GIORNALI2010

Europa, 28 aprile 2010 – Magari il modello Westminster

I dibattiti televisivi tra Gordon Brown, David Cameron e Nick Clegg (mandati in onda da Sky Tg24) andrebbero trasmessi a reti unificate. Nei sondaggi, lo spostamento dell’opinione degli elettori inglesi non è mai stato così ampio e le elezioni del 6 maggio potrebbero riscrivere le regole della politica inglese.
Nick Clegg ne ha indubbiamente approfittato del confronto tv per mettersi in vetrina. Ma la dimensione insospettata del gradimento per la sua performance suggerisce che gli elettori stanno facendo qualcosa di più che scegliere il vincitore di un concorso di bellezza. La questione che si pensava avrebbe dominato la campagna elettorale, l’enorme buco nei conti pubblici, è stata dimenticata (anche se tagliare la spesa sarà la vera sfida) e, come ha osservato Philip Stephens sul Financial Times, la campagna ora si basa su quel che pensano gli elettori della politica e dei politici. E non ne pensano molto bene, alle prese con una dolorosa recessione e con lo scandalo dei rimborsi spese gonfiati dai deputati, che hanno fatto scoprire all’opinione pubblica inglese l’esistenza di una «casta» che abusa dei propri privilegi.
La fortuna o il genio di Nick Clegg è stato quello di un uomo di partito che ha assunto la guida del partito dell’antipolitica.
Eppure, Clegg è uno dei figli più coccolati dell’establishment e, prima diventare un libdem, a lungo si è trastullato con l’idea di aderire ai conservatori; e quanto alle politiche, ha alcune idee sensate sulle libertà civili e la politica estera e alcune idee («strampalate», scrive il Ft) sulle tasse. Ma non importa.
Quel che davvero conta è il riferimento continuo agli old parties, labour e conservatives, i partiti vecchi ed esausti.
Ecco, seguire il confronto tra i tre leader inglesi ci aiuterebbe a tenere presente che i tempi sono parecchio cambiati.
Da quant’è che dalle nostre parti si discute della crisi della politica come se l’erosione della fiducia fosse dovuta a fattori propri solo del nostro paese? Certo, gli italiani non ne possono più delle distorsioni della politica, ma in realtà in tutte le società industriali avanzate la gente è diventata più autonoma e sfida le élite. L’accrescersi della sicurezza esistenziale, le condizioni di prosperità economica raggiunte dalle società industriali avanzate, hanno generato, come ha documentato Ronald Inglehart, una nuova visione del mondo che si accompagna alla de-enfatizzazione di tutte le forme di autorità (da quella burocratica a quella religiosa, come stiamo vedendo) e a un’erosione di molte delle istituzioni chiave.
In un libro pubblicato non molto tempo fa da Polity Press con un titolo emblematico, Why We Hate Politics, Colin Hay ha esaminato le ragioni della disaffezione per la politica e del disimpegno nelle società occidentali.
Hay osserva che, tanto negli Usa che nel Regno Unito, i dati sembrano suggerire tre cause principali.
In primo luogo, la (percepita) tendenza delle élite politiche di rovesciare l’interesse pubblico collettivo nella gretta ricerca dell’interesse di partito o personale. In secondo luogo, la (percepita) tendenza delle élite politiche di finire preda dei grandi interessi. Infine, la (percepita) tendenza del governo all’uso inefficiente delle risorse pubbliche.
Tutte cose che dovrebbero suonare familiari anche alle nostre orecchie. Bisognerà, prima o poi, farsene una ragione: oggi nessuno partecipa più alla politica come in passato.
Per questo bisogna passare definitivamente da una concezione e da una pratica politica fondate su una dichiarazione e una scelta di appartenenza a quelle fondate sulla responsabilità della scelta per il governo del paese. Specie se si considera che il nostro paese deve fare i conti non solo con il malessere che, dovunque in Occidente, circonda l’attività politica, ma anche con una dirompente sfiducia nello stato. Una costante nella storia nazionale che la mancata modernizzazione del paese ha aggravato al punto che oggi è in discussione la stessa unità nazionale. Naturalmente per i «costituenti» impegnati nell’ormai trentennale dibattito sulle riforme, la frequenza alle «lezioni di inglese» dei leader britannici è obbligatoria.
Se non altro, per mandare a memoria l’ammonimento di Giovanni Sartori: «Occorre ricordare che la costruzione di un sistema di premiership sfugge largamente alla presa dell’ingegneria costituzionale. Le varianti britannica o tedesca di parlamentarismo limitato (di semi-parlamentarismo) funzionano come funzionano soltanto per la presenza di condizioni favorevoli». Se ancora ce ne fosse bisogno, la meschina campagna delle regionali, lo scontro tra il premier e il presidente della camera, l’attesa rinascita di un grande centro e la stessa ipotesi di un Cln, mostrano che l’idea di trapiantare il modello Westminster alle nostre latitudini è fatta, direbbe un altro grande inglese, della stessa sostanza di cui sono fatti i sogni.

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