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qdR magazine settimanale di propaganda riformista, numero 56 del 10 aprile 2012 – Passaggio in India

Ha ragione Mario Monti: «consideriamo i cinesi dei pubblici disturbatori di un mondo del passato che crediamo esista ancora e del quale siamo convinti di fare tuttora parte» ( La Stampa, 4 aprile 2012). Eppure, la stessa vicenda dei nostri due fucilieri di Marina, catturati e detenuti dalle autorità indiane del Kerala, in India, dovrebbe aprirci gli occhi: il semplice (e a suo modo confortante) mondo della Guerra Fredda è svanito.

Proprio la settimana scorsa si è svolto il quarto summit dei BRICS a New Delhi e non sarebbe male se il nostro Paese buttasse l’occhio alla regione dell’Oceano Indiano. Un’area cruciale, dove, secondo Robert Kaplan (il suo libro «Monsoon Asia», offre un’interessante panoramica della regione), la battaglia per la democrazia, l’indipendenza energetica e la libertà di religione sarà vinta o persa. Un’area del mondo che non ci possiamo più permettere di ignorare, specie se si considera che a New Delhi è in corso uno scontro in cui la posta in gioco è la politica estera indiana. Da una parte ci sono quelli per i quali l’unica cosa che conta è l’attitudine a fare da soli. «L’autonomia strategica è stato il valore più importante e un obiettivo costante della politica internazionale dell’India dall’avvio della Repubblica», ha dichiarato «Nonalignment 2.0», un nuovo rapporto di otto dei maggiori esperti di politica estera del paese. «Nonalignment 1.0» era, ovviamente, ai tempi della Guerra Fredda, la politica indiana volta a mantenere l’ equidistanza tra Mosca e Washington – anche se in pratica propendeva verso l’Unione Sovietica.

Ma sono in molti a sostenere che il non allineamento ha fatto il suo tempo e che aspirano invece a rafforzare legami reciprocamente vantaggiosi con l’Occidente. L’ex consigliere per la sicurezza nazionale Brajesh Mishra ritiene «impossibile» per l’India restare «non allineata» tra gli Usa e la Cina. Secondo K. Shankar Bajpai, un ex ambasciatore indiano negli Usa e in Cina, «resuscitare quel concetto significa respingere indietro la nostra gente a qualcosa che non solo è da tempo sorpassato ma – e questa è la sua eredità pericolosa – che ci ha fatto più male che bene».

Comunque vada il confronto, ci saranno profonde conseguenze per l’India, l’Asia e il mondo intero. Se l’India, come ha osservato Sadanand Dhume (in un articolo su Foreign Policy dal titolo «Failure 2.0»), ritorna a misurare la sua indipendenza dalla prontezza con la quale si oppone a Washington (e da nessuna parte le vecchie abitudini mentali sono più evidenti che nella politica mediorientale dell’India), rischia inevitabilmente di indebolire la tesi «che l’ascesa di una grande e pluralistica democrazia di lingua inglese in Asia è nell’interesse dell’Occidente».  Se l’India comincia invece a concepire la politica estera come la maggior parte degli altri paesi (in termini cioè di interesse nazionale anziché di attaccamento a dottrine astratte) probabilmente «si farà strada la conclusione che Washington è il partner naturale, con il quale l’India condivide non solo legami culturali ma anche la sfiducia circa il rapido riarmo della Cina e la permanente alleanza del Pakistan con il Jihadismo. Questo non vuol dire diventare il cagnolino dell’America, come le elite di New Dehli sembrano costantemente temere, ma riconoscere l’ovvia convergenza di valori ed interessi. L’obiettivo più pressante per l’India, quello cioè di modernizzare la sua promettente ma ancora arretrata economia, è più facile da raggiungere in uno stabile ed aperto ordine internazionale sostenuto dalla potenza americana. E’ nell’interesse dell’India favorire anziché erodere quest’ordine e, al contempo, lavorare per ricavare per sé stessa un ruolo più ampio».

Per ora, tuttavia, il fantasma di Nehru continua a gettare un’ombra sulla politica estera indiana. Nonostante il ruolo di Beijing nel sostenere il programma missilistico e nucleare del Pakistan, le sue continue rivendicazioni sul territorio indiano e l’umiliazione militare dell’India nella breve guerra di montagna del 1962, i sostenitori del«Non Allineamento 2.0» tendono a diffidare degli Usa più che della Cina.  Presagiscono il progressivo declino americano e l’ascesa rapida dell’India ad uno status di grande potenza come un esito inevitabile e deducono che gli Stati Uniti hanno bisogno dell’India più di quanto l’India abbia bisogno degli Stati Uniti.

Ma dall’avvento delle riforme economiche del 1991, l’India è cambiata radicalmente. Oggi è più probabile che i giovani indiani delle città ricordino la visita di George Bush o quella di Obama, che quelle di Arafat o di Fidel Castro. Inoltre, una generazione di smaniosi uomini d’affari sa che l’America assicura l’aperto e stabile ordine mondiale di cui l’India ha bisogno per soddisfare la sua promessa economica; i generali indiani sanno che l’India non può permettersi di guardare con ottimismo alla crescita di un potente stato vicino, guidato da un partito unico, che mantiene rivendicazioni sul suo territorio. E il Giappone, la Corea del Sud e Singapore suscitano ammirazione tra gli indiani come società progredite che hanno migliorato infinitamente la vita dei loro cittadini mantenendo solidi legami con la principale potenza del mondo. Come ha sostenuto C. Raja Mohan, uno dei maggiori studiosi indiani, «mano a mano che cresce, l’India ha il potenziale per diventare un membro guida dell’‘Occidente politico’ e giocare un ruolo centrale nelle grandi battaglie politiche dei prossimi decenni».

Tuttavia, questa trasformazione ha bisogno di stringere i tempi e va incoraggiata. Non per caso, Monti di ritorno dal suo recente viaggio in Asia, ha sottolineato: «Ho fatto questo viaggio perché credo che l’attenzione verso questi Paesi sia nei nostri interessi, sia per abituare gli italiani a considerare questi Paesi cruciali per la crescita economica e a non ragionare più soltanto in ottica di decisioni europee. E’ tempo di cambiare i giudizi che diamo un po’ superficialmente in base ai vecchi tabù».

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