GIORNALI2013

Il Gazzettino, 30 gennaio 2013 – ‘Il caso Moretton in Fvg e la riforma europea del Paese’

 

Anche Gianfranco Moretton, capogruppo del Pd in consiglio regionale, ha lasciato il partito. Anche stavolta si è parlato di «scelta personale» e di «caccia alle poltrone». Ovviamente ciascuno è libero di pensarla come crede, ma se l’asse destra-sinistra come modo di sintetizzare il menù offerto agli elettori è in crisi, se è in crisi il bipolarismo belluino del recente passato, se «gli schemi sono stati scompaginati», è tutta e solo colpa del «vecchio che rispunta»? Non sta accadendo qualcosa di più profondo nella politica italiana?

Il fatto è che oggi è in gioco la piena integrazione dell’Italia in Europa. E lo spartiacque fondamentale della politica italiana è tra chi è convinto che la strategia migliore per uscire dalla crisi sia quella concordata con i nostri partner europei e chi invece è convinto che proprio questa strategia sia la rovina del Paese; tra chi vuole cogliere l’occasione offerta dalla crisi per innescare un processo di rapido allineamento dell’Italia ai migliori standard europei e chi pensa che questo progetto sia velleitario o addirittura dannoso (perché «l’Italia è diversa», perché «in Italia queste cose non si possono fare», ecc.). Mi spiego con un esempio: nei paesi dell’Unione e dell’Ocse c’è una forza di polizia per il controllo capillare del territorio e una forza di polizia per il contrasto della grande criminalità. In Italia ci sono sei diverse e autonome forza di polizia, senza contare la polizia municipale, spesso in competizione l’una con l’altra e ciascuna incaricata di occuparsi di tutto, ben al di la della propria specializzazione. La conseguenza è che otteniamo, spendendo tre punti di Pil (il 30% in più della Germania), risultati decisamente inferiori a quelli degli altri. Ecco il benchmarking: possiamo fare «come in Europa»? E’ su questo punto (le riforme necessarie per la piena integrazione dell’Italia nella nuova Europa) che (anche) nel Pd vivono due anime diverse. Stante le contraddizioni nella linea del Pd (per tacere del resto: come da copione le prime divergenze tra Pd e Sel si sono consumate proprio in questi giorni sull’intervento militare deciso da Francois Hollande in Mali), siamo in molti a pensare che il modo più efficace per tenere stabilmente il governo italiano sul versante giusto rispetto allo spartiacque fondamentale (pro o contro la riforma europea dell’Italia) non sia restando nel Pd, ma sostenendo la nuova forza politica che sta nascendo attorno all’Agenda Monti. Di più. Il vecchio schema politico che contrappone una destra conservatrice o liberista a una sinistra progressista o statalista non corrisponde più a ciò che effettivamente accade nella politica italiana.

La scelta più rilevante che il Paese può (e a nostro avviso deve) compiere è quella pro o contro la profonda trasformazione dell’Italia, in contrapposizione alle forze conservatrici, corporative  e anti europee. Oltretutto, la riforma europea dell’Italia è quanto di più utile possiamo fare per combattere le disuguaglianze e ristabilire l’equità intergenerazionale. Ed è su questa scelta che dovrebbe concentrarsi la campagna elettorale.

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