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Il Gazzettino, 20 febbraio 2013 – IL GAZZETTINO: LAVORO ALLE DONNE PER CRESCERE MEGLIO

 

Da anni l’Italia cresce pochissimo. Cresce poco dal punto di vista economico e cresce ancor meno dal punto di vista demografico. I due fenomeni sono collegati: una società «vecchia» fatica a tenere il passo con società più giovani e dinamiche. Per rilanciare la crescita si devono fare molte cose: un fisco più leggero per imprese e lavoratori, liberalizzazioni, mercati più efficienti, più incentivi per ricerca e innovazione.

Ma c’è una cosa più importante su cui puntare: il lavoro delle donne. Per far ripartire il Paese, si deve «fare largo alle donne», dare più spazio alle loro aspirazioni, ai loro talenti, ai loro bisogni.

Nell’ultimo decennio l’incremento dell’occupazione femminile nei Paesi sviluppati ha contribuito alla crescita del Pil globale (quello di tutto il pianeta) più dell’intera economia cinese. Da noi solo il 46,3% delle donne ha un’occupazione: uno dei valori più bassi d’Europa. E nelle regioni del Sud (sommerso incluso) solo il 31%. Se aumentassimo la percentuale di donne che lavorano al livello degli uomini (circa il 70%), il reddito italiano crescerebbe di quasi il 20%. Aumenterebbe ovviamente il reddito delle famiglie; e se anche la donna guadagna, le famiglie hanno non soltanto maggiore capacità di consumo, di risparmio e di investimento, ma diminuisce anche il rischio di povertà e vulnerabilità e aumenta la disponibilità ad accettare flessibilità e cambiamenti, favorendo il dinamismo dell’economia e della società.

Inoltre l’occupazione femminile crea altro lavoro. Per ogni 100 donne che entrano nel mercato del lavoro si possono creare fino a 15 posti aggiuntivi nel settore dei servizi: assistenza all’infanzia, agli anziani, ricreazione, ristorazione, ecc. Infine, più donne occupate significa più nascite e meno bambini poveri. In tutto l’Occidente sono le donne che hanno un impiego (e che sono aiutate a conciliare impegno professionale evita domestica) quelle che mettono al mondo più figli e che sono in grado di garantire loro una buona educazione. Nel nostro Paese il 17% dei minori vivono in famiglie monoreddito, al di sotto della soglia di

povertà, e al Sud il fenomeno interessa il 28,8%.

Ma per immettere nel circuito produttivo questa risorsa inutilizzata bisogna riorientare le politiche di welfare a favore delle famiglie e mettere al centro della politica sociale le libertà e le opportunità dei singoli individui e, in particolare, quelle di ciascuna singola donna, come succede in tanti Paesi vicini a noi. Per lavorare e fare figli una donna francese o scandinava non deve essere per forza Wonder Woman. Può, ad esempio, appoggiarsi agli asili nido (che sono aperti molte più ore) e a servizi di ogni tipo: noi abbiamo solo 15 posti nel nido ogni cento bambini al Nord e addirittura due al Sud. E una donna francese o scandinava può contare su un sistema fiscale che incoraggia l’occupazione femminile. Da noi la scoraggia in quanto le detrazioni diminuiscono al crescere del reddito familiare.

Ma non è vero che i programmi sono tutti uguali. L’Agenda Monti prevede una forte «azione positiva» mirata non solo ad aumentare in Italia l’occupazione femminile, ma anche a produrre un mutamento positivo nella distribuzione tra uomini e donne del lavoro domestico. La prima parte del progetto consiste nella sperimentazione della detassazione selettiva del reddito da lavoro delle donne (che ricalca una mia proposta di legge del 2010) per far crescere il tasso di occupazione femminile dall’attuale 46% al 60% previsto dal Trattato di Lisbona. Una delle priorità dell’Agenda Monti è la riduzione dell’Irpef sui redditi di lavoro e di impresa; l’idea, dunque, è di concentrare questa riduzione sui tre segmenti che oggi più soffrono nel nostro mercato del lavoro: giovani, donne e 50-60enni.  L’Agenda Monti prevede poi altre misure mirate a realizzare l’«obiettivo di Barcellona» in tema di assistenza alla prima infanzia: un piano straordinario per gli asili nido e un piano nazionale per l’offerta di un servizio qualificato di assistenza alle persone non autosufficienti, che al tempo stesso attivino una nuova domanda e una nuova offerta di lavoro retribuito femminile.

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