GIORNALI2012

Il Gazzettino, 31 marzo 2012 – «Speciali, ma dimostriamolo»

Alessandro Maran (Pd): non siamo impauriti, ecco come reagire e costruire

 

«Impiccateli, impiccateli tutti e il pane uscirà fuori da tutte le parti», gridava il popolo manzoniano infuriato dalla fame al Forno delle Grucce. «I costi naturalmente sono importanti, ma l’indignazione dell’opinione pubblica per quest’aspetto è in verità la spia di un problema più ampio. Il sentimento prevalente è che i politici sono inutili, non fanno il loro mestiere e pensano solo ad arricchirsi». Insomma: «All’origine c’è la reale perdita di ruolo della politica nazionale nelle condizioni della globalizzazione e c’è la ricerca di un capro espiatorio». Precisamente da qui occorre cominciare. A passo di carica per il bene comune dei cittadini prima che dei politici e dei politikanter.
Alessandro Maran, goriziano doc, vicecapogruppo del Pd alla Camera, 52 anni all’anagrafe e una faccia da ragazzino, adotta per solito il metodo scientifico dell’osservazione prima dell’azione. E poi percorre tentativi di confutazioni successive, per affermare una verità accettabile dalla quale sia utile partire. Declina un volontario basso profilo mediatico con altitudini di pensiero che gli avversari, per primi, gli riconoscono ammirati. Alcuni lo vorrebbero presidente della Regione nel 2013, altri invece lo osteggiano e temono, consapevoli che soltanto quando il sole è basso – come scrisse Karl Kraus – i nani possono gettare ombre lunghe.
Il respiro.  Oggi tutto cambia. E cambia nel mare della crisi che inghiotte esistenze e speranza anche in Friuli Venezia Giulia. «Manca un respiro progettuale – ripete Maran – e nel momento in cui il Friuli Venezia Giulia si scopre percorso dal cambiamento, da più velocità, da differenze, la politica degli incentivi indifferenziati non può più essere la chiave di volta di una strategia regionale di composizione di tutti gli interessi organizzati». Allora, mentre la specialità regionale è nel periscopio di troppi sommergibili ormai in emersione, «si ripropone il legame fra integrazione interna e proiezione efficace verso l’esterno: la prima condizione della seconda».
Progettare il futuro. Maran condivide l’opinione diffusa dale parole: «La speciale autonomia può e deve essere vista oggi più che mai come un’opportunità, uno spazio di libertà che è consegnato alle istituzioni e alle loro capacità d’iniziativa, di progettare il futuro». Come nell’amore, tuttavia, le parole non bastano. Anzi talvolta le prove stancano la verità. «C’è un solo modo per conservare l’autonomia: esercitarla. Esercitare l’autonomia di una Regione, la cui “specialità” si è fin dall’inizio giustificata in funzione del perseguimento dell’obiettivo di legare e fondere – rafforzando la loro comune presenza nell’unità repubblicana – aree a vocazione diversa ma accomunabili in una stessa prospettiva di sviluppo».
Diversi dal Paese. Parole difficili e insieme palmari. Questa è la dialettica domestica di Maran, che impegna l’interlocuzione oltre la linea della contingenza. Resta il fatto che «il Friuli Venezia Giulia è pieno di persone di talento capaci di competere con chiunque nel mondo. C’è l’inventiva e la capacità di adattamento della microimpresa. C’è il saper fare di tanti lavoratori che mantengono su livelli medio-alti la produttività del lavoro, la vivacità di quella parte del mondo della ricerca e dell’Università che chiede di premiare il merito e i risultati».
La regola d’oro. Già, qui ancora si crede nel merito, probabilmente per quello storico e irrinunciato retaggio asburgico che sta nelle coscienze. «Voglio dire che noi siamo assai diversi da quel Paese impaurito descritto dalla destra. Possiamo farcela – insiste Maran – ma dobbiamo unire le forze a scala regionale per mettere a frutto il bisogno di organizzazione e cooperazione in tutta una serie di campi». Dalla ragion pura alla ragion pratica: come fare? «I nostri criteri per le scelte di spesa dovranno essere basati su una semplice domanda: questa scelta di spesa alimenterà direttamente la crescita? Questa scelta di spesa alimenterà la creazione di posti di lavoro? Sì o no? A decidere siano queste risposte».
Niente Province.  In ogni caso «via le Province, subito. Ripensiamo ex novo l’articolazione del governo locale». Del resto «non si capisce perché l’Italia debba avere quattro livelli territoriali costituzionalmente garantiti: lo Stato, le Regioni, le Province e i Comuni». E anche se con lui non sempre ha regnato l’intesa perfetta, sul fronte sociale «Riccardo Illy aveva visto giusto, ora si tratta di recuperare quella filosofia d’intervento adeguando gli interventi della Regione in favore dell’occupabilità ai principi di politica attiva del lavoro già riconosciuti in sede europea. Ma è necessario accompagnare l’attivazione del reddito minimo d’inserimento a un profondo e coraggioso processo di riforma degli assetti istituzionali».
Don Milani. Una volta il peraltro vituperato Jean-Paul Sartre constatò che «occorre riaccendere le stelle consigliere», curiosamente negli anni medesimi in cui, alla Sorbona di Parigi, gli studenti istoriavano i muri di cinta con la “stella danzante” dello Zarathustra di Nietzsche. Tali antipodi delle idee sembrano intonare il “la” per far dire a Maran che la questione capitale di ciascuno è «riaccendere la speranza». Quanto al Pd, che «a volte sbaglia ma sa emendarsi», un candidato occorre pur darselo per sfidare Renzo Tondo. E allora Sandro Maran ricorda don Milani: «Sortirne insieme è la politica, sortirne da soli è l’avarizia».
Chi ha orecchi da intendere intenda, come non dissero né Sartre né Nietzsche.

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