GIORNALI2017

Messaggero Veneto, 26 novembre 2017 – LA RIPRESA DEL CENTRODESTRA MA LA COALIZIONE È DESTINATA A FRANTUMARSI DOPO IL VOTO

Alle regionali, a differenza di quel che accadrà a livello nazionale, dove investitura diretta di leader e programma di governo ce li siamo giocati col referendum e gli interventi della Corte costituzionale, vince le elezioni chi arriva primo. I cittadini possono, infatti, scegliere un leader e la sua maggioranza. Per questo sono necessarie coalizioni “larghe” (che non vuol dire aggiungere al PD di oggi un frammento del PD dell’anno scorso, quello degli scissionisti: saremmo sempre e solo al PD) ed è “cruciale” coinvolgere l’area centrista e moderata che rischia di essere risucchiata da Berlusconi. Il risultato in Sicilia conferma, infatti, la ripresa del centrodestra unito dopo una fase di offuscamento. Ma resta il fatto che si tratta di una “coalizione innaturale” che è destinata a scomporsi un secondo dopo il voto delle politiche. Lo vediamo ogni giorno. Per stare unito il centro destra deve parlare il meno possibile; e alla fine rischia di sembrare la vecchia Unione (di Prodi) con un unico collante a disposizione: l’antirenzismo. Ovviamente, nelle elezioni regionali temi come la collocazione internazionale, la moneta, il rapporto con l’Europa, essenziali per una coalizione di governo nazionale, finiscono in secondo piano. Ma non è naturale che Berlusconi prometta di essere “l’unico argine al populismo” alleandosi con Salvini. Non è naturale che un partito come Forza Italia, che rappresenta in Italia la grande famiglia del Ppe, scelga di presentarsi con un partito, la Lega, che vede Angela Merkel (che del Ppe incarna i valori) come il fumo negli occhi e vuole portare in Italia le idee di Marine Le Pen. Non è naturale che un partito che reputa l’euro una risorsa, la globalizzazione una cosa positiva (di cui mitigare semmai rischi e lati negativi), il protezionismo una sciagura e la Brexit un grave errore, si allei con un partito che ritiene l’euro una disgrazia, il protezionismo la ricetta giusta per combattere la globalizzazione e la Brexit (che ha condannato il Regno Unito all’irrilevanza) una scelta vincente. Vale anche per il PD, ovviamente. Non è naturale che il PD si proponga come argine al conservatorismo di sinistra alleandosi con quanti hanno osteggiato la rottamazione del conservatorismo di sinistra. Non è naturale che un partito che considera il Jobs Act l’elemento distintivo di una sinistra moderna, si allei con una sinistra che considera l’introduzione del Jobs Act un atto eversivo. Non è naturale che chi considera gli accordi commerciali il futuro dell’economia mondiale, Macron la guida dei progressisti europei, il grillismo e lo squilibrio tra politica e magistratura un pericolo per la democrazia, si allei con chi si oppone agli accordi commerciali, considera Macron un nemico, vede in Grillo un possibile alleato e vagheggia una Repubblica giudiziaria. Ci sono certo i livori personali, ma è un fatto che, come dimostrano le decisioni parlamentari più importanti (dal Ceta alla missione in supporto alla Guardia costiera libica), coalizioni alternative (ragionevolmente) omogenee di centrodestra e centrosinistra, semplicemente non esistono. Sappiamo, del resto, che oggi il vecchio spartiacque tra destra e sinistra è entrato in crisi e che la divisione è tra chi intende contrastare la globalizzazione ripristinando sovranità e frontiere nazionali e chi invece ne accetta la sfida attrezzando il proprio Paese per trarre dalla globalizzazione il massimo beneficio e indennizzando chi nella sfida perde qualcosa; sappiamo che (in tutta Europa) le elezioni locali tendono a ricomporre le vecchie alleanze, mentre quelle nazionali tendono a scomporre i vecchi schieramenti per crearne di nuovi, ma sappiamo anche che alle elezioni deve arrivare (a Roma come in Friuli) una coalizione ristrutturata e non un pantano. Deve arrivarci un centrosinistra che ha in mente qualcosa che va oltre i giochi di nomenclatura; in grado di offrire una proposta di governo responsabile, fondata su una visione (dello sviluppo economico e della società) al passo con i tempi; in grado di sollecitare l’adesione di quanti sono (apparentemente) lontani ma condividono priorità e senso di responsabilità e sanno che bisogna rispondere insieme alle grandi sfide della nostra epoca. La scommessa, anche in Friuli, non è quella di conquistare i voti dell’Italia che dice no (sanno già dove andare) ma quelli dell’Italia che dice sì, che sa che non si tratta di sfasciare tutto ma di continuare a costruire e che il percorso imboccato in questi anni non va rovesciato ma semplicemente migliorato. Come sempre.
Alessandro Maran
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