IN PRIMO PIANO

Il nuovo spartiacque politico

Se le elezioni presidenziali del prossimo 6 novembre negli Stati Uniti sono probabilmente le elezioni più attese e seguite del mondo, non é solo perché, come direbbe Nando Mericoni, «l’americani so forti! … ammazza gli americani, aoh!». Il fatto è che la lunga corsa alla Casa Bianca, pur essendo un affare tutto americano, è l’evento politico che più di ogni altro influenza le sorti economiche e politiche del resto del mondo. Inoltre, le campagne elettorali americane sono eventi di grande teatro, forte emotività e laboratori di strategia mediatica senza paragoni. In aggiunta, questa volta c’è una ragione in più: non sono elezioni come le altre. Lo ha scandito Barack Obama nel suo (bellissimo) discorso alla Convenzione democratica di Philadelphia (Full Speech Obama at DNC. July 27, 2016. Democratic National Convention 2016. Philadelphia. – …)

Secondo Obama, Trump non è un avversario come altri, non rientra nella dialettica tra repubblicani e democratici che fa parte del gioco e che ha fatto crescere l’America. È, invece, un candidato cinico che vuole speculare sulle paure. «I partiti hanno sempre avuto le loro differenze ma quello che abbiamo sentito alla convention dei Repubblicani non è stato particolarmente Repubblicano – nemmeno particolarmente conservatore. Abbiamo sentito un racconto profondamente pessimista di un paese in cui tutti combattono contro gli altri e voltano le spalle al resto del mondo. Non abbiamo sentito soluzioni ai nostri problemi: solo risentimento, accuse, rabbia e odio», ha detto Obama riferendosi al discorso di Trump. In ballo, ha proseguito Obama, «non c’è solo la scelta tra due partiti e due politiche diverse; il consueto confronto tra destra e sinistra. Questa è una scelta ben più di fondo – su chi siamo come popolo, e se restiamo fedeli al grande esperimento americano di autogoverno». 

economist

Che queste non siano elezioni come le altra, lo ha ribadito anche l’Economist nell’ultimo numero dedicato proprio a quello che il settimanale ha definito «The new political divide» (The new political divide | The Economist). Secondo il giornale inglese quest’anno le cose sono diverse non soltanto perché Hillary Clinton è diventata il primo candidato donna di un grande partito alla presidenza degli Stati Uniti, ma perché «le convenzioni hanno messo in luce una nuova frattura politica: non tra sinistra e destra, ma tra apertura e chiusura». In altre parole, tra protezionisti e globalisti. A dire il vero, il mutamento del sistema politico descritto dall’Economist è lo stesso che, come ha ricordato Pietro Ichino, nel nostro piccolo, abbiamo proposto negli ultimi anni in diversi articoli (Una mappa per capire che cosa sta accadendo nella politica italianaSta nascendo un bipolarismo diverso rispetto al passatoIn Grecia destra e sinistra estreme unite contro la strategia dell’Unione EuropeaPerché nel vecchio continente salta la dialettica tradizionale fra destra e sinistra, di Pietro Ichino; Il nuovo bipolarismo della politica italianail mio pezzo pubblicato Formiche.net e l’articolo pubblicato sul Foglio a firma di otto parlamentari PD, La svolta buona che ora serve al Governo (e all’Italia))E sulla questione si è soffermato, in modo molto efficace, anche Thomas L. Friedman sul New York Times (Web People vs. Wall People – The New York Times).

Anche secondo Friedman i partiti che competono in queste elezioni non sono i due partiti a cui siamo abituati. Lo scontro non è tra Democratici e Repubblicani. In questa elezione, in realtà, si contrappongono «Wall People» e «Web People»: costruttori di muri e costruttori di reti (cioè di legami). Lo scopo principale dei «Wall People» è quello di trovare un presidente capace di spegnere il ventilatore – i venti violenti del cambiamento che hanno scosso ogni famiglia – nel proprio posto di lavoro, dove le macchine stanno minacciando le occupazioni dei colletti bianchi e delle tute blu; nel proprio quartiere, dove si stanno trasferendo un sacco di immigrati di diverse religioni, razze e culture; e globalmente, dove parecchia gente arrabbiata armata fino ai denti sta ora uccidendo innocenti con preoccupante regolarità. «Vogliono un muro per fermare tutto questo», scrive il columnist del New York Times. «Il desiderio dei «Wall People» di fermare il cambiamento è probabilmente irrealistico, ma, onestamente, non ha a che fare unicamente con la razza e la classe. Ha anche a che fare con il desiderio di sentirsi parte di una comunità – di una «casa» nel senso più profondo del termine – , con la sensazione che le cose che ci ancorano al mondo e gli danno significato sono state spazzate via, e così stanno cercando qualcuno che possa fermare questo sgretolamento». Sono due i candidati, sostiene Friedman, che vanno a pennello ai «Wall People»: Donald Trump, che si vanta di essere la persona che può fermare il vento con un muro e Bernie Sanders che promette di fermare i venti stracciando i grandi accordi commerciali globali e facendo abbassare la cresta ai milionari, ai miliardari, alle grandi banche. «Non vedo – prosegue Friedman – come il paese possa permettersi i progetti di questi due uomini, ma entrambi fanno appello alla pancia del paese e c’è una sovrapposizione tra loro». 

Dall’altra parte ci sono i costruttori di reti, i difensori di un mondo aperto. Scrive Friedman: «I «Web People» capiscono istintivamente che sia i democratici che i repubblicani hanno entrambi costruito le loro piattaforme in gran parte in risposta alla rivoluzione industriale, al New Deal e alla Guerra fredda, ma oggi un partito del XXI secolo ha bisogno di costruire la propria piattaforma in risposta alle accelerazioni imposte dallo sviluppo tecnologico, alla globalizzazione, al cambiamento climatico, che sono le forze che stanno trasformando i luoghi di lavoro, la geopolitica e lo stesso pianeta. Così, l’istinto dei «Web People» è quello di abbracciare il mutamento nel ritmo del cambiamento e concentrarsi nell’irrobustire e potenziare il maggior numero di persone possibile per permettere loro di competere e collaborare in un mondo senza muri. In particolare, i «Web People» capiscono che in tempi di rapido cambiamento, i sistemi aperti sono sempre più flessibili, resilienti e capaci di imprimere una spinta in avanti; offrono l’opportunità di sentire e rispondere per primi al cambiamento. Perciò i «Web People» preferiscono più espansione commerciale, lungo le linee della Trans-Pacific Partnership, più immigrazione regolata per attrarre le menti più acute e più dinamiche, e più strumenti per un apprendimento lungo tutta la durata della vita. I «Web People» capiscono anche che mentre tutti noi vogliamo prevenire un altro eccesso di irresponsabilità a Wall Street, non vogliamo però strozzare chi assume dei rischi, perché questo è il motore della crescita e dell’imprenditorialità».

Da segretario di Stato, Clinton è stata in contatto con il mondo e sa perfettamente che l’America deve costruire il suo futuro sulla piattaforma dei «Web People». Una piattaforma che finora  è stata espressa al meglio proprio da Bill Clinton, che per primo l’ha delineata. «Ma Hillary – scrive l’opinionista del NY Times – non ha sempre mostrato il coraggio delle proprie convinzioni (o di quelle di suo marito). E invece di sfidare i «Wall People» del suo partito e dire a Sanders, «il socialismo è stata la risposta sbagliata per l’età industriale e sicuramente non è la risposta giusta per la l’età dell’informazione», sta bordeggiando in direzione dei «Wall People». Si sta opponendo a cose che lei stessa ha contribuito a negoziare, come l’accordo commerciale del Pacifico, e sta offrendo più sussidi statali, trattenendosi però dal dire alla gente la dura verità: che per restare nella classe media, limitarsi a lavorare duro rispettando le regole non basta più. Per avere un lavoro che duri tutta una vita bisogna apprendere per tutta una vita, cercando di migliorare costantemente il proprio gioco».

Messe così le cose, Thomas Friedman si augura che, «per il bene del paese i «Web People» repubblicani, che ora si tengono in disparte, con il tempo, si uniscano al Partito Democratico per formare un partito di centro sinistra della Rete (e cioè dell’apertura) per il XXI secolo». Un partito «sensibile ai bisogni della gente che lavora, che apprezza il potere stabilizzante di comunità solide e in buona salute, ma che sta dalla parte del capitalismo, dei mercati liberi e del libero commercio, in quanto motori vitali della crescita per una società moderna e per provvedere ad ogni americano gli strumenti di apprendimento per realizzare il proprio potenziale». 

Friedman non vede nessuna possibilità per il G.O.P. di tornare ad essere un partito di centro destra. Non così presto, almeno. «Il Tea Party, Trump e la Fox News hanno reso la sua base troppo arrabbiata e disconnessa dalla realtà». Tutto va perciò nel verso della coalizione che Hillary Clinton ha assemblato. Per prosperare nel XXI secolo, l’America ha bisogno disperatamente di una coalizione in grado di governare efficacemente in un’era di rapido cambiamento. «Clinton ha la possibilità di rompere non soltanto il soffitto di cristallo per le donne, ma anche i muri rigidi che hanno diviso i due grandi partiti americani». E deve promuovere l’apertura chiaramente, invece di parlare in maniera ambigua. «Se ce la farà, il fatto di essere la prima donna presidente, sarà la seconda più importante cosa che riesce a realizzare». È probabile che il futuro dell’ordine mondiale liberale dipenda dal suo successo. 

Mi sono dilungato a sufficienza, ma ci sarebbe una cosa ancora da aggiungere: il PD non era nato per questo? E la vera rupture di Renzi (più forte della stessa idea della rottamazione) non è stata il suo appello agli elettori delusi da Berlusconi? Non era la promessa di un’inversione di rotta rispetto all’atteggiamento rinunciatario di coltivare e contendersi solo i consensi della propria area tradizionale? 

Si sa, per contrastare i costruttori di muri oggi ci vuole coraggio e, come ha scritto l’Economist, «retorica forte, politiche audaci, tattiche più intelligenti». Bisogna riconoscere che il concetto stesso di globalizzazione «necessita di qualche lavoro» perché l’insofferenza della middle class non è la conseguenza della chiusura, ne è la causa. Ma gestire la globalizzazione – mantenendo i benefici dell’apertura che arricchisce le nostre società cercando di alleviare gli effetti collaterali – non vuol dire rinunciarvi. Anche perché «un mondo di costruttori di muri sarebbe più povero e più pericoloso».

You may also like
«W LE LARGHE INTESE» – Il Foglio, 10 gennaio 2018
LA SINISTRA TRADIZIONALE E IL JOBS ACT – Messaggero Veneto, 24 marzo 2017
“L’orrore Corbynista” – Il Foglio, 9 agosto 2018