GIORNALI2013

Il Gazzettino, 19 settembre 2013 – IL SALTO DI MASSA SUL CARRO DI RENZI

Non molti mesi fa, non c’era un dirigente del Pd che fosse disposto a prendere un caffè con Matteo Renzi che, solo per citare Rosy Bindi, non era che «un frutto di questa epoca di berlusconismo». Allora, a sostenerlo, tra i duecento e passa deputati del Pd, eravamo in quattro gatti. Oltre al sottoscritto, c’erano Mario Adinofi, Paolo Gentiloni, Roberto Giacchetti, Ermete Realacci, Fausto Recchia, Andrea Sarubbi, Giuseppina Servodio e Sebastiano Vassallo. Niente a che vedere, ovviamente, con la storia dei dodici professori universitari (12 su 1250) che dissero di no a Mussolini, ma anche questa vicenda marginale la dice lunghissima sull’aria che tirava (?) nel Pd solo pochi mesi fa, sull’atmosfera culturale che si respira nel nostro Paese e sul conformismo dell’intellighenzia di sinistra italiana; e ci ricorda che dire no è un gesto semplice solo in apparenza.

Ora non c’è militante, non c’è assessore di provincia che non voglia mettergli in capo una corona e proclamarlo imperatore galattico della sinistra. Anche Franceschini, Fassino e perfino Fioroni adesso stanno dalla sua parte. Anche uno come Gherghetta, ovviamente. Al punto che D’Alema, di fronte a tante improvvise «conversioni», non ha nascosto di provare «fastidio», perché «a tutto c’è un limite: i congressi si possono vincere o perdere, ma non la dignità».

Niente di nuovo, sia chiaro. Gli italiani, si sa, corrono sempre in  soccorso del vincitore; e si sa che a sinistra (in Italia) le idee dei riformisti di solito vengono «indossate» dal vecchio gruppo dirigente con vent’anni di ritardo, di norma dopo aver emarginato ed epurato i «revisionisti» che avevano osato proporle. E’ stato così anche nel recente passato: dalla svolta della Bolognina all’Ulivo e alla nascita del Pd. Senza contare che ora Renzi sembra aver cambiato programma. Anche grazie all’apporto culturale di personalità come il giuslavorista Pietro Ichino, nel frattempo passato a Scelta civica, Renzi l’anno scorso sembrò un riformatore. Nei suoi discorsi (e nel suo programma) il sindaco di Firenze aveva ripreso quasi tutte le idee-chiave della sinistra liberale e, con queste idee, aveva provato a sfidare la maggioranza del Pd. Infatti, il suo appello agli elettori delusi da Berlusconi fu la vera rupture rispetto agli ultimi anni di vita del Pd, più forte della stessa rottamazione. Ora Renzi sembra puntare invece a rassicurare i militanti. Non per caso ha scelto di rivolgersi al «popolo del Pd» da un luogo iconico e identitario come la festa dell’Unità dell’Emilia. Peccato che Bill Clinton, Tony Blair e Gerhard Schröder (forse i tre leader mondiali che più hanno cambiato le rispettive sinistre) abbiano fatto la scelta opposta, rompendo tabù e cinghie di trasmissione (a cominciare dal sindacato), rinunciando alla rendita di consolidati bacini elettorali e mettendo in discussione le vecchie identità. Nel Pd al contrario l’ala veterostatalista da molto tempo ha preso il sopravvento e ha scelto di usare la crisi finanziaria e politica per tornare alle vecchie certezze sul ruolo dello stato in economia, sulle modalità di regolamentazione del mercato del lavoro e su parecchie altre cose. Di fronte a questa offensiva, la cultura dei riformisti è stata sopraffatta. Le voci che si sono levate nel partito per difendere non tanto una qualche astratta nozione di liberalismo ma molto semplicemente un approccio pragmatico e non ideologico alla politica economica (per ridisegnare gli incentivi nel settore sanitario e nell’educazione, per ripensare l’opportunità dell’attuale, soffocante, tassazione di lavoro e impresa o per riformare la pubblica amministrazione, la giustizia e le istituzioni) sono state pochissime e assolutamente minoritarie. Si sa che Parigi val bene una messa, ma è su queste scelte strategiche per l’economia e la società che si fonda una leadership nuova, non sull’usuale rassicurante scelta identitaria.

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