GIORNALI2006

Il Piccolo, 21 febbraio 2006 – Aggravati i mali del paese

Il triplice fallimento del governo Berlusconi: nel rilancio dell’economia reale, nella gestione della finanza pubblica e nell’attuazione del “contratto con gli italiani”.

Le elezioni sono anzitutto una valutazione di 5 anni di governo. E neppure le assicurazioni di Isidoro Gottardo o i dissidi interni all’Unione (da Ferrando a Illy) possono cancellare il triplice fallimento del governo Berlusconi: nel rilancio dell’economia reale, nella gestione della finanza pubblica e nell’attuazione del famoso
«contratto con gli italiani». La nostra economia non cresce. Mai nel dopoguerra era cresciuta così poco e nessuna economia sviluppata cresce così poco. E se preoccupa la perdita di quota delle merci italiane sui mercati internazionali (-30% in 8 anni), come non ricordare che la nostra società è quella che fa meno figli
fra quelle con cui amiamo confrontarci. In un Paese in cui tutti parlano di famiglie, registriamo la più grave crisi dell’istituto familiare di cui si abbia memoria; il pessimismo, la mancanza di fiducia nel futuro si tramuta nel più crudo (e più preoccupante) degli indicatori: un basso tasso di natalità, che produce un invecchiamento senza precedenti della popolazione e che testimonia di una società ripiegata su se stessa. L’altro indicatore, che dovrebbe preoccupare non solo chi si dice di sinistra, è quello relativo alla mobilità sociale. Su questo terreno la situazione del nostro Paese è la peggiore fra quelle del mondo sviluppato. Il nostro è il Paese nel quale è più probabile che se il babbo è professore universitario i figli siano professori universitari; se il babbo è professionista, i figli siano professionisti; se il babbo è operaio, i figli siano operai, e di solito, più precari del padre. Come si fa a pensare che questa bassa mobilità sociale non abbia a che vedere con la crescita? Quale molla per la crescita è più forte di una prospettiva di mobilità sociale?
Va da sé che i mali del Paese affondano le radici lontano. Ma le politiche di Berlusconi hanno aggravato i mali dell’Italia. Il principale problema da fronteggiare era la difficoltà della nostra economia ad adattarsi alla fine della stagione delle svalutazioni competitive che si accompagnava all’ingresso dell’euro. Anche se nessuna economia europea ha tratto tanto giovamento dall’euro quanto l’Italia (basta ricordare che pagavamo i nostri debiti fino a 4-5 punti di interesse in più degli altri Paesi europei, che oggi vorrebbe dire pagare in interessi sul debito pubblico oltre 60 miliardi di euro, oltre 120.000 miliardi di vecchie lire in più), anche l’euro, come tutti i pasti, non era gratis. E una economia abituata a forti dinamiche dei prezzi e alla ricostruzione dei margini di profitto resa possibile dalle svalutazioni ripetute della moneta, doveva abituarsi al nuovo regime. Ciò richiedeva tempo e politiche. Occorreva, come scrivono i manuali, lasciare che agisse la pressione della disinflazione, ma al tempo stesso occorreva dare un pò più di tempo alle imprese per adattarsi, destinando tutte le risorse disponibili a ridurre il costo del lavoro. La scelta, invece, è stata quella, elettoralistica e irresponsabile, dell’accrescimento del potere d’acquisto delle persone. Prima la Tremonti-bis, poi la riduzione dell’imposta sulle persone, sono servite solo ad
aggiungere acqua a un bidone sfondato; a causa della crisi di competitività delle nostre merci, la domanda aggiuntiva che veniva immessa nel sistema economico italiano rifluiva immediatamente verso beni prodotti all’estero: peggiorava la nostra bilancia dei pagamenti, senza che si aiutassero le imprese italiane, anche solo concedendo loro un po’ più di tempo per adattarsi alla situazione. E ora la riduzione di un punto del cuneo fiscale sul lavoro contenuta nella Finanziaria per il 2006 è una misura tardiva (sono 5 anni che il centrosinistra propone, senza successo, questa priorità) e troppo poco intensa. Sarebbe necessaria una riduzione di almeno 3 punti, in una botta sola, equamente distribuiti tra lavoratori e imprese, così da riaprire uno spazio per la contrattazione salariale tra le parti e favorire un certo recupero della competitività di prezzo dei nostri prodotti sui mercati internazionali. Ma il governo non ha le risorse necessarie (servirebbero 6 miliardi di euro) e non le ha perché le ha buttate (esattamente 6 miliardi) nel buco nero della riforma Ire (ex Irpef) a favore dei più ricchi realizzata l’anno scorso.
Non è un mistero per nessuno che il «meno tasse per tutti» ha mobilitato interessi, suscitato speranze, costruito una «visione» sul futuro dell’Italia. Tanto che ancora nel febbraio dello scorso anno il premier prometteva altri 12 miliardi di riduzioni Irap e Ire con la legge finanziaria 2006. Ma se nella Finanziaria non c’è nulla né sull’Irap né sull’Ire è perché il centrodestra ha compreso che questa strada non porta da nessuna parte.
Gli errori non si fermano qui. E forse i più gravi sono sempre nel campo delle politiche fiscali. Non val la pena di spendere troppe parole sui condoni: nella tradizionale propensione del nostro sistema a generare evasione fiscale, la cosa peggiore che si potesse fare era condonare generosamente un lustro di adempimenti fiscali. Anche perché proprio la distorsione introdotta dalle vastissime aree di evasione fiscale è una delle cause della scarsa propensione alla crescita della nostra economia. Ma la principale responsabilità del centrodestra è quella di aver disperso anni di sacrifici degli italiani. I numeri presentati in Parlamento dal governo fanno vedere che fra il 1996 e il 2000 la spesa delle amministrazioni pubbliche al netto degli interessi era rimasta costante in rapporto al Pil. Da allora fino al 2004 è aumentata di 3,3 punti. Un’enormità: oltre 40 miliardi di euro. Tutto il problema del nostro deficit crescente sta qui. E’ mancato cioè proprio quel che era più necessario: il mantenimento del rigore sulla spesa, la capacità di fronteggiare lobbies, richieste di intervento settoriale, meccanismi automatici e ingiustificati di crescita della spesa. Insomma, le scelte di questi anni hanno trascinato il Paese nella spirale della insostenibilità, con un deficit eccessivo che accresce il debito, il che accresce la spesa per interessi e di nuovo fa crescere il deficit. E di fronte alle trovate di Berlusconi ormai, come dice una canzoncina in voga, solo i bambini fanno: «Oh! che meraviglia, che meraviglia».
Il messaggio di Prodi è giusto: rimettere in moto lo sviluppo. Ma bisogna anche convincere gli italiani che lo schieramento che lo propone è il più adatto a farlo. Va da sé che il dissidio interno di queste settimane mette seriamente in discussione la credibilità dell’Unione come forza di governo. Basterebbe tenerlo a mente.

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