IN PRIMO PIANO

Populista, confuso, radicale: questo è un altro Pd – Il Foglio, 2 ottobre 2023

All’opposizione da qualche mese per la prima volta in molti anni, il Pd  “sembra aver perso sotto la ‘guida’ di Schlein tutto l’aplomb governativo  che aveva coltivato dagli anni Novanta del secolo scorso”, ha scritto  Vittorio Emanuele Parsi a proposito del tentativo della segretaria dem di  sfilare il suo partito dal sostegno all’impegno (preso da tutti i governi  appoggiati dal Pd) di arrivare a investire nella difesa almeno il 2 per  cento del pil.

Il “richiamo della foresta” delle sue origini movimentiste,  osserva Parsi, rischia di trasformare il Pd “nel rimorchio delle delle  iniziative del radical-populismo dei pentastellati in salsa contiana”: “Mi  pare che più che verso un ‘campo largo’ Schlein stia trascinando il  partito verso un ‘campo minato’, senza però conoscere l’ubicazione delle  mine, con esiti pericolosi per il Pd e per il paese, che di un’opposizione  responsabile e credibile ha disperatamente bisogno, se non si vuole che  la democrazia dell’alternanza si riduca a una mera formula”.  Anche Luciano Capone, dato che Schlein si è detta favorevole a sostenere  un eventuale referendum abrogativo del Jobs Act minacciato dalla Cgil,  ha affrontato la questione: “C’è ormai una costante nella linea del Pd  rispetto alla politica economica: è contrario a ciò che ha fatto ed è a  favore di ciò che ha contrastato. Inevitabilmente. Può metterci uno o  dieci anni, ma di sicuro il Pd in un certo arco di tempo arriva a  sostenere, con la stessa convinzione, l’opposto di quello che sosteneva  prima”. Vale per le spese militari, la riforma del lavoro, il salario  minimo, il reddito di cittadinanza, il decreto Dignità, ma vale anche per  il tic forcaiolo del populismo penale riattivato dalla tragedia di Brandizzo  di cui ha scritto Ermes Antonucci: “Ad agitare la forca è stato subito il  Partito democratico, che per bocca della sua capogruppo alla Camera, 

Chiara Braga, ha invocato l’introduzione di un nuovo reato, l’omicidio  sul lavoro, già prevista in una proposta di legge depositata in Parlamento  dalla deputata dem”. E vale anche per i due populismi simmetrici che  emergono dal dibattito sull’autonomia di cui ha scritto Piercamillo  Falasca: “C’è stato un tempo in cui le istanze federaliste erano serie e  diffuse sia a destra sia a sinistra, perché si partiva dal presupposto che  avvicinare il luogo delle decisioni al cittadino aumentasse il livello di  responsabilità della politica e ingenerasse un processo di competizione  virtuosa tra territori, ‘costretti’ a migliorare la propria offerta di servizi e  a ridurre il carico fiscale per attrarre residenti e imprese. C’è stato un  tempo, cioè, in cui si è sperato che il federalismo potesse non solo  liberare il Nord dalle zavorre di uno Stato iperburocratizzato e  autoreferenziale, ma anche porre il Mezzogiorno di fronte alla sfida della  modernità e dell’autodisciplina, stimolando anche un rinnovo della sua  classe dirigente”. Di quella grande illusione oggi non resta molto (“il  dibattito sulla cosiddetta ‘autonomia differenziata’ verte solo su un  punto, la spartizione della torta”, scrive Falasca) e lo stesso vale per le  altre riforme istituzionali: con il ritorno allo slogan insulso di 40 anni fa  secondo il quale “la Costituzione va attuata prima di modificarla”,  Schlein ha chiuso la questione. Insomma, se c’è stato un tempo in cui la  sinistra postcomunista poneva al primo punto del proprio programma il  tema della riforma dello Stato, e cioè “di una riforma costituzionale di  ampio raggio, che parta dai supremi organi costituzionali e dalle leggi  elettorali ma che arrivi fino all’erogazione dei servizi pubblici ai  cittadini”, ora quel tempo non c’è più.  

Non bisogna sorprendersi. Se proviamo a connettere i tanti frammenti  sparsi, come in quel vecchio gioco per bambini presente in tutte le riviste  di enigmistica che consente di svelare la figura nascosta unendo i puntini  nell’ordine numerico corretto, che cosa emerge? Viene a galla quel che  sappiamo da tempo: che il Pd del Lingotto non c’è più, che il tarlo 

populista e la deriva identitaria hanno stravolto il progetto originario di  Veltroni, che la cultura liberaldemocratica e liberalsocialista non è più  una componente fondamentale della cultura politica del Pd, che temi  fondamentali alla base del progetto dell’Ulivo e della nascita dei Ds e  dello stesso Pds di Achille Occhetto (che, ad esempio, potevano vantare  una solida e coerente tradizione a favore del rafforzamento della nostra  forma di governo e del superamento del bicameralismo) sono stati  ripudiati.  

Com’era prevedibile, “derenzizzare” il Pd non ha significato soltanto  togliere di mezzo un leader, ma rimettere in discussione la collocazione  del partito nella cultura liberal-socialista, intravista per la prima volta al  Lingotto da Walter Veltroni e diventata maggioritaria con Renzi. Tutta  colpa di Elly Schlein? Neanche per idea. Come ha osservato argutamente  Arturo Parisi, “non è la nuova segretaria Schlein che cancella la storia  del Pd ma è la cancellazione del vecchio Pd con la sostituzione di un  Nuovo Pd che ha consentito l’elezione di Schlein”. Già la piattaforma di  Nicola Zingaretti non aveva niente a che fare con quella del “vecchio” Pd.  Stando alla mozione con la quale Zingaretti ha vinto il congresso, la  sudditanza ideologica al neocapitalismo dei governi del Pd andava  superata in nome della riscoperta dell’anticapitalismo che tornava così  ad essere la cifra identitaria di un partito di sinistra, nella convinzione  che oggi la contrapposizione non sia quella tra europeismo liberal progressista e populismo, ma tra sinistra e neoliberismo, all’interno  della quale il populismo sarebbe solo una febbre passeggera utilizzabile  proprio perché attraversato da elementi di sinistra “anticapitalistici”.  Non è un caso che ciò che resta della vecchia sinistra abbia da tempo  sdoganato l’intesa con i populisti del M5s. Goffredo Bettini, ad esempio,  teorizza da tempo la necessità “che la sinistra esca dai binari di un  inseguimento costante e subalterno a ogni forma di innovazione (…)  Occorre l’incontro, in una sorta di nuova teologia politica, tra il 

cristianesimo di Francesco e un nuovo socialismo integralmente  umano”. 

La cosa non deve sorprendere. Il post-Pd di Schlein si sta radicalizzando  come previsto ma questo non lo porta dalle parti del Labour di Corbyn o  della Spd di Scholz (la socialdemocrazia è un compromesso liberal socialista dagli anni 50). Lo riporta dalle parti di Berlinguer. E non può  essere altrimenti per una sinistra che socialdemocratica non è mai stata.  Non è un mistero per nessuno che il Pci non era un partito  socialdemocratico e non voleva diventarlo; che l’austerità che gli italiani  dovevano abbracciare come visione e stile di vita doveva essere la  premessa di un radicale cambiamento del modello di sviluppo fuori dal  quadro e dalla logica del capitalismo; che l’attacco all’individualismo era  centrale nella cultura del partito ed il superamento del capitalismo e  lotta all’imperialismo americano erano opzioni ideologiche di fondo e, in  quanto tali, del tutto estranee alla tradizione politica occidentale  (Antonino Tatò, tra i principali collaboratori di Berlinguer, arrivava  addirittura a sostenere che l’Urss fosse “comunque superiore alle  socialdemocrazie”). 

Non è poi un segreto che di fronte alla discesa in campo di Berlusconi, la  sinistra postcomunista abbia finito per abbracciare una concezione della  politica in chiave sempre più etico-giudiziaria (non estranea, appunto, a  una cultura politica tardoberlingueriana incardinata sull’orizzonte della  

diversità) e che anziché proseguire nel riesame della propria storia ne  abbia sposata un’altra, quella di un azionismo moraleggiante. E non  deve sorprendere che chi non ha ancora elaborato il lutto dal crollo del  mondo comunista torni alle origini evangeliche dell’antiliberalismo nei  paesi latini. La visione di Bettini di una democrazia “organizzata”, sobria  e frugale, dove il partito accudisce le masse perché non perdano l’anima  seguendo le tentazioni del capitalismo e del consumismo, porta,  appunto, quell’impronta. Non è un caso, infatti, che abbiamo a che fare 

con due peronismi, uno a destra e uno a sinistra. Schlein può anche  ispirarsi ai radical americani e ad Alexandria Ocasio-Cortez, ma,  fatalmente, tutte le cose americane, in Italia, diventano rapidamente  sudamericane.  

Colpisce il silenzio dei riformisti del Pd? Fino a un certo punto. È sempre  stata grama la vita dei riformisti, molti se ne sono andati e quelli rimasti  sono stati progressivamente emarginati. I più, come Guido Maineri, il  protagonista di un vecchio film dei fratelli Taviani, “San Michele aveva  un gallo”, per vincere lo sgomento della segregazione, hanno riempito la  propria cella di fantasie solitarie, fingendo di trovarsi nel mezzo dei  dibattiti politici e di assistere al trionfo della rivoluzione. Ma quando,  dopo dieci anni, durante il trasferimento in un’isola della Laguna,  Maineri incrocia una barca che porta in galera altri sovversivi e scambia  con loro qualche parola, convinto di trovare in loro un comune sentire e  di poter riprendere insieme quel dibattito che per anni ha proseguito da  solo, scopre che il suo idealismo utopico e i suoi metodi di lotta non sono  affatto condivisi, ma anzi sconfessati se non addirittura irrisi da quella  nuova generazione di ribelli. Per Maineri non c’è più posto, così  preferisce annegarsi in Laguna. È successo (in senso ovviamente  metaforico) a molti.  

Eppure, la transizione italiana (e la sinistra italiana in modo particolare)  si è ispirata all’idea di “fare come in Europa”. E il Partito democratico  doveva servire proprio al pieno “ricongiungimento” dell’Italia all’Europa.  Un ricongiungimento ancora incompiuto, perché limitato (parzialmente)  alle culture politiche e (parzialmente) alle regole della competizione  elettorale. “Al pieno ricongiungimento all’Europa – scriveva Giorgio  Tonini – manca un terzo pilastro, che è per l’appunto quello dei soggetti  politici”.  

Ma se non va bene il Jobs Act ispirato alle socialdemocrazie scandinave,  se non vanno bene riforme istituzionali in grado di favorire 

l’affermazione di una moderna democrazia dell’alternanza di tipo  europeo, se non va bene la decisione di investire nella difesa come fa la  Germania (che ha deciso di investire cento miliardi di euro subito e più  del 2% del pil tedesco ogni anno), se si nega all’Italia la possibilità di  innovarsi come i Paesi Bassi che investono sulla carne coltivata per  diventare un hub globale della nuova tecnologia, dove si colloca il Pd, da  qualche parte tra la Bolivia e il Paraguay o a ovest di Paperino? Poi dice  che uno si butta a destra!, direbbe Totò. È così strano che il centro se lo  sia mangiato Giorgia Meloni? 

Va da se che gli elettori del Pd sono liberissimi di scegliere una sinistra  minoritaria sul modello di Mélenchon o di quella sudamericana,  storicamente dominata da correnti radicali, rivoluzionarie o populiste.  Ma non è un problema solo del Pd. È un problema del Paese che di  un’opposizione responsabile e credibile ha disperatamente bisogno, se  non si vuole, come scrive giustamente Parsi, che la democrazia  dell’alternanza si riduca a una mera formula. So bene che anche la linea  di molti dei cattolici del Pd come Franceschini va nella stessa direzione e  punta, in modo pragmatico (e cinico), a romanizzare i barbari. È una  linea che ha ispirato la storia della Dc. In fondo, si dice, la nostra  Repubblica parlamentare “trasformista” ha digerito e integrato tutto  (confessionalismi, comunismi, socialismi, populismi, postfascismi) e  oggi ci regala addirittura una destra euroatlantica. Questo conta, poche  balle. Ma si tratta di un approccio che oltre ad avere un prezzo (se si  trattano gli italiani come eterni bambini, si comporteranno da bambini),  rifiuta di considerare una realtà spiacevole: il padre non c’è più. E senza  padre non ci potrà più essere il paternalismo. Lo scriveva nel lontano  1992, Bruno Anastasia in un articolo intitolato “La fine del paternalismo  democratico”. Era quel che prometteva, allora, “la grande slavina” e che  presupponeva la rivoluzione del maggioritario. 

“Il vecchio ‘equilibrio’ – così pare a me, scriveva Anastasia – ha di certo  padre e madre. Si chiamano il Pci e la Chiesa cattolica. Personalizzando  un pò e politicizzando di più si può dire Alcide DeGasperi e Palmiro  Togliatti”. I due “vedevano bene la condizione dell’Italia. Sia quella  economica (da ricostruire: ma come è noto per l’economia ogni  ricostruzione più che una disgrazia è una opportunità) sia soprattutto  quella culturale: il ventennio fascista, lavorando su masse largamente  analfabete aveva messo in giro – senza che potessero esser troppo a  fondo contrastate – tante di quelle tossine, di quelle stupide idee (…) che  tentar di raddrizzarle si presentava come un grosso problema”.  Insomma, Togliatti e De Gasperi “pensarono che i loro concittadini  andassero presi per quello che erano, ma bisognava difenderli da se  stessi, dalla loro profonda ignoranza, dal rischio che prendendo lucciole  per lanterne si affidassero a qualche altro santone capace solo di  mandarne a migliaia a morire in Grecia senza neanche scarpe decenti.  Insomma, i cittadini andavano tutelati. E chi li poteva tutelare se non i  partiti (i due grandi partiti) e i loro sindacati? Certo la tutela doveva  avvenire salvando le forme. Vale a dire che, siccome il popolo è sovrano,  bisognava trattarlo da sovrano pur sapendo benissimo che il sovrano,  lasciato a se stesso, si sarebbe cacciato in un’infinità di guai e sarebbe  morto di fame”. La Costituzione italiana, scriveva Bruno Anastasia, è il  “prodotto logico” di questi retropensieri. E nello iato tra costituzione  “materiale” e costituzione “formale”, “fino a ieri i partiti hanno fatto (più  che discretamente) il loro mestiere: raccordando istituzioni e società  civile, fornendo tutela, ricavando consenso e tollerando benevolmente  ignoranze e ipocrisie”. Ma poi, per usare la metafora di Anastasia, i figli  sono insorti: “hanno scoperto che il padre oltre essere diventato vecchio  e arteriosclerotico ha anche un costoso ‘vizietto’” e hanno deciso di  metterlo in casa di riposo.

Già allora, nel ’92, Anastasia si chiedeva: “Chissà se l’Italia è un paese  maturo, in cui si può ritenere che i cittadini sappiano ragionevolmente  autogovernarsi e provvedere a se stessi, alla loro comunità, alle loro  associazioni d’interessi, componendo civilmente e democraticamente gli  inevitabili conflitti (dovuti per tre quarti agli errori del passato e per un  quarto alla gestione dell’innovazione)?”. Solo così, infatti, si sarebbe  potuto pensare a partiti snelli, veloci canali di comunicazione di istanze e  progetti, e ad un’Amministrazione a cui affidare sostanzialmente oltre i  compiti tradizionali (ordine pubblico, giustizia, ecc.) solo lo zoccolo duro  del welfare (sanità, previdenza, ecc.). Al resto, avrebbero pensato i  cittadini, organizzandosi.  

Ma non è andata così. È siamo diventati come Macondo, il luogo dove  ogni cosa torna su se stessa, dove gli stessi eventi si ripresentano più  volte e senza via di fuga, dove anche col passare del tempo i personaggi  non cambiano mai. Questa condizione claustrofobicamente ciclica del  tempo che, per Gabriel Garcìa Màrquez, era l’emblema del popolo  colombiano, incapace di evolversi e di togliere le catene che lo legano a  questo circolo vizioso, è diventata anche la nostra. Macondo, come  spiegava Garcìa Màrquez, “más que un lugar del mundo, es un estado de  ánimo” e la soledad si presenta come “l’opposto della solidarietà”, un  problema che, scriveva, acquista un carattere politico poiché “non è la  solitudine individuale il punto, ma una certa solitudine, diciamo  collettiva, la quale tuttavia proprio per il fatto di essere tale, marca  l’individuo uno per uno”. Per questo non ci sono praterie di elettori  moderati da occupare. Dopo tante “rivoluzioni liberali” molte volte  promesse altrettante volte rinviate e contraddette, c’è da attraversare un  deserto fatto di solitudine, ciclicità, accettazione fatalistica. E rimettere  insieme i cocci non sarà facile. Il Pd ha abdicato, il Terzo Polo è  naufragato. Ma bisogna riprovarci: “the game is only lost when we stop  trying”. L’Italia ha bisogno di un partito in grado di presidiare il terreno 

dell’apertura e della modernità e valorizzare il potenziale economico  esistente nel nostro paese scommettendo sull’innovazione, gli  investimenti privati, i capitali stranieri, la ricerca, la produttività, la  concorrenza, il commercio internazionale, la lotta per avere salari più  alti. Si tratta di dare uno sbocco a necessità reali, guardando oltre il  breve periodo. Il cambiamento, si sa, è sempre la cosa più folle e  impensabile, finché non avviene.

You may also like
Europa, è il momento di unire le forze – www.stradeonline.it, 17 luglio 2017
Comunicazioni del Presidente del Consiglio dei ministri in vista del Consiglio europeo del 15 e 16 ottobre 2015 e conseguente discussione. Intervento in dichiarazione di voto. Seduta del 14 ottobre 2015.
«Storia di Zuzana Caputova. Perché le elezioni slovacche ci riguardano» – Il Foglio, 16 marzo 2019