GIORNALI2010

Europa, 20 luglio 2010 – Cercando un altro welfare

Nei giorni scorsi, a Bagni di Val Masino, nell’ambito di un convegno organizzato da Libertà Eguale, ho introdotto il dibattito «Democratici e progressisti nel mondo e in Europa di fronte alle grandi sfide del cambiamento » con una lunga relazione, come si conviene a incontri nei quali si cerca di mettere meglio a fuoco o addirittura di «produrre» quell’idea generale nuova che è la ragione della nascita del Pd.
Provo a soffermarmi su uno dei tanti punti che ho toccato, tentando di superare, con un esempio concreto, la domanda che ci divide nelle risposte: siamo o non siamo socialdemocratici? La nomina di Massimo D’Alema a presidente della Fondazione europea progressista (Feps) ha scatenato una disputa che continuerà a far brontolare ancora a lungo la costola cattolica del Pd. Anche questa volta però la socialdemocrazia è (per dirla con Giuseppe Berta) una «metafora»: in assenza di qualunque autentica distinzione sui contenuti concreti delle politiche da realizzare, rifiutare di diventare socialdemocratici ha solo il significato di esprimere contrarietà ad accettare una leadership e una forma politica derivate dalla storia del Pci-Pds-Ds (la cui cultura era peraltro lontanissima da quella della socialdemocrazia). Ma la crisi di strategie e di idee che attraversa i partiti socialisti e socialdemocratici è esattamente la stessa che attraversa il partito di centrosinistra italiano; e difficilmente il Pd potrà trovare la sua strada isolandosi dai partiti che oggi sono in tutta Europa, partiti di centrosinistra, come il Pd. Il problema, semmai, per loro come per noi, sono le politiche. «E da questo punto di vista, la difficoltà è comune – ha scritto Claudia Mancina – comune è la ricerca, e le soluzioni, se ci saranno, saranno probabilmente abbastanza simili. A meno che non vogliamo rinchiuderci in una dimensione nazionale, una cosa palesemente assurda di questi tempi».
Vengo a un esempio. Si è detto da più parti che la funzione storica della socialdemocrazia sta proprio nella difesa e nello sviluppo del sistema del welfare, anche attraverso nuove forme istituzionali. Non sottovaluto l’apporto delle formazioni cristiane europee alla costruzione del welfare, sia chiaro. In Italia però per decenni abbiamo chiamato il nostro sistema sociale lo «Stato assistenziale». Era una definizione più corretta, perché distingueva l’originale versione democristiana dai sistemi edificati dalle socialdemocrazie europee. Poi (forse per colpa dei giornali) abbiamo cominciato a chiamarlo welfare. Ma il welfare in Italia non esiste. Non è Lord Beveridge il padre dello stato assistenziale all’italiana. «Il nostro modello – ha scritto Antonio Polito – è piuttosto figlio della cultura del mutuo soccorso, di origine sindacale e del solidarismo cattolico, il cui peso piano piano è stato trasferito sulle spalle dello stato. Il soggetto di questa assistenza non è il singolo, il cittadino individuato nella sua neutralità come avviene in Inghilterra, ma la sua appartenenza ad un gruppo sociale protetto, ad una associazione, una gilda, una corporazione». Il sistema italiano non è fondato sull’individuo, ma sulla famiglia; e le rimesse dello stato, essenzialmente sotto forma di pensioni, sovvenzionano il nucleo familiare, che poi funziona al suo interno come distributore di ricchezza. Tanto per capirci, dopo sedici anni di Thatcher, in Gran Bretagna il sostegno ai giovani in cerca di lavoro, la cura degli anziani, dei malati di mente, dei bambini è compito dello Stato. In Italia sono compiti della famiglia.
Ora, che non si possa andare avanti così, ce lo dicono da tempo studiosi e osservatori. In primo luogo, perché le famiglie diventano più piccole e la rapida riduzione delle dimensioni del nucleo familiare rende sempre più marginale il ruolo della redistribuzione operata dalla famiglia. In secondo luogo, perché la redistribuzione all’interno della famiglia è resa sempre più difficile dall’aumento della disoccupazione fra gli adulti: con essa, aumentano le famiglie in cui nessuno lavora. Infine, perché la famiglia usata come “ammortizzatore sociale” comporta dei costi in termini di efficienza: presuppone la condivisione dell’abitazione, fattore che ostacola la mobilità della forza lavoro ed è legata alla bassa partecipazione femminile al mercato del lavoro perché assegna a mamme e mogli importanti funzioni di cura.
Inoltre, il nostro sistema di protezione sociale, come è stato ampiamente documentato, è fra quelli che meno contribuiscono a ridurre le disuguaglianze in Europa non soltanto perché è largamente incentrato sulle pensioni, ma anche perché le risorse lasciate libere dalle prestazioni pensionistiche sono male utilizzate. Il motivo per cui in Italia il modello di stato sociale universalista socialdemocratico non si è sviluppato ha ovviamente a che fare con la natura familistica democristiana di quello che è stato costruito (con i suoi pregi e i suoi molti difetti), ma ha anche a che fare con il modo sempre assai incerto con cui la sinistra italiana ha coltivato il suo rapporto con il riformismo europeo. Per quanto si vogliano attribuire al Pci dei grandi meriti nell’aver disciplinato alla condotta democratico costituzionale una sinistra italiana da sempre massimalista e al Psi di aver comunque garantito a tutto il mondo progressista lontano dal comunismo luoghi di dibattito e di rappresentanza, non ci sono dubbi che essi sono rimasti troppo a lungo estranei alla cultura riformista europea.
E ora che abbiamo deciso di «fare come in Europa» (adesso che l’Italia ha urgente bisogno di un nuovo e più efficace sistema di welfare e che la soluzione è forse più complicata di quanto non si pensasse), i progressisti italiani possono restare separati ancora una volta dai processi di rinnovamento che ha vissuto e sta ancora vivendo la socialdemocrazia europea? Possiamo restare ai margini della scena europea? Certo che i progressisti europei devono mettere in discussione tesi, analisi e riferimenti culturali datati e devono guardare al di là dell’Atlantico, stabilendo relazioni solide con i Democrats, il cui successo è dipeso anche dal tipo di «liberalismo non ideologico », promosso da Obama. Se l’obiettivo della giustizia sociale da conseguire attraverso politiche redistributive del governo federale è stato riconfermato come la ragione sociale del partito, Obama ha posto l’accento sulla necessità di sperimentare metodi diversi per perseguire tale obiettivo, associando sempre le sue proposte di espansione di diritti ai doveri di responsabilità individuale che ogni nuovo diritto comporta. E dobbiamo apprendere dalle loro esperienze. Ma il futuro del nostro paese è necessariamente legato a quello dei nostri partner europei. E non può essere che, per noi, l’Europa sia tutto solo nei giorni di festa.

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