GIORNALI2009

Il Piccolo, 27 giugno 2009 – Congresso Pd fra Franceschini e Bersani ma la lotta è ancora fra D’Alema e Veltroni

Sarà colpa dei giornali, ma agli occhi degli italiani che ancora guardano al congresso del Pd che si svolgerà ad ottobre, con partecipazione e (perfino) speranza, le candidature in campo sembrano essere un nuovo capitolo della lotta infinita tra D’Alema e Veltroni. I due schieramenti congressuali che si vanno delineando sono trasversali ai due partiti fondatori (e questa, per ora, è l’unica cosa positiva), ma le idee e le strategie a confronto sembrano essere le stesse degli ultimi quindici anni. Ancora una volta, qualunque cosa Franceschini e Bersani possano scrivere nel loro programma, la sfida sembra essere quella tra «continuisti» e «nuovisti». Con D’Alema ancora nei panni del garante della solidità degli apparati di partito e Veltroni che sta dalla parte del «nuovo». Diciamoci, allora, la verità: l’eterno duello fra i due azionisti di riferimento che sembrano ispirare le candidature di Franceschini e Bersani ha ormai stufato. E l’alternativa tra «continuisti» e «nuovisti» è fuorviante. In questo modo il Pd rischia di perpetuare le oscillazioni, le reticenze, gli sbagli che gli hanno fatto perdere il contatto con la gente. Perché sia le vecchie (e inutili) certezze che vengono da un’altra storia (fallita), sia il «nuovo» veltroniano (disastroso alla prova dei fatti) non ci aiutano ad analizzare le ragioni della sconfitta, a tenere i piedi nella realtà e a porci le domande su che cosa deve essere oggi il Pd, su che cosa non ha funzionato e che cosa si deve cambiare. Come si fa a non vedere che sono le tradizioni, le culture politiche, da cui è derivato il Pd che hanno perso da tempo solidità e consistenza e che, ormai svuotate e prive di presa sulla realtà, sono inadeguate ad interpretare le domande del paese? Come si fa a non vedere che è inadeguato un riformismo che non vuole pagare il prezzo delle scelte (chi ricorda la promessa di una «rivoluzione liberale»?) che da tempo invoca? La crisi del partito è anzitutto il frutto di un cambiamento molte volte promesso e molte volte rinviato e contraddetto. Gli errori della gestione Veltroni non sono imputabili solo a manovre correntizie. È mancata una lotta vera, è mancata la passione e il coraggio. Da qui l’opacità del conflitto interno e l’indebolimento del progetto, sempre più simile ad un’imbarcazione priva di rotta, piena di comandanti ciascuno con una sua idea del viaggio. Da qui il disincanto e la confusione delle prospettive. Quel che è in discussione, dunque, è proprio la nostra credibilità nel proporre e perseguire davvero politiche «nuove». E quindi il rapporto di fiducia tra classe dirigente del partito e i suoi elettori. Un rapporto che, dopo l’ultima fallimentare esperienza di governo e col riemergere della questione morale, si sta sfaldando. In discussione, in altre parole, è proprio la «versione dei fatti» fin qui proposta dal gruppo dirigente. Gli esempi potrebbero essere moltissimi. Ma come, la nostra scuola produce ripetutamente pessimi risultati, la spesa per studente è tra le più alte e i risultati medi degli studenti italiani sono tra i più insoddisfacenti dell’area Ocse, e noi facciamo finta di niente? Ce lo deve dire l’Ocse (di nuovo la settimana scorsa) che bisogna puntare su insegnanti «con una buona preparazione e ben motivati»? Che «è preferibile legare gli aumenti di stipendi dei professori a buone prestazioni, piuttosto che aumentare gli stipendi a tutti gli insegnanti incondizionatamente»? Che per migliorare la qualità della scuola bisogna introdurre un sistema nazionale di valutazione esterno? E potrei continuare: la risposta al bisogno di sicurezza dei cittadini continua a privilegiare la quantità sulla qualità.

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