GIORNALI2012

Europa, 7 luglio 2012 – Fare come in Francia

Ci troviamo in un passaggio di fase di rilevanza storica. Poche altre volte nella nostra breve storia repubblicana abbiamo vissuto un tempo di sfilacciamento, di cedimento del tessuto politico istituzionale così profondo e radicale. La cinghia di trasmissione del consenso tra cittadini, partiti e istituzioni si è logorata in un modo che, per alcuni aspetti, può apparire quasi irrecuperabile. C’è bisogno di un colpo d’ala. Di un atto di consapevolezza e coraggio da parte della classe politica.
E scriviamo classe politica, un concetto nobile e non dispregiativo come è invece quello di Casta entrato, per via giornalistica e malauguratamente, nel lessico comune. Il compito di una classe politica è allora quello di ambire ad essere una classe dirigente, di non nascondersi dietro opportunismi o tatticismi, ma di dire la verità al paese. Dobbiamo quindi riconoscere che sono ormai venti anni che il sistema politico italiano cerca un diverso equilibrio, una nuova stabilità, e pertanto non riacquista credibilità e fiducia nelle coscienze dei cittadini.
Questo è avvenuto solo per i livelli di governo locale, comuni province e regioni, attraverso l’introduzione dell’elezione diretta del capo del governo locale e della relativa maggioranza consiliare. Ora proprio il gap che in questi venti anni si è formato tra forza e autorevolezza dei governi locali e persistente debolezza dei governi centrali è una delle ragioni che rende ineludibile un adeguamento anche della forma di governo nazionale.
Per questo, insieme ai colleghi deputati del Partito democratico Barbi, Boccia, Ferrari, Giachetti, Gozi, Martella, Merloni, Misiani, Peluffo, Pizzetti, Recchia, Tenaglia e Viola abbiamo presentato una proposta di legge costituzionale che ricalca il modello semipresidenziale francese. C’è bisogno di un atto di consapevolezza e coraggio che ci faccia sciogliere quei nodi rimasti irrisolti nella transizione infinita e che operi il riallineamento tra forma di governo e pratica della politica. Era il 1993 quando scoprivamo con il referendum maggioritario la possibilità di trasformare la democrazia italiana in democrazia dei cittadini. Con un governo scelto direttamente nelle urne dalla volontà popolare che fungeva da formidabile strumento per responsabilizzare i partiti una volta arrivati in parlamento. Sappiamo quanto questo principio, pur avendo conquistato la maggioranza dei cittadini, non sia mai riuscito a diventare prassi politico- istituzionale.
È doveroso pertanto completare il percorso intrapreso negli anni ’90 con l’introduzione del maggioritario e dell’elezione diretta dei sindaci e presidenti di province e regioni, e proseguito nei primi anni del XXI secolo con l’innovazione, sperimentata per la prima volta in Italia a livello continentale, delle elezioni primarie.
Ora, noi constatiamo come sia il sistema uninominale e maggioritario sia le elezioni primarie presuppongano una forma di governo diversa da quella attualmente in opera nella nostra repubblica. O si opta per un capo del governo indicato direttamente dai cittadini, come suggeriscono le primarie, oppure si resta nel solco dei governi fatti e disfatti in parlamento, di cui abbiamo già conosciuto la scarsa efficacia, l’instabilità, l’irresponsabilità.
Vale pertanto rilevare a questo punto come in nessun paese occidentale a democrazia matura, succede come è successo in Italia, che un capo del governo uscente e sconfitto, si ripresenti alle elezioni successive come è avvenuto in Italia più volte con Silvio Berlusconi. Sarebbe opportuno arrivare anche in Italia al fatto che un capo del governo uscente una volta sconfitto possa dire: è tutta colpa mia, assumendosi per intero la responsabilità.
La ricostruzione del nesso potere-responsabilità non è determinata da una appartenenza ideologica ma dalla organizzazione e strutturazione del sistema politico. Un sistema politico opaco che nasconde le responsabilità genera discredito. Un sistema politico competitivo, conflittuale, presidenziale concorre alla chiarezza delle opzioni e alla partecipazione trasparente e consapevole dei cittadini.
Per tutte queste ragioni è oggi opportuno che la nostra repubblica democratica e il nostro parlamento valutino con serietà l’ipotesi di trasformazione del sistema politico istituzionale, dalla forma di governo parlamentare alla forma di governo presidenziale o semi-presidenziale sul modello della Francia. Il presidenzialismo sembra essere sempre di più quel sistema che lungi dal liquidare la democrazia rappresentativa e la forma partito è piuttosto in grado di aggiornarla e adeguarla alle nuove dinamiche della vita democratica che richiedono un livello più alto, diretto e consapevole di partecipazione da parte dei cittadini.
Il presidenzialismo sembra essere dunque quel passaggio che manca e che è necessario per riallineare nella democrazia italiana forma del governo e sostanza del governo, quel passaggio che sembra essere in grado di portare finalmente e definitivamente l’Italia in quella democrazia competitiva, governante e dei cittadini a cui milioni di persone hanno lavorato negli ultimi venti anni e più.

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