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“Il Pd e una rifondazione che non serve all’Italia” – Il Foglio, 26 ottobre 2020

Un partito che accudisce le masse perché non perdano l’anima seguendo le tentazioni del capitalismo? No, grazie. Assumere dosi di populismo latino “per farsi amare dal popolo”? Nemmeno. Maran risponde a Tonini e alle “omelie di Bettini”.

Ce l’ha insegnato Borsis Yellnikoff in Whatever Works di Woody Allen: «qualunque felicità riusciate a rubacchiare o a procurare; qualunque temporanea elargizione di grazia… Basta che funzioni!». Non c’è, perciò, ragione di fare gli schizzinosi. Il governo è quello che è, ma i barbari di compromessi con Roma ne hanno fatti parecchi. La sgangherata squadra di governo fatica a gestire il virus e la «riapertura», ma è così dappertutto e, d’altronde, le catastrofi temute non si sono realizzate: restiamo agganciati all’Europa, non siamo ancora diventati vassalli della Cina o della Russia e abbiamo allontanato l’incubo venezuelano di Di Battista. E comunque, non c’è altro modo per mantenere la rotta atlantica e approfittare dell’Hamilton Moment dell’Europa.

Non sorprende perciò che, tirato un sospiro di sollievo dopo le elezioni amministrative, ora si straparli di partito «eterno», che avrebbe come statuto quello di caricarsi il mondo sulle spalle («È il nostro destino. Il nostro vivere coincide con il permanere della democrazia italiana», dice Goffredo Bettini), e si paragoni il Pd alla Chiesa cattolica, per concludere immancabilmente che «extra Pd nulla salus». Capisco anche l’intervento di Giorgio Tonini che, tirando in ballo l’America, sostiene la necessità di «assumere e metabolizzare dosi sostenibili di populismo». In fondo, bisogna badare al sodo: è necessario evitare un nuovo lockdown, occorre far funzionare la sanità; c’è da pensare al Recovery Plan (e, se Dio vuole, alle generazioni future). Sarebbe, dunque, stupido esagerare i limiti (e la pochezza del ceto politico) che il Covid-19 ha messo a nudo: come direbbe Totò, ogni limite ha una pazienza. Tuttavia, passare sopra, come se niente fosse, a vizi e difetti (che sono poi quelli di un’Italia immobile, che non riesce ad affrancarsi dalle ideologie novecentesche) sarebbe da matti.

Se il Pd è il «partito indispensabile» questo non si deve al fatto che, per usare le parole di Madeleine Albright, «siamo più alti degli altri, vediamo più lontano nel futuro e vediamo il pericolo che minaccia tutti noi». È perché, come ha sottolineato Michele Salvati, manca un partito liberaldemocratico di destra. E senza un forte partito liberaldemocratico di destra che (di solito) è presente nelle democrazie avanzate, lo stallo è destinato a durare. Va da sé che se questa anomalia non sarà superata, non riusciremo a mettere mano alle riforme necessarie (che hanno bisogno di un consenso molto ampio) e la democrazia dell’alternanza (dato il nuovo fattore K, la nuova conventio ad excludendum contro il partito autoritario, antieuropeo e filorusso di Salvini) resterà una chimera. Non c’è ragione di festeggiare.

Inoltre, va sgombrato il campo da un equivoco di fondo. Senza dubbio, il «partito populista» americano, che cessò ben presto di svolgere un ruolo autonomo nel panorama politico statunitense, diede un contributo di idee duraturo, dato che la «minaccia elettorale» populista fece sì che le sue rivendicazioni (che secondo il metro attuale possono essere considerate «di sinistra»: il riconoscimento dei sindacati, la regolazione delle ferrovie, ecc.) trovassero finalmente cittadinanza nel dibattito politico statunitense. Secondo lo storico Hofstadter, il populismo fu, inoltre, «il primo movimento politico di qualche rilievo a sostenere la responsabilità del governo federale nella gestione delle risorse collettive, nonché ad affrontare seriamente i problemi creati dall’industrializzazione e dall’immigrazione di massa». Ma il populismo di casa nostra non ha niente a che fare con quello americano. Di più, dal punto di vista dell’atteggiamento nei confronti del sistema istituzionale liberale e democratico, della democrazia rappresentativa e della separazione dei poteri, non c’è nulla nella tradizione americana che assomigli alle critiche (anche illiberali ed eversive) di certo populismo internazionale contemporaneo. Come ha spiegato Arnaldo Testi, «l’assalto alle élites non si è accompagnato a un assalto alle istituzioni, non c’era identificazione fra istituzioni ed élites. Le istituzioni vanno bene, sono solo gestite dalle persone sbagliate e quindi bisogna darsi da fare per sostituirle con le persone giuste: fondare partiti, vincere elezioni, conquistare maggioranze legislative, eleggere governatori e presidenti, nominare giudici, lavorare con o dentro altri partiti, se conviene ed è il male minore. Dunque, anche i partiti vanno bene, peccato che quelli esistenti fossero i partiti sbagliati. Il People’s Party era un partito organizzato e di massa, radicato nei suoi territori, e voleva prendere il posto di uno dei due partiti principali, sostituendolo o contaminandolo. La democrazia dei partiti e il sistema bipartitico non sono in discussione. Non c’è voglia di leadership carismatiche, di partiti personali, di poteri esecutivi forti. Insomma, il populismo dei vecchi populisti non implica alcuna ideologia o pratica antipartito o anti-democrazia rappresentativa, o plebiscitaria o carismatica».

È stato così anche con il Tea Party Movement e Occupy Wall Street (movimenti decentrati e senza capi carismatici): «Hanno agito sotto e dentro uno dei due grandi partiti, e hanno cercato di eleggere i loro militanti nelle assemblee legislative e cariche esecutive». Il Tea Party l’ha fatto programmaticamente, e fin dalla nascita, con i repubblicani. I reduci di Occupy Wall Street sono confluiti nella campagna di Sanders fra i democratici. In entrambi i casi, il loro scopo era quello di cambiare le politiche pubbliche, non di modificare il sistema di governo.

Il populismo negli Stati Uniti non ha, dunque, mai prefigurato un ordine politico alternativo a quello del costituzionalismo liberale e la democrazia liberale statunitense e il suo impianto costituzionale sono stati abbastanza forti e flessibili da metabolizzarlo e recepirne le sfide. E anche dopo l’elezione del presidente col ciuffo arancione (l’impostore, il genio della truffa, il con-man melvilliano), la fitta rete istituzionale, politica e civile americana, iscritta nella tradizione costituzionale del paese è riuscita, come in passato, ad assorbirne la carica eversiva. Il populismo latino ha creato, invece, regimi populisti opposti ai fondamenti politici, istituzionali e filosofici del liberalismo.

Il fatto è che, come si affanna a ripetere Loris Zanatta, «il popolo dei populisti statunitensi non è scindibile dal popolo del costituzionalismo liberale che sta alle origini della nazione, non evoca una comunità naturale, una identità primigenia superiore al patto politico sancito dalla Costituzione. Così non è nel populismo latinoamericano, dove il popolo è inteso come una comunità organica, un corpo naturale indipendente dal patto politico». Questo è il punto. Zanatta, qualche giorno fa sul Foglio, è tornato sull’argomento a proposito dell’enciclica del Papa: «Cos’è il popolo di Bergoglio? È un ‘noi’ in cui dobbiamo ‘costituirci’, più forte ‘della somma di piccole individualità’, poiché ‘il tutto è più delle parti’. È un popolo ‘mitico’, innocente e puro, ‘un’identità comune fatta di legami sociali e culturali’. Una comunità organica, insomma, come ambiva ad essere la cristianità che in Europa fu corrosa e demolita dalla Riforma e dai Lumi ma che nell’America ispanica si mantenne integra per secoli. Non è un legame razionale tra diversi, ma una fusione naturale tra uguali, per non dire tra ‘identici’, vista l’ossessione per l’identità. Perciò il popolo del Papa è sempre al singolare e singolare è la sua cultura: ‘la propria cultura’, ‘la propria identità culturale’, non fa che ripeterlo». Lo dicono (peggio) anche Ernesto Laclau, filosofo marxista e totem di Podemos, e Goffredo Bettini, che non per caso, l’anno scorso, quando Matteo Renzi ha lasciato il Pd, ha scritto: «Il fatto è che la cultura e le parole di Renzi suonano più che mai lontane dalle preoccupazioni che provengono rispetto al mondo moderno dalla Chiesa, dal Papa e dall’insieme del mondo cattolico».

Proprio questa idea organica, omogenea, identitaria di popolo è l’essenza del populismo e «dove il popolo è Uno, non sono contemplate una Destra e una Sinistra che definendosi tali si legittimano tra loro, ma s’impone la contrapposizione frontale tra chi ritiene di incarnare quel Popolo e il resto, l’Antipopolo», sottolinea Zanatta. Non per caso, il peronismo è stato fascismo di sinistra per gli studiosi e comunismo di destra per il gesuita che confessava Eva Perón.

Di partiti espressione della «rivolta dei disagiati» in Italia ce ne sono due perché, si sa, ci sono due Italie. E il Pd, che si è assunto il compito di romanizzare i grillini, deve fare i conti con questo genere di populismo. I Cinque Stelle condividono, infatti, moltissimi dei tratti dei movimenti sudamericani dello stesso segno (peronisti, apristi, chavisti, ecc.): l’antiliberalismo, l’anticapitalismo, l’anti-istituzionalismo, l’ostilità nei confronti della democrazia parlamentare e il favore per quella plebiscitaria, la difficoltà a distinguere tra morale e politica e l’ostilità nei confronti del libero mercato e della ricchezza, a tutto vantaggio di uno stato sempre più pervasivo.
Si tratta, a ben guardare, di un immaginario antico, che fa parte dell’album di famiglia della sinistra italiana (una pagina obsoleta, ferma ad analisi insostenibili, ma che un tempo facevano parte di un patrimonio comune a moltissime persone). La visione, che fa capolino nelle omelie di Bettini, di una democrazia «organizzata», sobria e frugale, dove il partito accudisce le masse perché non perdano l’anima seguendo le tentazioni del capitalismo e del consumismo, porta, non per caso, quell’impronta. Del resto, che chi non ha ancora elaborato il lutto dal crollo del mondo comunista torni alle origini evangeliche dell’antiliberalismo nei paesi latini, non deve sorprendere. Goffredo Bettini, che ora vuole contribuire «alla rifondazione del Pd e della sinistra», ricorda il cellario Remigio da Varagine quando, nel Nome della Rosa, confessa i suoi trascorsi nel movimento di fra Dolcino e, messo alle strette dall’inquisitore, «dopo una vita di incertezze, entusiasmi e delusioni, viltà e tradimenti», decide «di professare la fede della sua giovinezza, senza più chiedersi se fosse giusta o sbagliata, ma quasi per mostrare a se stesso che era capace di qualche fede». Così, osserva Guglielmo da Baskerville, «il ghiottone» ridiventa «un puro». Beninteso, ognuno si sceglie i miti che vuole. E non è certo la prima volta che l’Italia che redime ha la meglio sull’Italia riformista. Il Pd, tuttavia, era nato per unire «i riformisti» (al termine di un faticoso cammino compiuto dalla sinistra nel tentativo di superare l’antico paradigma identitario, intrinsecamente legato al comunismo); era nato per «fare come in Europa». Che ora per ricomporre la frattura tra riformismo democratico e popolo, debba prendere sul serio la protesta populista non ci piove; che, «per farsi amare dal popolo», debba assumere (sia pure in «modica quantità») dosi di populismo latino, è grottesco. Anche perché la struttura economica e sociale dell’Italia (e dunque la realtà dei rapporti umani) è, in modo predominante, quella di un paese moderno (a proposito, spalleggiata dal Covid-19, è cominciata la quarta rivoluzione industriale). L’Italia non è il Sudamerica.

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