GIORNALI2006

Il Piccolo, 20 giugno 2006 – Il populismo a Nord Est

Finora i capi personali hanno scelto la scorciatoia delle politiche simboliche in quei settori nei quali è più facile attrarre l’attenzione dei media. Ma esercitare la leadership significa anche impegnarsi in azioni impopolari, convincere, rischiare di persona.

Comincia a farsi strada la consapevolezza che le riforme istituzionali e costituzionali non bastano da sole a consolidare la democrazia dell’alternanza e che serve anche una
riorganizzazione decisa e radicale dei soggetti politici. Era ora. Ma è il caso di sottolineare che perché il Partito democratico si possa realizzare davvero occorrono alcune condizioni di possibilità. E, tra queste, una cultura politica del primato dell’individuo, delle libertà, della cittadinanza e un programma fondamentalmente liberaldemocratico. Niente a che vedere, per capirci, col realizzarsi tardivo del compromesso storico e con la sua tendenza a risolvere e rinchiudere l’intera società nel sistema dei partiti. Anche per questo ho sempre pensato che Sergio Cecotti e Riccardo Illy potessero contribuire a ridefinire, col loro «fiuto populista», il carattere del centrosinistra e di un bipolarismo insidiato soprattutto dalla debolezza dei soggetti politici. La maggior parte dei discorsi e delle idee populiste esprimono un malessere e una forma di mobilitazione ambivalente (a volte pericolosa per la democrazia, ma al tempo stesso stimolante per capire le esigenze dei cittadini e riformare la politica) e si alimentano attraverso la denuncia della frattura che si è creata tra élite e popolo. E il leader è colui che esprime attraverso la sua persona i valori di cui il «popolo» è portatore. A modo loro, Illy, Cecotti e lo stesso Brandolin, esprimono, proprio attraverso la loro diversità dai politici tradizionali, la legittimità (del popolo) che è stata calpestata (dai visitors venuti da Roma – o da Trieste – per imporre le loro soluzioni e i loro candidati) e il bisogno di ritrovare la «purezza delle origini» attraverso una rigenerazione. Di questa rigenerazione (tanto per il contenitore che per i contenuti) il centrosinistra ha bisogno.
Del resto, la personalizzazione (sulla cui importanza è tornato domenica scorsa il prof. Segatti), insieme alla professionalizzazione e alla centralizzazione, descrive il processo di rifondazione del New Labour inglese: «Promuovere il partito nella forma del leader». Ma esercitare la leadership significa anche impegnarsi in azioni impopolari, convincere, rischiare di persona. Finora invece i capi personali di casa nostra hanno scelto la scorciatoia delle politiche simboliche intervenendo in quei settori nei quali è più facile attrarre l’attenzione dei media e dei cittadini. Da qui l’enfasi sull’antagonismo territoriale, le identità locali e l’immancabile richiesta di risarcimento. Ma per questa via i leader personali sono diventati ostaggio di un conflitto incomprensibile. C’è davvero qualcuno che abbia capito che cosa vuole Cecotti?
Ma una buona politica, una «politica-risorsa» è quella che, al di là del contrasto di opinioni, riesce a trasmettere ai cittadini un progetto di sviluppo collettivo e che da questo (a esempio, un intervento drastico di riforma della burocrazia) ha origine il conflitto politico. Quella che appare ai cittadini come la rissosità inconcludente degli orchestrali di Prova d’orchestra, il famoso film-apologo di Federico Fellini, è invece una «politica-ostacolo».
Un esempio (tra i tanti) di quanto sia lento il riformismo politico lo si trova nella straordinaria storia delle badanti. Di fronte alle carenze dell’assistenza pubblica le famiglie si sono comportate come degli imprenditori: si sono rivolte al mercato internazionale del lavoro che forniva occasioni a prezzi contenuti e la domanda delle famiglie con anziani si è incontrata con l’offerta di immigrate in gran parte provenienti dall’Est. Del resto, solo il 2,8% degli anziani italiani riesce ad avere un’assistenza a casa propria e alle case di cura e alle residenze sanitario-assistenziali si rivolge meno dell’8%. E l’afflusso di badanti in Italia comporta forti risparmi per il welfare pubblico: il costo «teorico» risparmiato per la Regione Veneto sarebbe pari a circa 350 miliardi di vecchie lire annui. C’è da stupirsi, allora, se la gente ci chiede di tagliare le tasse?
Proprio l’esperienza di questi anni ci dice che senza un nuovo partito le riforme necessarie (per esempio, l’elenco dei settori da liberalizzare è lunghissimo: trasporti, gas, elettricità e via dicendo) non si fanno. Perché la politica (vecchia e nuova) non ha la forza necessaria per realizzarle vincendo le resistenze conservatrici e le spinte reazionarie che ci sono su ognuno dei problemi aperti. E quella forza politica non c’è se le energie dei riformisti sono disperse in tanti soggetti politici diversi, non raggiungendo mai la soglia critica necessaria per imporre una strategia riformista coerente. Anche per questo penso che sindaci e governatori dovrebbero, come ha scritto Mauro Calise, sobbarcarsi «accanto ai molti onori della seduzione, anche l’onere della costruzione. Facendosi promotori e interpreti di quel processo di rifondazione statale senza il quale non c’è orizzonte né per loro, né per il paese».
Ci si poteva dire indipendenti dai vecchi soggetti politici. Ma che senso ha dirsi indipendenti dal partito nuovo che le liste civiche dovrebbero contribuire a formare e che si giudica opportuno costruire? E ha senso la riproposizione del partito «regionale» in salsa catalana o bavarese? Inoltre, com’è capitato a Brandolin, i capi personali devono fare i conti con una doppio limite: quello dei due mandati e quello di un’esperienza che il più delle volte resta, appunto, civica. Per capirci, sulla piccola scala sulla quale le idee democratiche e repubblicane si erano limitate fino alla fine del XVIII secolo i partiti politici (le «fazioni» organizzate) non erano né necessari né desiderabili, ma diventano una necessità evidente per i sostenitori della democrazia odierna su grande scala. Per questo Madison e Jefferson crearono un partito veramente popolare, il primo di questo genere, un partito con una base di massa nei quartieri, nelle circoscrizioni, nei paesi, nelle città, nelle aree rurali dei Paesi. Via via che un sistema politico diventa più grande la gente per difendere i propri interessi ha bisogno di organizzarsi. Aggiungo che altrove sanno fare squadra e noi invece siamo incapaci di muoverci insieme. Quando si tratta di cooperare si stenta infatti a mettere insieme territori, interessi, identità. Piuttosto che un ministro «triestino» o «padovano», meglio niente. «Con il risultato – come scriveva Ilvo Diamanti nel 2001 a pochi giorni dal varo del governo Berlusconi – che se il policentrismo, la tensione concorrenziale, la spinta verso l’Est europeo, l’autonomismo, la stessa distanza dallo Stato hanno costruito un marchio e un fattore di successo per il Nordest, oggi appaiono altrettanti limiti. Che rendono difficile fare sistema. Coordinarsi, cercare e imporre comuni riferimenti, comuni rappresentanti. Diventano freni. Per un mondo che cresce e agisce lontano da Roma, ma che, mentre Roma torna ad essere capitale, anche da Roma appare lontano. E piccolo».

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