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Il sonno della memoria (e l’aggressione dell’Ucraina) – Il Riformista, 29 aprile 2022

L’Italia ha condannato se stessa ad una singolare patologia, ha scritto Barbara Spinelli in un bel libro di diversi anni fa: quella della “smemoratezza patteggiata” o della “reminiscenza vendicativa”: “D’un tratto il ricordo fa ritorno, ma solo perché in quella particolare circostanza torna utile”, scriveva Spinelli, cosicché “per natura calcolatrice, la memoria nazionale si accende e si spegne come una lampadina che è sempre sul punto di bruciarsi. Le parole stesse, le esperienze di cui esse sono la traduzione, perdono ogni rapporto con la realtà evocata”.

Va da sé che la “selettività” dei ricordi qualche problema lo crea, come rivela il sostanziale vuoto di pensiero sul significato storico del 1989. E questo rimanda alla difficoltà di fare i conti con il passato criminale dei regimi comunisti, di mettere su un piano di parità le vittime del fascismo e quelle del comunismo, di dare all’anticomunismo la medesima dignità dell’antifascismo, di riconoscere insieme gli orrori di Auschwitz e quelli della Kolyma. Da qui il duro atto d’accusa dal parte della giornalista e saggista contro la sinistra, incapace di avere il “coraggio della memoria”.

La questione centrale del nostro tempo, scriveva allora Barbara Spinelli (il libro è del 2001), “riguarda il secondo patto delle memorie che dovrà fondare l’unione allargata del primo decennio del 2000”: “La questione concerne la guerra fredda contro il totalitarismo comunista: la sua legittimità, la sua necessità, e per finire il significato della Liberazione dell’89. Perché abbiamo combattuto e valeva la pena di insistere nella battaglia che l’Occidente condusse non solo su scala continentale ma mondiale? Valeva la pena sentirsi solidali dentro un’Alleanza che si proponeva di contenere il comunismo ricorrendo ad un complesso e non sempre trasparente impiego di mezzi? Aveva senso opporgli un modello antitetico di convivenza civile, di idee, di relazioni internazionali? E i comunisti occidentali che quasi sempre avevano fiancheggiato l’URSS e le sue politiche imperiali in Europa e nel Terzo Mondo: fu giusto escluderli con inflessibilità dall’area del potere, giudicarli avversari non solo antinazionali, ma antieuropei, antioccidentali? È la risposta a queste domande elementari che manca nei Democratici di sinistra: pericolosamente per il loro presente e il loro futuro. Perché il loro coraggio è ormai attestato dopo la crisi balcanica, ma la valutazione delle battaglie combattute dalle democrazie – battaglie condotte con i metodi della dissuasione nucleare, dell’esclusione dei PC dal potere, della contrapposizione intellettuale – resta claudicante, solo parzialmente memore. È talmente lacunosa che in alcuni momenti non si capisce neppure la vasta gioia provocata dalla caduta del Muro. Non si capisce se fu gioia perché il secondo totalitarismo era stato vinto grazie alla tenacia liberale – tenacia dei dissidenti e di ostinati antitotalitari a Ovest; ma anche  tenacia di chi a Est sognava consumi di tipo occidentale, più egualitari – o se fu gioia perché lo scontro tra CIA e KGB era una buona volta terminato, e con esso l’assurda, tuttora incompresa esclusione dei PC dai governi. Che simile malinteso continui a sussistere è confermato dalla difesa che si fa sinistra della politica di Berlinguer durante gli anni Settanta-Ottanta, e dalla tendenza a mettere sullo stesso piano le attività del KGB e della CIA (…) Altri si misero a sognare l’impossibile a occhi aperti – come sarebbe stato bello se l’Italia nel dopoguerra avesse potuto scegliere la neutralità svizzera! – e denunciarono la duplice mutilazione della sovranità nazionale imposta durante la guerra fredda dall’America e dall’Unione Sovietica, dai dollari come dall’oro di Mosca, pari corruttori”.

Ho richiamato questo brano de “Il sonno della memoria” perché quando, dal 23 al 25 aprile 1999, i capi di stato e di governo dell’Alleanza si riunirono a Washington per celebrare il 50esimo anniversario della NATO,  toccò a Massimo D’Alema rendere omaggio, nella stessa sala in cui venne firmato il Trattato Nord Atlantico, ad un risultato eccezionale: cinque decenni di pace e di sicurezza in Europa.

“Il primo mezzo secolo di vita, mezzo secolo di pace e di sicurezza in un’Europa che in questo secolo ha vissuto due devastanti guerre mondiali, è un grande successo per l’Alleanza atlantica. Ma la NATO che oggi celebriamo è stata ed è ancora molto di più. È l’Alleanza politica che contribuisce a sostenere i valori condivisi della democrazia, della libertà, del rispetto dei diritti umani e dello Stato di diritto. Questi sono i valori che ci uniscono, questi sono i valori che devono essere alla base di un nuovo ordine mondiale”, esordì Massimo D’Alema.

“Sono questi i valori che hanno prevalso nella lunga sfida della Guerra fredda. Oggi questa sfida è ancora aperta, anche se in modo nuovo, e la NATO è chiamata a nuovi compiti e nuovi progressi”, precisò l’allora presidente del Consiglio italiano: “L’Alleanza del XXI secolo sarà molto più grande di oggi. Abbiamo tutti accolto con amicizia i nostri nuovi alleati, Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca. Questi nuovi alleati si sono uniti alla comunità delle democrazie, ma non dobbiamo dimenticare altri popoli, altri paesi che guardano con fiducia all’Alleanza atlantica e sperano che le nostre porte rimangano aperte”.

La NATO, sottolineò l’allora capo del governo “è diventata sempre più una forza collettiva per la pace, la stabilità e la sicurezza, una comunità che difende i diritti umani ed è coerente con i principi della legalità internazionale, una forza in grado di cooperare con le istituzioni internazionali, l’ONU e l’OSCE, in grado di sviluppare una forte cooperazione con la Russia, l’Ucraina e gli altri paesi con i quali intendiamo cooperare per la pace”. “L’Unione europea deve assumersi sempre più le proprie responsabilità in seno all’Alleanza”, ribadì perciò D’Alema. “Più lo farà, più la NATO sarà ancorata a un partenariato transatlantico condiviso ed equilibrato, un’Europa più unita e più forte, accanto a un’America amica che è una potenza indispensabile per la nostra sicurezza e per la pace nel mondo”.

D’Alema si soffermò inoltre sulla “sfida difficile” che allora stava affrontando l’alleanza: “È stato necessario ed è ancora necessario usare di nuovo la forza in Europa per costruire una pace giusta”. Raccontò di aver visitato il confine tra Kosovo e Albania e di essere stato con i volontari italiani che in loco accoglievano e assistevano i rifugiati: “Con i miei occhi ho visto i trattori, ho visto le donne, i bambini e gli anziani, ho visto queste persone ferite nei loro corpi, private di tutto, non solo dei loro cari, ma perfino dei documenti di identità, le targhe automobilistiche erano state strappate dalle loro auto in modo da cancellare qualsiasi collegamento con la loro patria e le loro case. Non avremo pace finché queste persone non saranno in grado di ritornare a casa in pace e serenità, come rispettati cittadini del loro paese, e non avremo pace finché i soldati che li hanno mandati via non saranno respinti”.

“Questo è il nostro impegno e per questi obiettivi e valori l’Italia svolgerà il suo ruolo all’interno dell’Alleanza. Sarà un alleato forte e sincero, capace di assumersi le proprie responsabilità”, concluse. Allora D’Alema era il capo del governo e indossava i panni atlantici che poi ha dismesso (il D’Alema blairiano e liberale è durato poco). Si tratta, tuttavia, di un discorso che, vista l’aria che tira, vale la pena di leggere. Proprio perché siamo ancora lì. Dal momento che del vecchio internazionalismo pacifista (che non era stato, scriveva Spinelli, “una scelta cosmopolita, una lotta transnazionale per i diritti dell’uomo, ma il consenso spesso entusiasta alle aggressioni belliche di Mosca e ai delitti del comunismo in Europa e nel mondo, in Ungheria come nella Cambogia di Pol Pot, che il comunismo italiano aveva festeggiato con fervore fino a quando il genocidio divenne evidente anche ai ciechi”) non ci si disfa “come ci si disfa di un cappotto perché la stagione nel frattempo è cambiata: e non senza qualche orgoglio spensierato, leggero, per i peccati di gioventù”. Non è un caso che mentre Putin invade, bombarda, minaccia, pretende pezzi dell’Ucraina (e ora della Moldavia), pone ultimatum, ci sia parecchia gente convinta che siamo noi a volere la guerra, che sia Biden a doversi fermare e che il nemico sia chi arma chi resiste e non chi invade con missili e cannoni.

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