GIORNALI2012

qdR magazine settimanale di propaganda riformista, numero 57 del 17 aprile 2012 – (Semi)Presidenzialismo, non solo legge elettorale

La nostra Repubblica è già cambiata, spesso in modo involontario e imprevisto (al punto che Ilvo Diamanti l’ha definita argutamente una «repubblica preterintenzionale») e oggi risulta incompiuta, a metà. Il nodo irrisolto non riguarda tanto la legge elettorale quanto la forma di governo, cioè la qualità della forma di stato. È da un pezzo che la premiership è diventata la vera e fondamentale posta in gioco. Al punto che si è fatto dell’investitura popolare diretta (o come se diretta) il perno attorno al quale ruota il sistema, senza, peraltro, introdurre alcun serio contrappeso. Sono passati diciannove anni da quando i cittadini hanno risposto inequivocabilmente alla domanda alla base del referendum del ’93: sono i partiti o i cittadini a scegliere il governo, e questo risponde ai partiti o ai cittadini? È dal ’93 che ci siamo abituati ad eleggere direttamente sindaci, presidenti di provincia e (poi) di regione.

Nel frattempo, nella considerazione degli italiani, i partiti e il Parlamento hanno toccato il punto più basso. E potrei continuare: nel 2001, i nomi di Rutelli e Berlusconi erano indicati sulla scheda elettorale; con le primarie scegliamo ormai d’abitudine i candidati per le cariche monocratiche e con le primarie abbiamo scelto il segretario nazionale e i segretari regionali del Pd, facendo volare le decisioni individuali di moltissimi cittadini là dove non erano mai arrivate, nella scelta dei massimi dirigenti. Senza contare che il quadro che emerge dalle trasformazioni degli ultimi vent’anni assegna ai vertici dell’esecutivo italiano il predominio e la regia della produzione legislativa, autosufficienza ed espansione organizzativa e il crocevia dei rapporti con gli enti locali e la comunità internazionale.

Insomma, la politica presidenziale è diventata, ormai parte integrante della nostra scena nazionale. Anche se ancora non si è trasformata in un nuovo equilibrio istituzionale. Sbaglierò, ma non credo che il parlamentarismo limitato, il sistema tedesco (magari «alle vongole») o la riduzione dei parlamentari possano bastare: too late, too little, direbbero gli americani. Anche perché, come ha spiegato Giovanni Sartori, «la costruzione di un sistema di premiership sfugge largamente alla presa dell’ingegneria costituzionale. Le varianti britannica o tedesca di parlamentarismo limitato (di semi-parlamentarismo) funzionano come funzionano soltanto per la presenza di condizioni favorevoli». E come abbiamo visto «un passaggio “incrementale”, a piccoli passi, dal parlamentarismo puro al parlamentarismo con premiership rischia di inciampare ad ogni passo». Non per caso, Sartori ritiene che «in questi casi la strategia preferibile non è quella del gradualismo, ma piuttosto una terapia d’urto. Insomma, le probabilità di riuscita sono minori nella direzione del semi-parlamentarismo, e maggiori se si salta al semi-presidenzialismo».

Il guaio è che oggi in molti prendono atto che non è possibile praticare la vecchia forma della partecipazione alla politica, ma continuano a ritenere che quella forma della partecipazione alla politica e quel sistema politico siano i migliori. E dunque cercano di avvicinarsi a quel modello e di salvare più elementi possibile di quella esperienza. Ma questo atteggiamento nasce da una visione statica e conservatrice.

Il vecchio sistema dei partiti non torna più, neppure ripristinando proporzionale e preferenze. La «metamorfosi» è già avvenuta. Nel vecchio sistema ci si faceva cittadini nel partito e del partito, perché non si riusciva ad esserlo interamente nello stato e dello stato. Adesso che l’identificazione e l’appartenenza (all’ideologia, all’utopia, alla morale del partito) non ci sono più, l’unica strada praticabile è quella di esaltare la possibilità della scelta, la responsabilità della scelta, l’esercizio della cittadinanza nello stato. Non si tratta di una questione tecnico-istituzionale, ma di una questione etico-politica. Caduti gli stimoli del passato, come si riattiva la partecipazione alla politica? Non è per questo che abbiamo scelto le primarie? Il rispetto della competenza decisionale degli individui non è forse l’unica risposta possibile a una crisi di fiducia ormai incontenibile?

Forse dovremmo guardare di più alle tendenze di fondo della società, comuni a tutti i paesi avanzati: dalla struttura economica all’eguaglianza di genere, dalla natura della famiglia all’individualizzazione dei valori. In tutte le società industriali avanzate, le condizioni di prosperità economica raggiunte hanno modificato i nostri valori. Ora, rispetto alle generazioni del periodo postbellico, l’auto-espressione, la qualità della vita, la scelta individuale sono diventate centrali. E questa nuova visione del mondo si accompagna a una de-enfatizzazione di tutte le forme di autorità. Insomma, invece di essere diretti dalle élite, tutti s’impegnano in attività dirette a sfidare le élite.

C’è chi ritiene (ad esempio, Roberto Gualtieri in un articolo pubblicato da L’Unità lo scorso 4 aprile ) che «se si percorrerà con decisione la strada europea di una democrazia parlamentare centrata su grandi partiti sarà possibile aprire una nuova pagina della vita nazionale» e magari archiviare «per sempre non solo la figura di Silvio Berlusconi ma l’impianto politico-culturale che ne ha determinato l’egemonia per un ventennio». Sarà, ma non ci credo.

Quello che è avvenuto in questo ventennio non è una parentesi antistorica, un’invasione degli Hyksos. E non c’è modo di ripristinare il vecchio sistema con un intervento di restauro. Oggi la classe politica (tutta) e la politica come attività, sono completamente delegittimate agli occhi dei cittadini. La gente ha perso la fiducia nei partiti e il sentimento prevalente è che i politici sono inutili, non fanno il loro mestiere e pensano solo ad arricchirsi.

E anche l’Europa non è più quella di una volta. L’erosione della fiducia dei cittadini nei loro dirigenti e nelle istituzioni politiche è diventata uno dei fenomeni più studiati dalla scienza politica negli ultimi vent’anni. Pierre Rosanvallon ha scritto «La politique à l’âge de la défiance»; e in un libro pubblicato non molto tempo fa da Polity Press con un titolo emblematico, «Why We Hate Politics», Colin Hay ha esaminato le ragioni della disaffezione per la politica e del disimpegno nelle società occidentali.

Tanto negli Usa che nel Regno Unito, i dati sembrano suggerire tre cause principali: la (percepita) tendenza delle élite politiche di rovesciare l’interesse pubblico collettivo nella gretta ricerca dell’interesse di partito o personale; la (percepita) tendenza delle élite politiche di finire preda dei grandi interessi; la (percepita) tendenza del governo all’uso inefficiente delle risorse pubbliche. Tutte cose che dovrebbero suonare familiari anche alle nostre orecchie. Non per caso, la settimana scorsa Die Welt si è chiesto:«Saranno i pirati a democratizzare l’Europa?». Secondo il quotidiano  tedesco,  il Partito dei Pirati (…e ho detto tutto!, direbbe Peppino) potrebbe essere il pioniere di una nuova democrazia nell’era post-industriale ed il primo partito genuinamente europeo  («Die neuen Maximalisten», 11 aprile 2012).

Bisognerà farsene una ragione: oggi nessuno partecipa più alla politica come in passato. Per questo bisogna passare definitivamente da una concezione e da una pratica politica fondate su una dichiarazione e una scelta di appartenenza a quelle fondate sulla responsabilità della scelta per il governo del paese. Specie se si considera che il nostro paese deve fare i conti non solo con il malessere che, dovunque in Occidente, circonda l’attività politica, ma anche con una dirompente sfiducia nello stato. Una costante nella storia d’Italia che la mancata modernizzazione del paese ha aggravato al punto che oggi è in discussione la stessa unità nazionale.

Il punto (di nuovo, la questione etico-politica) è che oggi solo la leadership può essere una risposta alla crisi di legittimazione. Gian Enrico Rusconi nei giorni scorsi ha osservato:«ogni ipotesi di riforma istituzionale che evochi il “presidenzialismo” in qualunque forma, è motivo di sospetto prima ancora che di ragionata opposizione. Ma quello che sta accadendo da mesi è la prova evidente della necessità di dotare il nostro sistema politico di competenze di governo che abbiano la legittimità e la forza di aggregare decidendo, soprattutto di fronte alla crescente dispersione delle rappresentanze degli interessi». Ma, allora, visto che bisogna ricostruire il sistema dei checks and balances tra poteri e istituzioni dello stato, perché non è il centrosinistra ad avanzare e precisare il tema del (semi)presidenzialismo (non è forse una «strada europea»?) come complemento necessario dell’Italia «federale»?

Ora che, dopo vent’anni di progetti e di discorsi inconcludenti, la credibilità del federalismo è sfumata, non sarebbe male tenere a mente che quella di nuove regole e di nuove istituzioni è una strada (imposta da emergenze e fratture) che abbiamo scelto proprio per «sanare il contrasto tra società e Stato, fra società e politica». Un contrasto che non è risolto per il fatto che ora (anche) la Lega è colpita dagli scandali.

Enrico Berlinguer, nella celebre intervista concessa a Eugenio Scalfari nel luglio del 1981, espresse con parole appassionate la sua condanna del sistema dei partiti e della loro degenerazione. Ma denunciando la «questione morale» come la questione più importante del paese, senza avanzare contemporaneamente proposte ed ipotesi per la riforma delle istituzioni che, per dirla con uno slogan, «restituissero lo scettro» ai cittadini, Enrico Berlinguer condannò se stesso e il suo partito ad una pura azione di denuncia e testimonianza, altissima certo ma sterile. Oggi come allora quel che occorre è un’ipotesi di riforma delle istituzioni in grado di scongiurare davvero il rischio di un decadimento della democrazia.

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