GIORNALI2013

Messaggero Veneto, 17 gennaio 2013 – «Il Pd non vuole tra i piedi i riformisti dell’area liberal»

 

di ALESSANDRO MARAN

Comprendo il nervosismo che si cela dietro le scomuniche e i giudizi sprezzanti che, come nei tempi andati, lasciano intendere che «anche nella criniera di un nobile cavallo da corsa si possono sempre trovare due o tre pidocchi». E potrei ironizzare a lungo su quanto le «scelte personali» abbiano contato nelle decisioni della segretaria del Pd. Ma la questione è molto semplice: se avessi pensato unicamente alla «busta paga» in questi anni mi sarebbe bastato stare con la maggioranza e sostenere Bersani. Come hanno fatto in tanti. Anche quelli che si erano schierati dalla parte opposta, prima con Veltroni e poi con Franceschini. Avrei potuto adeguarmi alla maggioranza e tenere la bocca chiusa anziché battermi apertamente con l’iniziativa per l’agenda Monti e una ingente quantità di interventi e proposte. Senza contare che, come in molti lasciano intendere, se avessi fatto il bravo, mi avrebbero «recuperato» in qualche modo. Ma io non voglio fare il bravo. La politica è lo spazio della scelta. Che per me non ci sia posto in lista passi, ma che non ci sia posto per un’intera area politico-culturale è inammissibile. E di questo ho preso atto solo dopo la riunione della direzione nazionale. Il che spiega l’incoerenza tra le due dichiarazioni (e rivela anche che non avevo architettato la fuga). Ma questi sono dettagli. La sola cosa che conta, il fatto «politico», è che il Pd ha scelto di bandire una precisa area politico culturale dal suo stesso progetto politico. Dire, come fa Serracchiani, che comunque all’interno del Pd è rappresentata l’area moderata è una sciocchezza. L’area liberal non ha niente a che vedere con Fioroni. È l’area liberal-socialista del partito, erede della tradizione migliorista di Napolitano. L’area che più di ogni altra si è battuta per dare vita al Pd, per la convergenza delle diverse culture riformiste nella costruzione di una cultura politica comune e per costruire la sinistra italiana come crogiuolo dei diversi filoni (liberalismo, socialismo, personalismo cristiano) che si sono variamente intrecciati nella sinistra europea. È questa l’area che il Pd, preda ormai di una deriva identitaria allontana come «altro da sé». E non intenderne la portata rivela una imperdonabile inconsapevolezza della vicenda storica del nostro Paese, di cosa sia la sinistra in Italia (e non solo in Italia) e svela la determinazione a restringere il perimetro del Pd. La mia battaglia dentro la sinistra e nel Pd l’ho combattuta per anni. Ma ho perso. E ora l’area liberal è stata messa a tacere. Può anche darsi che la componente possa ricostruirsi, ma nella situazione in cui siamo l’Italia ha bisogno di cambiamento, di fiducia, di riforme; e non può permettersi i ritardi culturali della sinistra. Sostenere, come ha fatto Serracchiani, che Monti non è un riformista è un’altra sciocchezza. Grazie a Monti l’Italia è riuscita a rompere lo stallo in cui versava la politica europea: rimettendo in moto il processo comunitario per la condivisione delle politiche economiche. E chi sta a Bruxelles dovrebbe saperlo meglio di chiunque altro. Di più: oggi «Riformismo versus Populismo» è la dicotomia che spiega il tempo che ci è dato vivere. Si tratta di un tema strategico. Non per caso proprio Mario Monti ha proposto un vertice europeo per discutere dei populismi. Il campo del populismo non coincide con il campo della destra o della sinistra: è un campo mobile. E il vero discrimine della politica italiana oggi non è quello tra la sinistra di Bersani-Vendola e la destra di Berlusconi-Maroni. Il vero discrimine è tra chi è convinto della strategia che abbiamo concordato con i nostri partner europei per uscire insieme dalla crisi, e quanti, (come Vendola, Berlusconi, Maroni e alcuni dirigenti del Pd) sono convinti che proprio quella strategia sia la causa dei nostri mali. Queste sono le due alternative tra cui gli italiani devono scegliere il 24 febbraio. E la formazione che nasce con Monti mira a creare un nuovo bipolarismo positivo. Aggiungo che solo dalla collaborazione tra Bersani e il polo riformatore di Monti è possibile immaginare che il governo del Paese resti orientato in direzione del riformismo contrastando il populismo diffuso in tutti gli altri partiti in gara (Berlusconi, Grillo, Ingroia) e neutralizzando le spinte conservatrici. E il Pd farebbe bene a tenerlo a mente. Potrà non piacere a molti nel Pd, ma la strada da seguire è quella dell’iniziativa di quest’anno del presidente Monti. Come l’area liberal ha, appunto, cercato di indicare con l’appello del luglio scorso. Quei riformisti che il Pd non ama e non vuole tra i piedi.

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