nostra (che ora si maschera di civismo) è una destra che non vuole guardare al futuro: i bonus non possono sostituire una visione di medio e lungo termine. Ed è una destra che cerca costantemente di alimentare le paure.

A proposito, ha fatto bene Mattarella davanti all’enormità del naufragio di Cutro a levare il suo grido di dolore e a chiedere all’Europa di assumere “finalmente in concreto la responsabilità di governare il processo migratorio”; che, insomma, sui migranti l’Europa abbia la stessa unità dimostrata sull’Ucraina.

Alimentare le paure, dicevo. Ne ha scritto diffusamente Claudio Cerasa. La paura del progresso e della tecnologia: ci toglieranno il lavoro. La paura della scienza: ci toglieranno la salute. La paura del mercato: ci toglieranno i nostri negozi. La paura dei migranti invasori: ci toglieranno i nostri soldi. La paura dell’Europa e dell’integrazione tra i Paesi europei: ci toglieranno la libertà). E il meccanismo alla fine è sempre quello: alimentare sentimenti complottisti. Alla fine, è sempre colpa di qualcuno. È sempre colpa di un potere forte. È sempre colpa di un establishment occulto. Qualunque cosa avvenga nella società, la guerra, l’andamento demografico, la povertà, è sempre colpa di una multinazionale cattiva, di un sistema deviato, della finanza corrotta, di un’élite che agisce nell’ombra.

Ma evocare complotti altrui serve solo a giustificare la propria scarsa propensione al coraggio del cambiamento e a nuotare in mare aperto. Col risultato che molti italiani, molti friulani, vivono nella paura del futuro, nella critica costante del presente – il cui stato è sempre colpa degli altri – e nella mitizzazione di un passato largamente inventato. Ma ce lo ha ricordato a Capodanno ancora Sergio Mattarella: “dobbiamo stare dentro il nostro tempo, non in quello passato”. Bisogna andare avanti, non possiamo riportare il paese al Mesozoico, non possiamo perdere tempo a guardare indietro, non è quella la nostra direzione.

Perciò serve qualcos’altro. Perché, parafrasando un grande poeta irlandese, contro il populismo “il centro deve reggere”. È infatti lì, nella terra di mezzo – il centro “della società” – che dimora la maggior parte delle persone. È lì, in quella estesa terra di mezzo, che si combatteranno gli scontri decisivi. Non per caso Fedriga, come Zaia, farà la sua lista per cercare di occupare quello spazio.

E c’è bisogno di un partito in grado di presidiare il terreno dell’apertura e della modernità con un progetto che guardi al futuro – scommettendo sull’innovazione, sugli investimenti privati, i capitali stranieri, la ricerca, la produttività, la concorrenza, il commercio internazionale, la lotta per avere salari più alti; un progetto che guardi ai tanti giovani, “Libars … di scugnî lâ” (“liberi… di dover andare”), costretti, come scriveva molti anni fa Leonardo Zanier nella sua prima raccolta di poesie in lingua friulana, ancora una volta, a scappare all’estero per poter inseguire un futuro migliore; un progetto che punti a recuperare quel 50 per cento di italiani che ha smesso di andare a votare.

Insomma, c’è bisogno di qualcos’altro. Proprio perché la sinistra è quella che è, proprio perché la destra è quella che è. Proprio perché i loro vizi sono quelli di un’Italia immobile, che non riesce ad affrancarsi dalle ideologie novecentesche. Per questo dobbiamo accelerare nella costruzione di un vero partito, di una formazione politica unitaria che punti a spezzare le catene che paralizzano il Paese e a dare voce a quanti non hanno voce. Perché il rappresentato, il cittadino, esiste solo se c’è qualcuno che lo rappresenta, qualcuno disposto a parlare a suo nome.

Dobbiamo provarci. Dobbiamo guardare le cose dal punto di vista di chi non ha voce. E su questa base, sfidare Fedriga. Il Friuli Venezia Giulia è una regione civile e laboriosa con una vocazione internazionale, piena di persone di talento, capaci di competere con chiunque nel mondo. Gli italiani come individui sono più coraggiosi e meno cinici di come si rappresentano. Migliori di quanto pensano di essere come popolo. Ma la nostra regione non cresce più da anni ed è diventata una regione immobile e impaurita, sempre più vecchia. Possiamo mettere la testa sotto la sabbia. Ma i fatti hanno la testa dura. Qualche settimana fa il New York Times ha titolato in prima pagina “Italia: destinata a sparire?”.

Nell’articolo, Jason Horowitz spiega che in Italia sta arrivando quello che gli esperti definiscono uno “Silver Tsunami”, una tempesta perfetta causata dall’inesorabile e continuo invecchiamento della popolazione unito ad un tasso di natalità tra i più bassi d’Europa, in ulteriore drastico calo. La combinazione di bassa occupazione femminile, calo drastico delle nascite, scarsa immigrazione e invecchiamento rappresentano un disastro demografico e quindi un disastro economico e sociale futuro. Vale anche per il Friuli-Venezia Giulia, una regione tra le più vecchie del nostro Paese. Si dice in Russia che la politica è una competizione tra il frigorifero e la televisione. La gente apre il frigo e vede che è vuoto. Non c’è da mangiare. Ma poi aprono la televisione e vedono Putin battersi per la Russia, e si sentono orgogliosi. Anche da noi alla tv non si fa che ripetere stupidamente che “siamo troppi”.

Eppure quando giriamo per strada, a Udine, a Gorizia, a Pordenone, non vediamo più carrozzine e passeggini, spesso non passa una sola persona con un bambino e le persone che vediamo per strada sono perlopiù molto anziane. Dobbiamo prendere il toro per le corna.

E la madre di tutte le battaglie riguarda il futuro dei giovani. Partiamo da qui. Una giovane ricercatrice che lavora all’OGS di Trieste a poco più di 1200 euro al mese racconta di aver ricevuto dalla Nuova Zelanda un’offerta col triplo dello stipendio attuale e benefit per l’avvicinamento dei familiari: che risposte diamo alle giovani donne come lei che vorrebbero rimanere ma son costrette a partire? Come facciamo ad attrarne qui da noi altre ragazze e ragazzi come lei?

Occhio che l’incremento dell’occupazione femminile, negli altri paesi sviluppati, ha contribuito alla crescita dell’economia globale più dell’intera economia cinese. Occhio che il lavoro delle donne è un fattore decisivo di crescita perché garantisce più ricchezza alle famiglie, crea altro lavoro nel settore dei servizi e significa anche meno culle vuote e meno bambini poveri. Servono perciò misure più incisive per creare le condizioni volte a far aumentare le nascite e rendere più attrattiva la nostra regione. Anche l’Emilia Romagna di Bonaccini, proprio qualche giorno fa, si è data una legge per attrarre e trattenere i giovani talenti con incentivi per le nuove assunzioni, alta formazione, servizi di welfare. Vabbè che adesso ha vinto Schlein, ma basta copiare. Anche perché è normale che in un enorme mercato europeo di mezzo miliardo di persone ci si sposti per cogliere le migliori opportunità di lavoro o di studio, come si fa da New York a San Francisco. Anche i giovani tedeschi, molti dei quali con un livello di istruzione elevato, lasciano la Germania. Ma in Germania sono molti anche gli arrivi. Come mai da noi non viene nessuno? Questa è la vera domanda.

E ai giovani talenti, alle ragazze e ai ragazzi, dobbiamo dire venite in Friuli Venezia Giulia perché il futuro è già qui ed è qui che investiremo sulle vostre capacità e le vostre attitudini. Valorizzandole. Per questo dobbiamo dar voce ai tanti giovani come Camilla, di 26 anni, che viene dal sud e studia a Gorizia ma i servizi per gli studenti, dalle mense agli alloggi, sono scarsi e pochissime le opportunità. È impegnata nell’associazionismo e nella rappresentanza studentesca e spera che la nostra terra possa accogliere e valorizzare le sue competenze. Come Elia e Francesco, che a 20 anni, all’Istituto Malignani di Udine hanno dato vita a una start-up, premiata tra le migliori in Europa, con la quale hanno ideato un sistema integrato di dispositivi hi-tech per ridurre gli sprechi d’acqua nell’irrigazione delle piante, incidendo sull’impatto ecologico. Come Lorenzo, triestino di 28 anni, uno dei cervelli in fuga che dopo la laurea a Trieste, si è laureato in economia a Vienna, ha fatto il dottorato in Belgio e ora esercita già la docenza ed è valorizzato, cosa qui da noi impensabile, ma sogna ancora che il Friuli Venezia Giulia possa diventare la regione delle opportunità, una regione “speciale” sul serio.

Ma questo significa che, ad esempio, una Regione con la nostra deve fare della connettività e della pianificazione della rete infrastrutturale funzionale ai flussi di risorse, la propria ragione di esistere. A cominciare dall’ammodernamento del sistema ferroviario, i cui disservizi sono ormai leggendari (e inaccettabili). Il vantaggio di un territorio ha sempre più a che fare con la quantità dei flussi (di finanza, tecnologia, conoscenza, talento, ecc.) che lo attraversano. E, ovviamente, dal grado di istruzione e dalla formazione dei suoi abitanti che resta la condizione per trarne vantaggio. Una regione è fatta anzitutto delle persone che la abitano. Ma ci torno.

Ci sono, infatti, possibilità che possono essere colte solo intensificando le relazioni e i flussi. Specie se si considera, solo per fare un esempio, che l’Italia resta uno dei terminali più significativi della proiezione cinese verso la regione euro-mediterranea. Tutto ciò, ovviamente, pone alla nostra Regione alcune sfide di adattamento. Ci sono culture che possono sostenere e approfittare di questa esplosione di contatti (con gli estranei e le loro strane idee) e culture che non ce la fanno. Non ce la fanno proprio ad avere a che fare con gli “altri”. E a cavallo del confine lo sappiamo bene, lo abbiamo visto e rivisto. Ma questo farà la differenza.

E noi dobbiamo proporci e di sollecitare questo sforzo collettivo. Perché oggi più le società sono aperte ai flussi commerciali, alle informazioni, alla finanza, alla cultura, all’istruzione, più sono disponibili ad imparare e a contribuire ai flussi, più è probabile che crescano con successo. È anche questo in ballo alle prossime elezioni. Anche agli anziani abbiamo dedicato tutta una serie di proposte nel nostro programma: dal co-housing al garante della Terza Età. Perché grazie al cielo viviamo più a lungo. Anche perché sono migliorate le condizioni economico- sociali e la disponibilità di nuove terapie. Non c’è ragione di disperarsi. Dobbiamo essere contenti.

Ma bisogna affrontare dei problemi. Se vuoi le funzioni di Francoforte avrai i problemi di Francoforte. Perché ad esempio, il numero degli anziani soli è sempre più in crescita. Inoltre, moltissimi non hanno figli, né altri parenti oppure persone amiche che possano prestare loro aiuto in caso di bisogno.

A Trieste il 48% dei nuclei familiari è composto da una sola persona e un buon 35% della popolazione della città ha più di 65 anni. Anziani come Gino, vedovo di 75 anni, che vive da solo alla periferia di Gorizia. L’inflazione e il caro energia lo hanno messo in difficoltà, ma quel che più lo angustia è il fatto di non poter trascorrere la vecchiaia in compagnia di qualcuno e, avendo la casa libera, ospiterebbe volentieri un giovane che studia o lavora.

Ovviamente, il trend demografico di invecchiamento della popolazione è all’origine anche dell’aumento della prevalenza dei malati cronici in Italia e in tutti i paesi avanzati. Una tendenza che rappresenta una sfida importante per la sostenibilità del nostro Servizio Sanitario Nazionale. Qui come altrove. Veniamo così ad un nodo cruciale. Nella nostra regione mancano molte cose, ma una più di tutte: una sanità che funzioni.

I pronto soccorso sono al collasso, i nostri ospedali hanno medici e infermieri che si prodigano, ma non c’è stato il salto di qualità necessario. Bisogna cambiare.

Per questo vogliamo dare voce a Luigi, 30 anni, di Udine, che fa l’infermiere in un Pronto Soccorso e pensa di licenziarsi perché ogni giorno è alle prese con la frustrazione che gli deriva dall’impossibilità di assistere i pazienti come vorrebbe. Vogliamo dar voce a Laura, 45 anni, mamma di Giovanni, un adolescente che dopo il Covid fatica a rientrare a scuola e ad uscire di casa. Laura non sa a chi chiedere aiuto. Ha provato prima a scuola, poi al Distretto sanitario e alla fine si è arrangiata e ha trovato uno psicologo, ma non sa per quanto potrà sopportare la spesa. Il fatto è che il Covid ha acuito e messo sotto gli occhi di tutti la necessità di costruire la sanità del futuro. Che non ha niente a che fare con l’esercizio di ridisegnare continuamente il perimetro e la denominazione delle aziende sanitarie. Anzi, proponiamo un una moratoria. Lasciamo stare le aziende e pensiamo finalmente alle persone: ai pazienti, alle famiglie, al personale.

La riforma avviata nel 2015 di fatto anticipava quanto previsto oggi dal PNRR. Si era avviata la costruzione di una sanità territoriale con la consapevolezza che fosse anche necessario creare i luoghi ove realizzare in modo integrato le risposte ai bisogni primari di salute delle persone: quelle strutture di coordinamento tra ospedali e territori come gli ospedali di comunità e i presidi ospedalieri per la salute. Nel 2018 si è scelto di buttare via il bambino con l’acqua sporca col risultato che oggi si stanno riscontrando gravissime criticità: mancanza di personale e una scarsa efficienza dei servizi che sono la spia di una assenza di visione strategica e organizzativa generale.

Siamo non per caso tra le regioni che hanno il numero più alto di medici a gettone. Il personale è stanco e demotivato. Il che, aggiunto, alle criticità derivanti dal mancato potenziamento della sanità territoriale comporta una ricaduta negativa sul servizio ai cittadini. Allungamento dei tempi d’attesa, tempi biblici in pronto soccorso, e la riduzione dei servizi territoriali come la salute mentale, le problematiche dei minori, la continuità assistenziale (pazienti seguiti anche dopo le dimissioni ospedaliere) sono sempre più giustamente sotto accusa da parte delle associazioni che rappresentano i cittadini. La questione cruciale è il personale.

Personale che è calato dal 2018 ad oggi e che deve ovviamente essere incrementato con nuove assunzioni che però non bastano se non si migliorano le condizioni lavorative che renderebbero più attrattive le nostre aziende sanitarie. È necessario sviluppare contestualmente una programmazione sanitaria che permetta di rivedere l’organizzazione per renderla più efficiente.

Le aziende devono tornare ad essere più attrattive per i professionisti e questo vuol dire investire sull’organizzazione e sulle competenze manageriali di chi deve guidare queste organizzazioni a partire dalla Direzione regionale. Non si fa che parlare di territori. Dobbiamo parlare e prenderci cura delle persone. Della loro salute, della loro istruzione, delle loro iniziative. Una regione, ripeto, è fatta delle persone che la abitano. E poi, visto che da Zaia si copia tutto, copiamo anche la legge del Veneto per abbattere le liste d’attesa, i tempi di attesa per le prestazioni. O quella no?

E tra gli “invisibili” a cui vogliamo dare voce ci sono anche i tanti imprenditori che scommettono sul futuro lottando contro la cultura del “No se pol”. Andrej, un giovane triestino, ha sviluppato addirittura un videogioco in cui bisogna schivare degli zombie che, al grido di «no se pol», inseguono chiunque abbia una buona idea.

Ma bisogna instaurare un rapporto positivo con l’innovazione. Come dimostra l’esempio dell’Olanda, un paese grande meno della somma di Lombardia ed Emilia Romagna con un clima non proprio favorevole, che è incredibilmente il primo esportatore mondiale di pomodori e il secondo esportatore mondiale di cibo (dopo gli Stati Uniti, 236 volte più grandi), la strada vincente non è quella dello sfruttamento dei braccianti ma quella dell’innovazione tecnologica (ad esempio, coltivazioni idroponiche) che significa usare meno acqua, meno energia e meno pesticidi e cioè il doppio del cibo con la metà delle risorse. Solo la ricerca abbinata al mercato può consentirci di affrontare le sfide del futuro. Il preside di scienze agrarie dell’Università di Waningen è anche responsabile di diverse unità coinvolte nella ricerca commerciale a contratto.

Anche perché il mondo è alla vigilia di una nuova rivoluzione industriale, stavolta una rivoluzione digitale, il cui impatto sarà più grande di quella di prima. Quando cambia il modo di produzione cambia tutto. Senza contare che la prima rivoluzione ha cambiato il mondo rimpiazzando i muscoli. Ma stavolta la rivoluzione industriale si accinge a rimpiazzare il cervello umano.

Non sarà l’intervento massiccio dello stato invocato dal segretario della Cgil a sistemare le cose. La ricchezza si crea nel settore privato e si crea nell’impresa. Dipenderà come sempre da quei “matti” che scommettono sul futuro, puntano sul quel che credono di vedere e altri non vedono, investono, rischiano e producono, riuscendo a sfuggire agli zombie del “No se pol”. Dipenderà dal loro entusiasmo e dal loro ottimismo.

Si può. Vedo laggiù il mio amico Roberto Siagri che da un paesino della Carnia, con Eurotech, una multinazionale tascabile che produce supercomputer Green ad alta capacità di calcolo e ad alta efficienza energetica, ha dimostrato che si può. E se si può ad Amaro, si può dovunque. Aiutiamoli.

Vogliamo rappresentare i loro sogni. In America, ha scritto Antonio Funiciello, da Lincoln in poi, i soggetti del bipartitismo statunitense si sono definiti in relazione al sogno americano, concepito un un’ottica espansiva e includente: «Un sogno che univa senza dividere; un sogno da fare insieme», che funziona appunto «quando non nega ad alcuno di potercela fare». È un punto dirimente, con il quale tutti, la destra sovranista dei tassisti e dei balneari e la vecchia sinistra “tassa e spendi”, sono chiamati a fare i conti. Noi ci siamo. Per far spazio ai sogni di Lorenzo, di Camilla, di Elia, di Francesco. E come dicevano i vecchi friulani in procinto di emigrare verso luoghi lontani, «anin fruts, anin frutis, che varin fortune».

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