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qdR magazine settimanale di propaganda riformista, numero 80 del 16 ottobre 2012 – Perché gli Usa votano Monti

Le relazioni tra la Casa Bianca e Palazzo Chigi attraversano una fase molto positiva. L’ambasciatore Usa in Italia, David Thorne, ha dichiarato che il presidente degli Stati Uniti fa grande affidamento «sul premier e sulla sua opinione su come stanno andando le cose nella zona europea». Il sostegno a Monti e l’auspicio che il premier non traslochi da Palazzo Chigi nel 2013 è parso a tutti inequivocabile. Al punto che che il Corriere della Sera ha ribadito che «l’inquilino della Casa Bianca fa il “tifo” per il professore».

Secondo Maurizio Molinari (La scommessa di Obama sull’Europa,pubblicato su www.aspeninstitute.it), «tanta e tale attenzione si spiega con il fatto che il successo di Monti è considerato dalla casa Bianca determinante per sostenere l’attuale fase di debole crescita economica americana. La tesi ricorrente a Washington, nell’amministrazione come nei centri studi, è infatti che se Monti fallisse, l’Italia seguirebbe la sorte della Grecia, con il risultato di far implodere la moneta unica e di conseguenza trascinare l’euro nell’abisso, paventando per gli Stati Uniti una ricaduta nella recessione accompagnata da massiccia disoccupazione. Sostenere l’Eurozona è dunque un tassello della strategia economica di Obama: proteggere la debole crescita economica americana dai rischi europei per poi puntare a rafforzarla grazie a libero commercio ed esportazioni nell’area dell’Asia-Pacifico». Da qui l’interesse americano, politico ed economico, in un’Unione europea più forte, solida e integrata, al punto che la necessità di rafforzare l’integrazione europea rappresenta oggi il terreno più ampio di convergenza con il nostro paese.

Ma per uscire dalla gabbia nella quale si è rinchiusa, l’Europa ha bisogno di due chiavi: una sta a Berlino, l’altra sta a Roma. Lo hanno spiegato Enrico Morando e Giorgio Tonini nel loro libro L’Italia dei democratici:« Monti ha riportato l’Italia al centro del grande gioco europeo (e non solo) in quanto portatrice di una visione più avanzata: disciplina fiscale, certo; crescita trainata da grandi investimenti finanziati dal debito europeo, certo; ma anche e soprattutto crescita generata da un grande mercato unico europeo liberalizzato. Sia nei paesi in surplus, sia nei paesi in disavanzo delle partite correnti c’è bisogno di liberalizzazioni, che aprano i mercati chiusi e favoriscano il superamento degli squilibri anche attraverso la mobilità dei fattori e la concorrenza. Riforme dal lato dell’offerta, che promuovano la crescita della produttività neri paesi oggi meno competitivi, devono accompagnarsi a politiche di aumento della domanda aggregata, sia nei paesi oggi più frenati e in forte avanzo commerciale, sia attraverso grandi investimenti federali, finanziati (sulla linea proposta nel Libro bianco del 1992 da Jacques Delors) attraverso l’emissione di titoli europei». Sono queste le idee chiave di un nuovo patto, di un nuovo compromesso per l’Europa, cui il governo Monti ha ispirato la sua iniziativa che in pochi mesi ha prodotto risultati impressionanti ed ha interrotto la fase dell’incomunicabilità tra Roma e Berlino.

Tuttavia, come osserva Mark Gilbert (Foreign Affairs, Mario Monti and Italy’s Generational Crisis), benché il primo ministro abbia dato ai mercati finanziari globali la speranza che il nostro paese possa uscire dall’emergenza fiscale, «il vero dilemma dell’Italia è politico, non economico». «A meno che Roma non modifichi radicalmente la sua cultura politica – prosegue Mark Gilbert -, i cambiamenti che Monti ha assicurato all’Italia – una maggiore sobrietà e una forte dose di liberalizzazioni – è molto difficile che possano durare». Insomma, archiviata (per il momento) la minaccia di un collasso finanziario e con il premier molto probabilmente fuori dal campo di gioco delle prossime elezioni, nel 2013, è molto probabile che l’Italia non riesca a portare a termine i cambiamenti strutturali necessari per consolidare il lavoro di Monti. In sostanza, secondo il magazine americano edito dal Council on Foreign Relations, «l’incognita per Roma è se le riforme del governo Monti possano resistere» ed «è cruciale capire che il tentativo di Monti di irrobustire la disciplina fiscale è una responsabilità che i partiti politici italiani hanno per lo più evitato di assumere negli ultimi vent’anni».  Rimane perciò ancora parecchio da fare per Monti. «Per mantenere l’Italia nel club d’elite delle nazioni  – continua Mark Gilbert – Monti deve riformare il sistema giudiziario bizantino del paese (ci vogliono, in media, dieci anni per risolvere una causa civile in Italia), un governo locale sciupone, un sistema sanitario scricchiolante, e università non funzionanti. Ma i cambiamenti in questi settori susciteranno dure opposizioni. Il vero problema che affronta l’Italia, allora, non è se “Super Mario” sia in grado di salvare l’Italia ma se un qualunque governo non-tecnico possa continuare il suo lavoro». Messe così le cose, che l’inquilino della Casa Bianca faccia il tifo per il professore, non è poi così sorprendente.

 

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