GIORNALI2011

Il Piccolo, 28 luglio 2011 – «I tagli alla casta non bastano. Addio alle province, Stato a dieta»

«L’auto blu non ce l’hanno solo i politici, ma tanti funzionari dello Stato…». Alessandro Maran, il deputato goriziano del Pd che ricopre il ruolo di vicepresidente delle truppe “democrat” di Montecitorio, non ama la demagogia. Mai amata. Ma, mentre nel paese torna a soffiare un impetuoso vento anti-politica, brandisce con forza le forbici: i tagli alla “casta” vanno fatti, ci mancherebbe, ma non bastano. Sono solo una goccia. Perché l’Italia, se vuole risollevarsi, deve riformare e ridimensionare l’immensa, costosa e debordante macchina pubblica. E deve farlo subito.

La bozza di riforma costituzionale a firma Roberto Calderoli può essere un buon inizio? Condivide la riduzione dei parlamentari e il Senato federale?

Il Pd ha presentato già nel 2008 una riforma che dimezza i parlamentari e istituisce il Senato federale. Se la maggioranza avesse intenzioni serie, la riforma l’avremmo già fatta. Ora tira fuori dal cilindro un progetto abborracciato dove non mancano le follie. Come la partecipazione dei delegati regionali ai lavori del Senato senza diritto di voto. Che faranno, fischieranno?

Quella bozza, tra le altre cose, aggancia lo stipendio dei parlamentari alle presenze effettive ai lavori. Non è giusto?

Era ora. Ma che c’entra la Costituzione? Basta che lo decidano gli uffici di presidenza di Camera e Senato.

Gli italiani, nonostante le promesse di tagli, sono sempre più ostili alla “casta”: come si fa a riconquistarne la fiducia? Non è un errore votare contro l’abolizione delle Province come ha fatto il Pd?

Servono misure concrete che restituiscano autorevolezza a istituzioni che oggi appaiono a troppi cittadini distanti e insensibili. Tanto per capirci, anche a Togliatti e De Gasperi avrebbero potuto rimproverare il vitalizio o l’indennità, ma erano gli esponenti di una politica che funzionava. Oggi invece la gente pensa che la politica costa l’ira di Dio e non funziona. E bisogna intervenire anche sul piano della riorganizzazione dello Stato. Con scelte emblematiche. Per questo penso che sulle Province il Pd abbia sbagliato.

Lei come ha votato?

Ovviamente, ho votato con il gruppo, ma ho difeso la mia opinione che resta: via le Province subito.

È favorevole all’abolizione delle Province?

Non si capisce perché l’Italia debba avere quattro livelli territoriali costituzionalmente garantiti: lo Stato, le Regioni, le Province e i Comuni. La Francia prevede in Costituzione i Comuni e i Dipartimenti; la Germania i Comuni e i Länder. Questo non vuol dire che non esistano altri livelli territoriali, ma non sono enti politici costituzionalmente garantiti, bensì luoghi di coordinamento territoriale. Che poi possa servire un livello intermedio tra Comune e Regione (ad esempio associazioni tra Comuni), non toglie nulla all’esigenza di abolire le Province come enti costituzionali e politici. Il che consente un risparmio nel bilancio dello Stato e colpisce quegli agglomerati parassitari che creano una giustificata protesta da parte dei cittadini. E questo vale anche per i Comuni.

Si devono tagliare anche i Comuni?

Ci sono 8000 comuni, la metà dei quali sotto i 3000 abitanti. Il mito delle cento città è un mito antico della politica italiana, ma questa deve rinnovare le sue parole d’ordine se vuole affrontare le sfide del futuro. A partire dalla riorganizzazione dello Stato.

Da dove iniziare?

Dalla giustizia civile ai servizi pubblici locali: per tornare a crescere si passa da lì. Come si affanna a ripetere Mario Draghi. Il problema sono le abnormi dimensioni dello Stato, l’eccesso di spesa pubblica e pressione fiscale. Bisogna ridurre le dimensioni dello Stato e diminuire l’una e l’altra. Sono davvero necessari 1292 tribunali, il doppio della Gran Bretagna? E cosa aspettiamo a dire che sei diversi corpi di polizia sono troppi?

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