GIORNALI2012

Messaggero Veneto, 24 luglio 2012 – PROVINCE GUARDIAMO ALL’EUROPA

Bassi salari, alta disoccupazione, diseguaglianza crescente rischiano di trasformare le preoccupazioni economiche degli italiani in risentimento. E prima che le difficoltà e il risentimento crescano ulteriormente, l’Italia deve optare per le riforme. Dobbiamo offrire un cambiamento sia nelle politiche sia nel modo di fare politica. A cominciare, naturalmente, dall’adeguamento delle indennità e del numero degli eletti alla media europea. Ma dobbiamo mettere ordine anche nella «casa» della politica: la Pubblica amministrazione. Con scelte emblematiche. Ha ragione Omar Monestier: togliamo di mezzo le province e ripensiamo ex novo l’articolazione del governo locale in regione. Non si capisce perché l’Italia debba avere quattro livelli territoriali costituzionalmente garantiti: lo Stato, le Regioni, le Province e i Comuni. Per restare in Europa, la Francia prevede in Costituzione i Comuni e i Dipartimenti; la Germania, i Comuni e i Länder. Questo non vuol dire che non esistano altri livelli territoriali (le Regioni in Francia, i Distretti in Germania), ma non sono enti politici costituzionalmente garantiti, bensì luoghi di coordinamento territoriale. Può darsi quindi che sia necessario un livello intermedio tra Comune e Regione (ad esempio associazioni tra Comuni), ma la cosa non c’entra con la questione che si pone quando si dice che occorre abolire le Province come enti costituzionali e politici. Il che non solo consente un importante risparmio nel bilancio dello Stato, ma colpisce anche gli agglomerati parassitari che creano una giustificata protesta da parte dei cittadini. E’ questa la «riforma della politica». E vale anche per i comuni. La dimensione territoriale dei nostri comuni è ancora quella del Medioevo: la distanza che si poteva percorrere a piedi sulle strade di allora nelle ore di luce. Ma oggi l’economia del Paese ha bisogno di avviare grandi trasformazioni e il ripensamento di un’organizzazione territoriale finora policentrica e dispersa (un ripensamento che deve avvenire in direzione dell’apertura alla globalità, da una parte, e in direzione dell’integrazione tra più città e più sistemi locali, dall’altra) costituisce forse il capitolo più importante che questo progetto. Le città, infatti, stanno mutando funzioni, posizione e funzionamento interno in tutta Europa e l’organizzazione della produzione e dei servizi, per tutte le cose di qualità, sta sempre più uscendo dal tradizionale spazio urbano, divenuto troppo limitato, per approdare ad aree più estese. E in tutta Europa, negli anni ’90, c’è stato un grande fervore riformatore per definire un nuovo ordine territoriale. A Rotterdam un network amministrativo che include anche altre municipalità è stato tentato per definire la “Citta-regione”; a Lione si è creata una “regione urbana” con le città vicine e così via. In Germania i comuni erano addirittura 24.476 e ogni Land ha usato le ricette più convenienti per gli accorpamenti. Nel Canton Ticino esistono, dal 1995, opportuni incentivi alle fusioni: così 45 comuni si sono uniti in 15 nuove aggregazioni. In Danimarca hanno ridotto i Comuni da  1388 a 275 (e le province da 22 a 14), in Belgio da oltre 2500 a meno di 600, in Inghilterra da 1830 a 486. E potrei continuare. Insomma, quello delle cento città è un mito antico della politica italiana, ma questa deve rinnovare le sue parole d’ordine se vuole affrontare le sfide del futuro. E quello della riorganizzazione della rete comunale è un compito storico, per il quale la nostra Regione, forte della sua autonomia, deve cominciare a lavorare almeno con la stessa solerte attenzione dei Länder tedeschi. Non fosse altro perché, come hanno scritto Rino Batocletti e Leopoldo Coen, le regioni autonome «non potranno più usare le loro prerogative speciali soltanto per conservare».

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