Monthly Archives: Nov 2017

GIORNALI2017

Il Foglio, 30 novembre 2017 – L’importanza del compromesso politico spiegata con la lezione tedesca

In Germania i liberal-democratici e la SPD devono trovare il coraggio di spiegare alla gente perché l’accordo in cui ciascuna parte rinuncia a qualcosa in favore dell’altra è vitale per la democrazia

Quello che Anna Sauerbrey, sul New York Times, ha definito “il più assurdo ‘mic drop’ nella storia della Germania”, non è che un altro esempio del “pericoloso assolutismo politico”, l’atteggiamento cioè di chi vuole imporre la propria volontà “immacolata” senza accettare opposizioni, che sta travolgendo le democrazie del mondo.

In un certo senso, la Germania sta diventando un po’ più normale. Del resto, la polarizzazione del sistema politico, lo scontro permanente, non sono un’esclusiva dell’Italia (la hyper-partisanship, si sa, ha paralizzato Washington e polarizzato l’America) e sono anche il prodotto di forze profonde (economiche, sociali, tecnologiche) che stanno rimodellando le nostre società. E sarebbe sbagliato forzare l’interpretazione di quel che è successo. La Repubblica federale tedesca non è Weimar e resta uno dei sistemi politici più stabili del mondo. Angela Merkel è più debole ma è ancora in sella e la Germania è ancora molto lontana dalle cose che vediamo intorno a noi. Niente a che vedere, per capirci, con Trump o con la Brexit. Ci potrà essere una fase di sbandamento, ma alla fine qualcuno disposto ad accogliere l’appello del presidente Frank-Walter Steinmeier a “riconsiderare il proprio atteggiamento” si troverà, altrimenti ci saranno nuove elezioni che potrebbero rimescolare le carte. In fondo, Alternative für Deutschland (AfD), che ha ottenuto il 12,6% dei voti a settembre, potrebbe aver sfruttato al massimo le sue potenzialità elettorali.

Il punto è che il sistema politico tedesco è basato sulla disponibilità al dialogo e sulla disposizione a raggiungere un compromesso, un accordo. Tutti governi tedeschi dal 1949 sono stati governi di coalizione e finora il sistema ha sempre funzionato. L’ascesa del populismo ha però complicato le cose e non solo in termini aritmetici. La decisione di Christian Lindner, leader del Partito Liberale Democratico (FDP), di rovesciare il tavolo del negoziato, dimostra che la AfD ha alterato in modo determinante il gioco politico: è riuscita a screditare il compromesso come valore fondamentale della democrazia. Insomma, anche in Germania l’accordo è diventato “inciucio”.

Quando, durante la conferenza stampa, gli è stato chiesto perché avesse abbandonato i negoziati, Lindner ha elencato una serie di temi rispetto ai quali il suo partito non è riuscito ad ottenere quel che voleva. Gli altri partiti, ad esempio, avrebbero raggiunto un accordo (solo) sull’eliminazione graduale della “Soli” (una tassa addizionale istituita nei primi anni ‘90 come misura temporanea per sostenere l’economia delle regioni della ex Germania Est; stando ai sondaggi, più dell’80% dei tedeschi ritengono di aver pagato abbastanza per questo scopo) e non sulla sua immediata abolizione. Il FDP ha anche tentato di porre dei limiti all’immigrazione, ma i Verdi hanno insistito su una serie di deroghe per ragioni umanitarie. Si tratta, ovviamente, di compromessi assolutamente normali e necessari, ma i liberal-democratici temono, a quanto pare, che l’AfD vada a dire ai loro elettori che il partito li ha svenduti pur di andare al governo. Va da sè che l’improvvisa interruzione dei negoziati è una sfida per il nuovo ruolo della Germania nel mondo e un colpo serio alla sua immagine di potenza stabile e responsabile. E non c’è dubbio che, paragonata alla posta in gioco a livello globale, la discussione su quando eliminare del tutto la “Soli” sembra davvero poca cosa.

 

 

 

 

 

 

Ma, come ha rimarcato giustamente Anna Sauerbrey, è proprio questo il punto. Non è anzitutto il disprezzo per quelle che sembrano preoccupazioni di poco conto, in nome del compromesso, dell’accomodamento, che ha nutrito l’ascesa del populismo? Lindner (che ha ricostruito i liberal-democratici dal nulla dopo la disfatta del 2013 che li ha lasciati fuori dal Bundestag) e gli altri (trovo che per una forza filoeuropea come la SPD la scelta di contenere i danni elettorali prendendosi una vacanza sia irresponsabile) devono trovare il coraggio (il libro di Kennedy sul «coraggio politico» resta un intramontabile long seller) non solo per raggiungere un’intesa, ma anzitutto per spiegare alla gente perché il compromesso, l’accordo in cui ciascuna parte rinuncia qualcosa in favore dell’altra, è vitale per la democrazia tedesca (e per ogni democrazia). Ma non è affatto detto che in Germania (come dappertutto) la paura di nuove elezioni o di un governo di minoranza, con tanto di echi weimariani, sia più forte dell’attuale ripugnanza per il compromesso politico.

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L’importanza del compromesso politico spiegata con la lezione tedesca – Il Foglio, 30 novembre 2017

In Germania i liberal-democratici e la SPD devono trovare il coraggio di spiegare alla gente perché l’accordo in cui ciascuna parte rinuncia a qualcosa in favore dell’altra è vitale per la democrazia

Quello che Anna Sauerbrey, sul New York Times, ha definito “il più assurdo ‘mic drop’ nella storia della Germania”, non è che un altro esempio del “pericoloso assolutismo politico”, l’atteggiamento cioè di chi vuole imporre la propria volontà “immacolata” senza accettare opposizioni, che sta travolgendo le democrazie del mondo.

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“LA RIPRESA DEL CENTRODESTRA. MA LA COALIZIONE È DESTINATA A FRANTUMARSI DOPO IL VOTO” – MESSAGGERO VENETO, 26 NOVEMBRE 2017

Alle regionali, a differenza di quel che accadrà a livello nazionale, dove investitura diretta di leader e programma di governo ce li siamo giocati col referendum e gli interventi della Corte costituzionale, vince le elezioni chi arriva primo. I cittadini possono, infatti, scegliere un leader e la sua maggioranza. Per questo sono necessarie coalizioni “larghe” (che non vuol dire aggiungere al PD di oggi un frammento del PD dell’anno scorso, quello degli scissionisti: saremmo sempre e solo al PD) ed è “cruciale” coinvolgere l’area centrista e moderata che rischia di essere risucchiata da Berlusconi.

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Messaggero Veneto, 26 novembre 2017 – LA RIPRESA DEL CENTRODESTRA MA LA COALIZIONE È DESTINATA A FRANTUMARSI DOPO IL VOTO

Alle regionali, a differenza di quel che accadrà a livello nazionale, dove investitura diretta di leader e programma di governo ce li siamo giocati col referendum e gli interventi della Corte costituzionale, vince le elezioni chi arriva primo. I cittadini possono, infatti, scegliere un leader e la sua maggioranza. Per questo sono necessarie coalizioni “larghe” (che non vuol dire aggiungere al PD di oggi un frammento del PD dell’anno scorso, quello degli scissionisti: saremmo sempre e solo al PD) ed è “cruciale” coinvolgere l’area centrista e moderata che rischia di essere risucchiata da Berlusconi. Il risultato in Sicilia conferma, infatti, la ripresa del centrodestra unito dopo una fase di offuscamento. Ma resta il fatto che si tratta di una “coalizione innaturale” che è destinata a scomporsi un secondo dopo il voto delle politiche. Lo vediamo ogni giorno. Per stare unito il centro destra deve parlare il meno possibile; e alla fine rischia di sembrare la vecchia Unione (di Prodi) con un unico collante a disposizione: l’antirenzismo. Ovviamente, nelle elezioni regionali temi come la collocazione internazionale, la moneta, il rapporto con l’Europa, essenziali per una coalizione di governo nazionale, finiscono in secondo piano. Ma non è naturale che Berlusconi prometta di essere “l’unico argine al populismo” alleandosi con Salvini. Non è naturale che un partito come Forza Italia, che rappresenta in Italia la grande famiglia del Ppe, scelga di presentarsi con un partito, la Lega, che vede Angela Merkel (che del Ppe incarna i valori) come il fumo negli occhi e vuole portare in Italia le idee di Marine Le Pen. Non è naturale che un partito che reputa l’euro una risorsa, la globalizzazione una cosa positiva (di cui mitigare semmai rischi e lati negativi), il protezionismo una sciagura e la Brexit un grave errore, si allei con un partito che ritiene l’euro una disgrazia, il protezionismo la ricetta giusta per combattere la globalizzazione e la Brexit (che ha condannato il Regno Unito all’irrilevanza) una scelta vincente. Vale anche per il PD, ovviamente. Non è naturale che il PD si proponga come argine al conservatorismo di sinistra alleandosi con quanti hanno osteggiato la rottamazione del conservatorismo di sinistra. Non è naturale che un partito che considera il Jobs Act l’elemento distintivo di una sinistra moderna, si allei con una sinistra che considera l’introduzione del Jobs Act un atto eversivo. Non è naturale che chi considera gli accordi commerciali il futuro dell’economia mondiale, Macron la guida dei progressisti europei, il grillismo e lo squilibrio tra politica e magistratura un pericolo per la democrazia, si allei con chi si oppone agli accordi commerciali, considera Macron un nemico, vede in Grillo un possibile alleato e vagheggia una Repubblica giudiziaria. Ci sono certo i livori personali, ma è un fatto che, come dimostrano le decisioni parlamentari più importanti (dal Ceta alla missione in supporto alla Guardia costiera libica), coalizioni alternative (ragionevolmente) omogenee di centrodestra e centrosinistra, semplicemente non esistono. Sappiamo, del resto, che oggi il vecchio spartiacque tra destra e sinistra è entrato in crisi e che la divisione è tra chi intende contrastare la globalizzazione ripristinando sovranità e frontiere nazionali e chi invece ne accetta la sfida attrezzando il proprio Paese per trarre dalla globalizzazione il massimo beneficio e indennizzando chi nella sfida perde qualcosa; sappiamo che (in tutta Europa) le elezioni locali tendono a ricomporre le vecchie alleanze, mentre quelle nazionali tendono a scomporre i vecchi schieramenti per crearne di nuovi, ma sappiamo anche che alle elezioni deve arrivare (a Roma come in Friuli) una coalizione ristrutturata e non un pantano. Deve arrivarci un centrosinistra che ha in mente qualcosa che va oltre i giochi di nomenclatura; in grado di offrire una proposta di governo responsabile, fondata su una visione (dello sviluppo economico e della società) al passo con i tempi; in grado di sollecitare l’adesione di quanti sono (apparentemente) lontani ma condividono priorità e senso di responsabilità e sanno che bisogna rispondere insieme alle grandi sfide della nostra epoca. La scommessa, anche in Friuli, non è quella di conquistare i voti dell’Italia che dice no (sanno già dove andare) ma quelli dell’Italia che dice sì, che sa che non si tratta di sfasciare tutto ma di continuare a costruire e che il percorso imboccato in questi anni non va rovesciato ma semplicemente migliorato. Come sempre.
Alessandro Maran
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Assemblea annuale di Libertàeguale – Orvieto, 2 e 3 dicembre 2017

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Anche in Germania l’accordo è diventato “inciucio”

Quello che Anna Sauerbrey, sul New York Times, ha definito “il più assurdo ‘mic drop’ nella storia della Germania”, non è che un altro esempio del “pericoloso assolutismo politico”, l’atteggiamento cioè di chi vuole imporre la propria volontà  “immacolata” senza accettare opposizioni, che sta travolgendo le democrazie del mondo.

In un certo senso, la Germania sta diventando un po’ più normale. Del resto, la polarizzazione del sistema politico, lo scontro permanete, non sono un’esclusiva dell’Italia (la hyper-partisanship, si sa, ha paralizzato Washington e polarizzato l’America) e sono anche il prodotto di forze profonde (economiche, sociali, tecnologiche) che stanno rimodellando le nostre società. E sarebbe sbagliato forzare l’interpretazione di quel che è successo. La Repubblica federale tedesca non è Weimar e resta uno dei sistemi politici più stabili del mondo. Angela Merkel è più debole ma è ancora in sella e la Germania è ancora molto lontana dalle cose che vediamo intorno a noi. Niente a che vedere, per capirci, con Trump o con la Brexit. Ci potrà essere una fase di sbandamento, ma alla fine qualcuno disposto ad accogliere l’appello del presidente Frank-Walter Steinmeier a “riconsiderare il proprio atteggiamento” si troverà, altrimenti ci saranno nuove elezioni che potrebbero rimescolare le carte. In fondo, Alternative für Deutschland (AfD), che ha ottenuto il 12,6% dei voti a settembre, potrebbe aver sfruttato al massimo le sue potenzialità elettorali.

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Se ora il futuro dipende dalla “connettività”

I giornali locali, abbandonato per il momento l’inestinguibile dibattito sulla specialità (le sue «ragioni» e suoi «nemici»), appurato cosa farà Debora Serracchiani, stabilito che per vincere le elezioni sono necessarie coalizioni «larghe» (tralasciando che sono destinate, a livello nazionale, a scomporsi un secondo dopo il voto perché farlocche) non fanno che parlare dei posti in palio alle politiche. Va da sé che i seggi in ballo nei collegi uninominali e al proporzionale sono importantissimi e che coalizioni, intese e alleanze sono essenziali, eppure, ogni tanto, non sarebbe male cominciare la giornata ponendosi le domande che dovrebbe porsi un leader: «In che mondo viviamo? E nel mondo di oggi, quali sono le tendenze più importanti? E come possiamo allineare il nostro paese (la nostra regione, la nostra città) in modo che i cittadini possano sfruttare al massimo queste tendenze e proteggersi dal peggio?»

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Il Medio Oriente sta per esplodere?

L’Eliseo ha annunciato oggi che Saad Hariri dovrebbe arrivare in Francia “dans les prochains jours”. Il primo ministro libanese dimissionario è stato invitato dal presidente Emmanuel Macron (che come scrive il New York Times “ha assunto un ruolo guida”) a raggiungere la Francia con la sua famiglia, offrendogli così la possibilità di lasciare l’Arabia Saudita, dove finora è rimasto in circostanze misteriose da quando ha inaspettatamente annunciato le sue dimissioni. Al punto che crescono le preoccupazioni che Hariri possa essere ostaggio delle autorità saudite. Ma che cosa succede?

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All’inaugurazione dell’anno accademico dell’Università di Udine con il Presidente della Repubblica Mattarella – 13 novembre 2017

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