GIORNALI2012

l’Unità, 6 dicembre 2012 – La lezione della destra europea. Il centro non è dei centristi

Come si affanna a ripetere Patrick Diamond del think tank inglese Policy Network, c’è una nuova agenda conservatrice «progressista» e sta rimodellando la politica del centrodestra in buona parte d’Europa. L’implosione del centrodestra che abbiamo conosciuto in Italia (e del partito personale inventato e portato al successo da Berlusconi) rischia (comprensibilmente) di relegarla in secondo piano. Resta però il fatto che i partiti di centrodestra in Europa stanno ottenendo un significativo successo elettorale aggiornando pragmaticamente il loro appeal e cercando di posizionarsi al «centro» del sistema politico (quello che inglesi e americani chiamano «triangulation»), fuori dal solco consueto, «sopra» ed «oltre» la destra e la sinistra dello spettro politico tradizionale.

Il conservatorismo «progressista» rifiuta l’individualismo liberale degli anni 80 e, tuttavia, manifesta una rinnovata diffidenza circa il ruolo dello Stato e l’efficienza del settore pubblico; il che ha permesso ai partiti di centrodestra, specialmente ai conservatori di Cameron nel Regno Unito, alla Cdu della Merkel in Germania e ai moderati di Reinfeld in Svezia, di strappare agli avversari il «centro» del terreno politico abbracciando una nuova concezione di conservatorismo «compassionevole».

Questo drastico spostamento politico è ancora poco compreso dai partiti socialdemocratici nonostante le sconfitte elettorali degli anni recenti. La reazione istintiva è quella di contestare il nuovo atteggiamento pragmatico e compassionevole dei conservatori, ribadendo che i politici del centrodestra, al solito, sono solo dei lupi travestiti da agnelli. Tuttavia, i socialdemocratici farebbero bene a diffidare di chi tende a liquidare sbrigativamente questo nuovo approccio del centrodestra come una riedizione dell’individualismo Thatcheriano degli anni 80.  Dopo la storica vittoria dei conservatori nel 1979, la sinistra inglese ha faticato parecchio a rendersi conto del potenziale incisivo del Thatcherismo: della sua capacità di riprogettarsi come puntello di un nuovo patto tra capitale e lavoro per fermare il declino economico relativo della Gran Bretagna.

La storia può ripetersi. Il primo ministro svedese è stato l’apripista tra i politici conservatori europei. Dopo il disastroso risultato elettorale del 2002, Reinfeld ha conquistato la leadership del partito e lo ha trasformato da capo a piedi. I moderati hanno immediatamente addolcito le politiche liberali tradizionali come il taglio delle tasse e le regole pro-business, adottando programmi che hanno fatto propri il modello di welfare svedese e una nuova «work-first policy» che ha combinato tagli delle tasse per i redditi medio-bassi con tagli nei benefits per la disoccupazione e la malattia. Così Reinfled, ottenendo due vittorie elettorali consecutive nel 2006 e nel 2010, ora sfida la tradizione egemonica della socialdemocrazia nella storia svedese.

Nel suo penetrante libro sui conservatori inglesi, «The Conservative Party from Thatcher to Cameron» (Polity Press, Cambridge, 2009), Tim Bale mostra come anche i Tories hanno riscoperto le loro possibilità di vittoria ritornando al «centro». E la Cdu tedesca da tempo è propensa a svoltare a sinistra (fino a non molto tempo fa ha governato con la Spd); senza contare che la crisi finanziaria ha rafforzato la determinazione dei politici tedeschi, al di là delle divisioni politiche, di distinguere il modello tedesco dagli eccessi peggiori del capitalismo anglo-americano e dalla globalizzazione neo-liberale. Ci sono, insomma, almeno tre modelli distinti di conservatorismo «progressista» in Europa, ma, per dirla con i conservatori inglesi,  tendono tutti alla creazione di «una società in cui la forza motrice del progresso è la responsabilità sociale, non il controllo statale».

Il risultato è che i partiti conservatori del centrodestra sono più affidabili che in passato. Questa concezione del conservatorismo «progressista» raggiunge i gruppi con reddito basso e medio, abbracciando la competenza e l’idoneità a governare, piuttosto che l’ideologia. La nuova politica del conservatorismo «progressista», insomma, rappresenta una sfida rilevante ai partiti e alle ideologie di centrosinistra. Specie se si considera che, nei Paesi avanzati, si vince con il consenso degli elettori di «centro»; e gli elettori di «centro» (cioè le forze dinamiche e potenzialmente «centrali» della società) li si conquista adeguando l’offerta politica. Va da se che per far questo, bisogna definitivamente prendere atto, anche qui da noi, che il «centro» non è un luogo geometrico da sempre e per sempre immobile, da occupare con una forza centrista e moderata che aspira al ruolo di ago della bilancia.

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