GIORNALI2012

Il Foglio, 19 aprile 2012 – Se i cittadini non decidono chi governa, chi potrà governare?

La nostra Repubblica è cambiata da un pezzo e, da un pezzo, la premiership è diventata la vera e fondamentale posta in gioco. Al punto che si è fatto dell’investitura popolare diretta (o come se diretta) il perno attorno al quale ruota il sistema, senza, peraltro, introdurre alcun serio contrappeso. Sono passati diciannove anni da quando i cittadini hanno risposto inequivocabilmente alla domanda alla base del referendum del ’93: sono i partiti o i cittadini a scegliere il governo, e questo risponde ai partiti o ai cittadini? È dal ’93 che ci siamo abituati ad eleggere direttamente sindaci, presidenti di provincia e (poi) di regione. Nel frattempo, nella considerazione degli italiani, i partiti e il Parlamento hanno toccato il punto più basso. Nel 2001, i nomi di Rutelli e Berlusconi erano indicati sulla scheda elettorale; con le primarie scegliamo ormai d’abitudine i candidati per le cariche monocratiche e abbiamo scelto il segretario nazionale e i segretari regionali del Pd, facendo volare le decisioni individuali di moltissimi cittadini là dove non erano mai arrivate, nella scelta dei massimi dirigenti. Inoltre, il quadro che emerge dalle trasformazioni degli ultimi vent’anni assegna ai vertici dell’esecutivo italiano il predominio e la regia della produzione legislativa, autosufficienza ed espansione organizzativa e il crocevia dei rapporti con gli enti locali e la comunità internazionale. Insomma, la politica presidenziale è diventata ormai parte integrante della nostra scena nazionale, anche se ancora non si è trasformata in un nuovo equilibrio istituzionale. E oggi che la classe politica (tutta) e la politica come attività, sono completamente delegittimate agli occhi dei cittadini, si pensa davvero di poter ripristinare il vecchio sistema con un intervento di restauro? Too late, too little. Il vecchio sistema dei partiti non torna più, neppure ripristinando proporzionale e preferenze. Nel vecchio sistema ci si faceva cittadini nel partito e del partito, perché non si riusciva ad esserlo interamente nello stato e dello stato. Adesso che l’identificazione e l’appartenenza (all’ideologia, all’utopia, alla morale del partito) non ci sono più, l’unica strada praticabile è quella di esaltare la possibilità della scelta, la responsabilità della scelta. Non si tratta di una questione tecnico-istituzionale, ma di una questione etico-politica. Il rispetto della competenza decisionale degli individui non è forse l’unica risposta possibile a una crisi di fiducia ormai incontenibile? Non è per questo che abbiamo scelto le primarie? Oggi solo la leadership può essere una risposta alla crisi di legittimazione. «Ogni ipotesi di riforma istituzionale che evochi il “presidenzialismo” in qualunque forma – ha osservato Gian Enrico Rusconi – è motivo di sospetto prima ancora che di ragionata opposizione. Ma quello che sta accadendo da mesi è la prova evidente della necessità di dotare il nostro sistema politico di competenze di governo che abbiano la legittimità e la forza di aggregare decidendo, soprattutto di fronte alla crescente dispersione delle rappresentanze degli interessi». Perché, allora, non è il centrosinistra ad avanzare e precisare il tema del (semi) presidenzialismo come complemento necessario dell’Italia «federale»? Enrico Berlinguer, nella celebre intervista concessa a Eugenio Scalfari nel 1981, espresse con parole appassionate la sua condanna della degenerazione del sistema dei partiti. Ma denunciando la «questione morale» come la questione più importante del paese, senza avanzare contemporaneamente proposte per la riforma delle istituzioni che «restituissero lo scettro» ai cittadini, Berlinguer condannò se stesso e il suo partito ad una mera azione di testimonianza, altissima certo, ma sterile. Oggi come allora occorre è un’ipotesi di riforma delle istituzioni in grado di scongiurare il rischio di un decadimento della democrazia.

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