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Ad un anno dal referendum costituzionale

Giusto un anno fa, le riforme costituzionali ed elettorali messe in campo (per assicurare più incisività e continuità di governo) sono state affondate nel referendum. Da allora non ci siamo ancora ripresi dalla sindrome post traumatica. Anche perché l’evento traumatico ha un significato particolarmente difficile da elaborare. Dal crollo della Prima repubblica, consentire ai cittadini di scegliere col voto un leader e una maggioranza, è stata la fonte principale di forza e di legittimazione di tutta la strategia riformista sul tema della forma di governo e delle leggi elettorali. Oggi, siamo tornati alla casella di partenza. E investitura diretta di leader e programma di governo ce li siamo giocati col referendum e gli interventi della Corte costituzionale.

Renzi ci avrà messo del suo, ma, diciamoci la verità, non è tutta colpa di Renzi. E’ l’ottavo, il nono (ho perso il conto) tentativo di riforma che fallisce. Perché? Perché, come ha spiegato Giovanni Sartori, «la costruzione di un sistema di premiership sfugge largamente alla presa dell’ingegneria costituzionale. Le varianti britannica o tedesca di parlamentarismo limitato (di semi-parlamentarismo) funzionano come funzionano soltanto per la presenza di condizioni favorevoli»; e come abbiamo visto, «un passaggio “incrementale”, a piccoli passi, dal parlamentarismo puro al parlamentarismo con premiership rischia di inciampare ad ogni passo». Non per caso, Sartori riteneva che «in questi casi la strategia preferibile non è quella del gradualismo, ma piuttosto una terapia d’urto. Insomma, le probabilità di riuscita sono minori nella direzione del semi-parlamentarismo, e maggiori se si salta al semi-presidenzialismo».

Non si tratta di una questione tecnico-istituzionale, ma di una questione etico-politica. Il vecchio sistema dei partiti non torna più, neppure ripristinando proporzionale e preferenze. La «metamorfosi» è già avvenuta. Nel vecchio sistema ci si faceva cittadini nel partito e del partito, perché non si riusciva ad esserlo interamente nello stato e dello stato. Adesso che l’identificazione e l’appartenenza (all’ideologia, all’utopia, alla morale del partito) non ci sono più, l’unica strada praticabile è quella di esaltare la possibilità della scelta, la responsabilità della scelta, l’esercizio della cittadinanza nello stato. Il rispetto della competenza decisionale degli individui non è forse l’unica risposta possibile a una crisi di fiducia ormai incontenibile? I cittadini pretendono di scegliere direttamente il deputato che li rappresenta e il capo del governo. E il M5s è nato proprio dalla faglia che si è aperta nei sistema dei partiti tra potere istituzionale e potere di legittimazione: massimo del potere, minimo di legittimazione. Ma una forma politica è legittima, si sa, solo in virtù del sostegno dei cittadini.

Non diversamente dalla crisi europea, per dirla con Sergio Fabbrini, la crisi italiana è stata e continua ad essere «la conseguenza dell’intreccio tra grandi cambiamenti e piccole istituzioni». Le difficoltà del Paese sono, infatti, ingigantite dalla debolezza delle istituzioni costruite per governarlo. Da tempo nutro una convinta preferenza per il semi-presidenzialismo francese (il 3 luglio 2012, con Mario Barbi e ad altri dodici deputati del PD, ho presentato una proposta di legge costituzionale per introdurre il sistema semi-presidenziale sul modello della Francia) perché le sue regole e le sue istituzioni contribuiscono in maniera significativa alla ristrutturazione dei partiti e delle loro modalità di competizione, alla eventuale formazione delle coalizioni di governo, a dare potere ai cittadini elettori. E, visto come sono andate le cose, resto più che mai dell’idea che ci voglia l’elezione diretta del presidente della repubblica con ballottaggio e elezione dei parlamentari in collegi uninominali con sistema a due turni. Specie se si considera che ora c’è da chiedersi come possa l’Italia affrontare (e non subire) le trasformazioni in corso nel processo di integrazione europea.

“Fare una campagna elettorale come PD sul discrimine europeismo-antieuropeismo. Alleanza con Macron per una nuova sovranità europea. Rilanciare la proposta di riforma istituzionale ed elettorale centrata sul semipresidenzialismo francese, tutta intera e senza timidezze”. Ieri Enrico Morando, viceministro dell’Economia ha concluso così l’assemblea annuale di Libertà Eguale (l’associazione da 18 anni raccoglie i riformisti del partito democratico) cui è presidente. E sulle riforme, a un anno esatto dalla sconfitta sul referendum ha detto: “L’autonomia regionale differenziata è una risorsa ma la sua attuazione implica che il Governo centrale abbia la stessa legittimazione e forza di quelli regionali. Allo stesso modo, serve un governo stabile per contare in Europa. Ecco perché il giorno dopo le elezioni politiche del 2018 chiederemo di realizzare da subito la riforma istituzionale per introdurre anche in Italia il semipresidenzialismo alla francese”. Era ora. I vecchi friulani, prima di emigrare verso luoghi lontani, si incoraggiavano con un ben augurante: Anin, varin fortune…

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