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Il Gazzettino, 19 settembre 2012 – «La vera svolta non è la rottamazione ma parlare con chi vota a centrodestra»

Si può pensare quello che si vuole di Renzi, ma bisogna discuterne le idee e le proposte politiche.Nel suo discorso (e nel suo programma) il sindaco di Firenze ha ripreso quasi tutte le idee-chiave della sinistra liberale. Ed è con queste idee che prova a sfidare la maggioranza del suo partito. L’insistenza sul merito e sulle opportunità, esplicitati come concetti «di sinistra», sono infatti il cuore politico della proposta del sindaco che ha parlato della crisi come di un’occasione per rimetterci in gioco e ricreare le fondamenta dello Stato: una sfida alla vulgata corrente nel Pd, per la quale la risposta progressista alla crisi economica e alle sofferenze sociali deve invece puntare sulla rassicurazione e sulla protezione. Ma la vera rupture rispetto agli ultimi anni di vita del Pd è il suo appello agli elettori delusi da Berlusconi. «Più forte – ha scritto giustamente Stefano Menichini su Europa- della stessa idea della rottamazione. È la promessa di un’inversione di rotta rispetto all’atteggiamento rinunciatario di coltivare e contendersi solo i consensi della propria area tradizionale. Con milioni di italiani politicamente allo sbando, parcheggiati nell’incertezza o consegnati al populismo di Grillo, quest’opera di ascolto, dialogo e convincimento non sarebbe solo una manovra di sfondamento elettorale nel campo avverso: sarebbe una missione schiettamente democratica, civile. Un dovere. Il compito che il Pd s’era assegnato al momento di nascere cinque anni fa, guarda caso nei gazebo delle primarie». In vista delle primarie, è perciò il caso di ripeterlo ancora una volta. Il Pd è nato per dare al centrosinistra quel grande partito riformista (che dovunque in Europa fornisce alla coalizione la sostanza della cultura politico programmatica, la leadership, due terzi del consenso elettorale necessario, la capacità espansiva verso lo schieramento avversario) la cui assenza è stata alla base di due ripetuti collassi politici: nel 1998 e nel 2008. Insomma, volevamo fare «come in Europa», volevamo cioè dar vita ad un soggetto politico capace finalmente di svolgere in Italia quella stessa funzione politica che, nei grandi paesi europei, svolgono i grandi partiti socialisti e laburisti. Le cose sono andate come sono andate: Veltroni ha gettato la spugna e Bersani ha vinto il Congresso. Anche l’Europa non è più quella di una volta: l’Unione europea non suscita più speranza e tende ad essere percepita come un costo, un vincolo, una fonte di incertezza. E oggi Casini non è l’unico a volere il ritorno al proporzionale e ai governi fatti e disfatti in Parlamento (e, dunque, un ritorno al passato, l’abbandono del bipolarismo e dell’alternanza). Lo vogliono in parecchi anche nel Pd. Il fatto è che D’Alema e gli altri sostenitori di un ritorno al proporzionale, escludono che, in futuro, le preferenze degli elettori possano cambiare. «L’Italia è un Paese sostanzialmente di destra», dicono, e l’unica strategia perseguibile è quella della creazione di un centro indipendente con il quale il Pd possa allearsi. In altre parole tutto il confuso discutere di alleanze ha origine nella «sfiducia», di una parte del Pd, nelle possibilità di crescita autonoma del partito.Ma dove sta scritto che un partito del 30 (o del 20) per cento sia condannato a rimanere per sempre tale? Non c’è dubbio che, nei paesi avanzati, si vince con il consenso degli elettori di «centro». Ma li si conquista adeguando l’offerta politica. Ogni volta. Come disse una volta Keynes, «la difficoltà non sta tanto nelle idee nuove, ma nell’evadere dalle vecchie, le quali ramificano in tutti gli angoli della mente». Potrà non piacere, ma la candidatura di Renzi alla premiership del centrosinistra dimostra che questi vent’anni dalla fine del muro di Berlino non sono passati invano.

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