GIORNALI2006

Il Piccolo, 7 marzo 2006 – La riscossa dei partiti

Lo scontro tra presidenti e partiti scandisce la cronaca di questi ultimi anni. Perchè?

Del «golpe» proporzionale che ha peggiorato la legge elettorale rendendo ancora più incerto l’esito del voto e trasformando le segreterie dei partiti in arbitri assoluti dell’elezione dei rappresentanti del popolo, abbiamo già detto tutto il male possibile. Ancora una volta la strategia berlusconiana è quella di «avvelenare i pozzi» prima della fuga. L’obiettivo principale della restaurazione proporzionale è rendere tormentata e instabile la vita del nuovo governo. In questo senso è, come ha detto Prodi, una «legge antipatriottica», che andrebbe semplicemente abrogata. Ma davvero Riccardo Illy può diventare, come ipotizza Sergio Baraldi, il Mario Segni del Nord?
È davvero questo il senso delle ultime mosse del nostro presidente? Ho più di un dubbio. Per quanto dannosi possano essere gli effetti di una legge «irrazionale e incostituzionale», il contesto istituzionale e sociale in cui dovrà operare è molto cambiato. E sarà questo contesto a incanalare il processo e gli attori. Il colpo di mano proporzionale – che in altri tempi avrebbe suscitato discussioni accese e moti di piazza – è passato nel sostanziale disinteresse dei media e dell’intera opinione pubblica. Un disinteresse che nasconde anche una sfiducia ormai diffusa negli italiani sulla capacità delle riforme istituzionali di cambiare effettivamente il nostro sistema politico e istituzionale. Se c’è infatti una cosa che hanno insegnato dieci anni e più di marchingegni elettorali e di invenzioni costituzionali, è che non bisogna sopravvalutarne il ruolo. Si era detto che, col maggioritario, anche l’Italia avrebbe avuto finalmente due grandi partiti capaci di competere legittimamente e alternarsi al governo. Ma la legge elettorale ha prodotto esiti molto diversi da quelli che ci si era illusi di confezionare a tavolino: il maggioritario in Italia non è servito a unificare i partiti, ma a rafforzare i premier e non ha eliminato né i piccoli partiti né la loro capacità di veto. Insomma, si pensava di importare il modello Westminster per legge, ma al posto del bipartitismo parlamentare si è sviluppato un anomalo «bipolarismo presidenziale». È questa la tesi contenuta nel libro di Mauro Calise «La Terza Repubblica. Partiti contro presidenti» pubblicato da Laterza. «La capacità di aggregazione e di coesione che il modello di Westminster affidava a forti e coesi e ben strutturati partiti nazionali – osserva Calise – veniva svolta dai leader che ricoprivano – ai diversi livelli della piramide statale – i vertici dell’esecutivo. Le loro principali
risorse erano le leve istituzionali del potere, profondamente rinnovate e potenziate sia al centro che in periferia, e la legittimazione diretta che ricevevano dall’elettorato. E che avrebbero cercato di rinvigorire inaugurando, anche da noi, quelle tecniche di campagna elettorale “permanente” tipiche dei regimi presidenziali».
In questi anni gli esempi non sono mancati. Da Silvio Berlusconi al mio amico Giorgio Brandolin. Ma il rafforzamento del premier ha smesso di essere percepito e perseguito come punto di stabilizzazione della propria maggioranza politica. Al punto che lo scontro tra presidenti e partiti scandisce la cronaca quotidiana di questi ultimi anni. Perché? È indubbio che l’interpretazione bonapartista del proprio ruolo da parte di Berlusconi ha spalancato le porte alla contestazione dello strapotere del premier. Ma c’è dell’altro. C’è che i partiti, come scrive Baraldi, sono tornati a condizionare la scena. Ma il ritorno dei partiti non risponde soltanto a un meccanismo di autoconservazione del ceto politico. È anche il prodotto dell’assenza di alternative credibili. «Le leadership presidenziali emergenti – scrive Mauro Calise – non sono risultate infatti portatrici di un progetto di “ordine nuovo”. Soprattutto sul terreno decisivo dello scontro politico, quello della struttura statale, il presidenzialismo italiano è apparso latitante, contraddittorio, deludente. Non si è dotato di un programma istituzionale adeguato all’enorme investitura democratica di cui, ai suoi
esordi, ha goduto. Anzi, l’incapacità dimostrata su questo fronte si è accompagnata a un accorciamento della prospettiva politica. La personalizzazione del potere ha finito col rappresentare soprattutto un incentivo ad interventi ravvicinati, rapidamente realizzabili e fungibili. Privi di quel respiro programmatico che rafforza le visioni – e le identità – collettive sui tempi lunghi”. E’ in questo “vuoto di iniziativa strategica alternativa al vecchio sistema” che i partiti hanno potuto recuperare molte delle posizioni perdute. Insomma, la politica presidenziale non ha (ancora) mostrato di avere le carte in regola per trasformarsi in un nuovo equilibrio istituzionale facendo dei presidenti i depositari autorevoli ed efficaci dell’indirizzo politico. Al punto che, insiste Calise, “sui monarchi repubblicani – piccoli e grandi – che calcano la nostra scena politica, l’ombra più preoccupante non è il delirio di onnipotenza ma la spirale dell’inefficienza. E il giudizio di inadempienza che prima o poi, inesorabilmente, accompagnerà la loro uscita di scena”. Se così stanno le cose, forse partiti e presidenti farebbero bene, come suggerisce Calise, a “firmare un dignitoso armistizio”. Ma deve cominciare a farsi strada la consapevolezza reciproca dei propri limiti. Anzitutto, dei partiti. Difendere il primato dei partiti, identificati immediatamente con “la politica”, significa affondare nella nostalgia per un passato irrecuperabile. Proprio la necessità sociale e civile della dimensione partito e l’obsolescenza della forma storica attuale dei
partiti in Italia ci obbligano a ridefinire un nuovo equilibrio cittadini-partiti-Stato. Ma per far questo ci vogliono forze politiche adeguate ai tempi che possano davvero svolgere quel ruolo essenziale di specchio ed elaborazione delle trasformazioni continue che accadono nella società rappresentandone le istanze sul tavolo pubblico. Ma vale anche per presidenti, che si devono sobbarcare “accanto ai molti onori della seduzione – anche l’onere della costruzione. Facendosi promotori e interpreti di quel processo di rifondazione statale senza il quale non c’è orizzonte, né per loro né per il paese”. Non si tratta di imboccare l’ennesima scorciatoia a colpi di leggeelettorale. Ma di costruire, aggiungendoci ogni giorno un mattone, un sistema decisionale che segni una netta discontinuità col passato. Anche perché “molti dei capi visti all’opera finora sono sembrati prevalentemente attratti dall’opportunità di gestire e ampliare il proprio potere personale. Contribuendo ad innescare quella reazione di diffidenza e rigetto che è il migliore terreno di coltura per il ritorno del vecchio ordine”. Ha ragione Mauro Calise: si tratta di lavorare fianco a fianco, presidenti e partiti. E la prova elettorale è un’occasione per farlo.

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