GIORNALI2009

Europa, 15 ottobre 2009 – Lezione tedesca: il vecchio non si può restaurare

L’abbiamo archiviata rapidamente. Ma la batosta della Spd prova ancora una volta quanto sia fiacco e inefficace quel richiamo alle origini perdute propagandato nei congressi di circolo dai presentatori della mozione Bersani.
Per 146 anni, in patria o in esilio, i socialdemocratici tedeschi sono stati il partito del lavoratori e dei sindacati. Ora non è più così. Del resto, proprio Berthold Huber, il capo dei metalmeccanici tedeschi della Ig Metall (2 milioni e 400mila iscritti) aveva annunciato, il 31 luglio scorso in un’intervista alla Süddeutsche Zeitung, che la sua organizzazione, per la prima volta, non avrebbe dato un’indicazione di voto. «Lo so che i rapporti tra la Spd e il sindacato sono stati storicamente molto forti – aveva detto Huber – ma ora siamo nel ventunesimo secolo. L’era in cui i sindacati possono dire “vota per questa o quella persona” è finita. La gente ha la sua testa. Dice “lasciate che a quello pensiamo noi”. Quindi non ci sono più raccomandazioni e pietre di paragone elettorali. Possiamo essere coinvolti sui temi e lo facciamo».
Ovviamente, la decisione dei metalmeccanici tedeschi di non schierarsi politicamente è anzitutto una presa d’atto. Da tempo, parecchi iscritti alla Ig Metall votano per la Linke, per i Verdi, ma anche per il centrodestra: per la Cdu e la Csu e per i liberali dell’Fdp. Come in Italia. Un sondaggio Ipsos del maggio scorso realizzato per il Sole 24 Ore dava il voto operaio per il 60% a favore del centrodestra. Niente di nuovo, ovviamente, a parte la dimensione. Ma la presa d’atto della differenza tra l’operaio del secolo scorso e quello di oggi che può (e vuole) scegliere finirà per portare lontano, non solo in politica ma anche nelle preferenze in fatto di scuola, pensione, sanità eccetera. Certo che la gente vuole essere protetta dalle peggiori conseguenze della globalizzazione. Ma i cittadini vogliono anche avere la possibilità di raggiungere i propri obiettivi. E abbiamo bisogno di immaginazione per distribuire più potere e controllo ai cittadini sulla sanità, sull’educazione e sui servizi sociali che ricevono.
Non è un caso che l’esito del voto abbia ridimensionato le speranze che in Italia erano state riposte nella Grande coalizione e anche l’infatuazione per il sistema elettorale tedesco. In molti non facevano mistero di ritenere che un governo basato sulle due grandi forze politiche tedesche fosse la strada giusta per realizzare una coraggiosa politica di riforme. E il «governissimo », l’intesa tra i partiti cardine dei due poli, doveva essere la soluzione giusta anche per l’Italia. Ma, come abbiamo visto, non è così scontato che sia una soluzione produttiva e non è scontato che i cittadini la ritengano desiderabile.
I tedeschi come gli italiani non vogliono saperne di tornare alle ambiguità e agli «inciuci». Basterebbe dare un’occhiata sui blog e sui giornali tedeschi agli interventi di quanti, anche tra gli elettori socialdemocratici, hanno salutato il pessimo risultato della Spd come una benedizione del cielo. Non c’è dubbio che dietro i propositi di introdurre la legge elettorale «alla tedesca » si celi il ritorno al proporzionale e ai governi che si fanno e che si disfano nelle aule del parlamento sottraendo ai cittadini il diritto di conoscere e scegliere prima le alleanze. Ma come si fa a pensare di poter ripristinare il vecchio sistema con un semplice intervento di restauro? Quel che è avvenuto in questi anni (a partire dalla dissoluzione del vecchio sistema dei partiti) non è un incidente di percorso. Nel vecchio sistema si esaltavano l’appartenenza e l’identificazione in un partito, si aderiva alla sua ideologia, alla sua utopia, alla sua morale. Ci si faceva cittadini del partito e nel partito, perché non si riusciva ad esserlo interamente nello stato e dello stato. Adesso l’identificazione e l’appartenenza non ci sono più. Come si risponde allora a tutto ciò se non esaltando in modo compiuto la possibilità della scelta, la responsabilità della scelta, l’esercizio della cittadinanza nello stato? Non è per questo che abbiamo scelto le primarie? Il rispetto della competenza decisionale degli individui non è forse l’unica risposta possibile a una crisi di fiducia ormai incontenibile? Forse dovremmo guardare di più alle tendenze di fondo della società, comuni a tutti i paesi avanzati: dalla struttura economica all’eguaglianza di genere, dalla natura della famiglia all’individualizzazione dei valori. La comprensione dei cambiamenti strutturali e nei valori è infatti la condizione per presentare un progetto di governo riformista per cambiare l’Italia, cosa di cui il nostro paese ha bisogno. Keynes una volta osservò sarcasticamente: «When fatcs change, I change my mind: What do you do, sir?».
Un esempio: la politica presidenziale è diventata, ormai parte integrante della nostra scena nazionale. E Berlusconi, manco a dirlo, ne approfitta per governare per decreto come la maggior parte dei presidenti sudamericani. Ma, allora, perché non è il centrosinistra ad avanzare e precisare il tema del presidenzialismo (visto che bisogna ricostruire il sistema dei checks and balances tra poteri e istituzioni dello stato) come complemento necessario dell’Italia federale? Non è una questione tecnico-istituzionale. È una questione etico-politica.
Nel nostro paese la limitatissima fiducia nello stato e nelle istituzioni si è ulteriormente ridotta. E la dirompente sfiducia nello stato ne investe ormai ogni livello territoriale e non viene più surrogata dalla fede in un superiore destino europeo. Se il nostro congresso non discute di questo, di una crisi in cui si nasconde davvero il rischio di un impoverimento della democrazia; se non si interroga sul ruolo (diverso dal dirigismo degli anni ’60 e ’70 ma non meno «attivo») che lo stato dovrebbe giocare oggi nel regolare il capitalismo, di che discute?

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