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MARAN SFERZA I BERSANIANI «VIVONO FUORI DALLA REALTÀ» Messaggero Veneto, 17 febbraio 2017

UDINE – Alessandro Maran può avere tante etichette appiccicate addosso, ma tre, in particolare, calzano a pennello al senatore gradese: coerenza di visione in politica economica, fede renziana della prima ora e franchezza nell’esprimere le proprie opinioni. Per questo quando all’attuale vicecapogruppo dem al Senato si chiede un’analisi sulla tragedia greca che si sta consumando all’interno del partito, Maran parla, come sempre, senza peli sulla lingua. «La discussione sulla data del congresso è ridicola – spiega –, perché qui il nucleo centrale del ragionamento deve essere il progetto futuro del Pd, non quando e come andiamo a votare per la segreteria». Prima stilettata, questa, alla minoranza, cui ne segue un’altra di portata e intensità molto più ampia. «Il sistema proporzionale che si sta delineando – continua Maran – è sicuramente un incentivo alla frammentazione, ma io fossi in qualcuno starei molto attento nel fare i conti. È vero che al momento è previsto un premio di maggioranza esplicito soltanto alla Camera, ma al Senato c’è n’è uno implicito e tutt’altro che facile da cogliere».

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Usa e «vuoto» di leadership – I’Unità, 16 febbraio 2017

In campagna elettorale, si sa, Donald Trump è stato molto indulgente con Putin. All’opposto, non ha attaccato nessun altro paese così intensamente come la Cina. Trump ha accusato i cinesi di «stuprare» e di «uccidere» gli Stati Uniti sul piano commerciale manipolando artificialmente la loro valuta per favorire l’export. Una linea che ha ripreso, una volta eletto, accentuando la sua bellicosità verso Pechino, e che è culminata in una inusuale telefonata alla presidente di Taiwan.

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TONINI: LA SOCIETÀ APERTA E I SUOI NEMICI

Sono on line le slides della relazione svolta da Giorgio Tonini all’incontro di LibertàEguale che si è tenuto a Roma venerdì scorso. Nel suo intervento introduttivo, il presidente della Commissione Bilancio del Senato si è soffermato sulle ragioni della sconfitta referendaria (compreso «l’elefante di Milanovic»), su quel che ci attende nel futuro prossimo e sul che fare.

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In difesa dell’Europa

Nei giorni scorsi Mario Draghi è intervenuto in difesa di quei valori portanti e condivisi che hanno assicurato all’Europa sessanta anni di pace e crescita. Primo fra tutti, il libero mercato. Il presidente della Bce ha parlato a Lubiana, in Slovenia (Mario Draghi:  Security through unity: making integration work for Europe ), e poi in audizione alla Commissione Affari Economici del Parlamento europeo (Mario Draghi:  Hearing of the Committee on Economic and Monetary Affairs of the European Parliament). In entrambe le occasioni, Mario Draghi, ha indossato i panni del patriota europeo e ha sottolineato il bisogno di un’Ue unita e capace di reagire in modo compatto alle minacce che possono scaturire dai nuovi equilibri mondiali. Da leggere anche l’intervento di Enrico Morando alla riunione di Libertàeguale del 28 gennaio scorso a Milano.

 

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MODELLO POPULISTA, PUTIN RIMANE UN NEMICO DELLA LIBERTÀ OCCIDENTALE – Stradeonline, 8 febbraio 2017

Domenica scorsa, Donald Trump ha difeso Vladimir Putin dall’accusa di essere un ‘assassino’ dicendo a Bill O’Reilly, nel corso dell’intervista su Fox News, ‘anche da noi ci sono molti assassini. Pensa che la nostra nazione sia così innocente?’.

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Cosa penso, da democratico, delle prime mosse di Donald Trump – formiche.net, 5 febbraio 2017

L’intervento del senatore Pd, Alessandro Maran

Bisogna riconoscere che, tra un tweet e l’altro, nella sua prima settimana in carica, il presidente Donald Trump ha tratteggiato un quadro di politica estera coerente e, immagino, accuratamente progettato. Gli executive order di Trump delineano, infatti, in linea con lo slogan “l’America prima di tutto”, il cambiamento più importante nella politica estera americana dall’attacco giapponese a Pearl Harbor nel dicembre del 1941.

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Maran, il dissidente renziano «Congresso prima del voto» – MessaggeroVeneto, 2 febbraio 2017

Il vicecapogruppo Pd al Senato si muove in controtendenza rispetto all’ex premier

«La questione centrale non è la data, ma come si presenterà il partito agli italiani»

di Mattia Pertoldi – UDINE

C’è un renziano, di ferro e della prima ora, che dal cuore del Friuli frena sulla data delle elezioni. E il piede levato dall’acceleratore non è quello di un renziano qualsiasi, bensì porta il nome il cognome di Alessandro Maran, senatore e vicecapogruppo Pd a palazzo Madama. Ex segretario dei Ds, ideatore del referendum sull’elezione diretta del presidente della Regione che anticipò la vittoria di Riccardo Illy, dopo lo strappo con il Pd di Pierluigi Bersani e la candidatura con i centristi di Mario Monti alle ultime Politiche ha fatto ritorno a febbraio di due anni or sono nelle fila democratiche guidate da Matteo Renzi.

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Verso un “Governo della nazione”?

La valanga di no del 4 dicembre prima, e la decisione della Corte costituzionale poi, hanno seppellito (almeno per un bel pezzo) il sogno maggioritario che abbiamo fin qui coltivato. Infatti, dal crollo della Prima repubblica, consentire ai cittadini di scegliere col voto un leader e una maggioranza, è stata la fonte principale di forza e di legittimazione di tutta la strategia riformista sul tema della forma di governo e delle leggi elettorali: l’elezione diretta del sindaco, la prima e finora la più felice delle riforme, è appunto del 1993.  Ora, invece, al posto di un grande “Partito della nazione” si intravede, ben che vada, un “Governo della nazione”. La mia opinione sulla piattaforma informativa russa sputniknews.com:
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Un incubo?

Diciamoci la verità: la sentenza della Corte costituzionale ha archiviato (in un comunicato di quindici righe) la cosiddetta Seconda Repubblica. Il fatto è che, come sottolinea oggi Claudio Cerasa, “il vero vincitore del referendum coincide con il profilo del nostro amico Pomicino e il ritorno violento, tosto e poderoso della democrazia parlamentare”. O meglio della vecchia concezione assembleare della democrazia, fondata sulla cosiddetta centralità del Parlamento, propria della peculiarità italiana del Dopoguerra; parte cioè dell’anomalia di un sistema politico caratterizzato dalla mancanza di alternanza. “La Consulta – prosegue Cerasa – ha semplicemente fatto il suo dovere e certificato ciò che già aveva anticipato l’esito del referendum. Non c’è nulla di più lineare in una democrazia parlamentare governata dalle oscure burocrazie parruccone che andare al voto con un sistema proporzionale scelto da uno dei simboli della democrazia rappresentativa: la Corte”.

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Si può fare ora una legge maggioritaria come si deve?

Provo a riassumere. Ora la legge c’è. Si tratta di una legge proporzionale con una correzione maggioritaria esplicita alla Camera (dove il premio scatta al 40 per cento) e implicita al Senato (dove la soglia di sbarramento è al 20 per cento per le coalizioni su base regionale e all’8 per cento per chi corre da solo). Dunque, come scrive Stefano Ceccanti, “i sistemi di voto tra le due Camere sono meno difformi di quanto possa sembrare”.

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