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«Come facciamo a perdere se siamo così sinceri?» – Il Riformista, 17 agosto 2021

L’Afghanistan è di nuovo sotto il giogo dei talebani e l’odissea ventennale dell’America termina con una fuga precipitosa.

Racconta Samantha Power nel suo memoir, The Education of an Idealist, che quand’era un giovane funzionario del ministero degli esteri in Vietnam, Richard Holbrooke (uno dei più dotati diplomatici americani) aveva ritagliato una vignetta che mostrava un affranto Charlie Brown dopo che la sua squadra di baseball era stata sonoramente battuta per 184 a 0. «Non capisco», dice Charlie Brown. «Come facciamo a perdere se siamo così sinceri?».

«Ho pensato spesso – prosegue lex ambasciatrice americana alle Nazioni Unite – al fatto che i consulenti politici americani che erano pagati milioni di dollari per predire il comportamento dell’elettorato americano ciononostante sbagliavano di frequente le loro previsioni; e parlavano inglese, dialogavano con gli elettori, e conoscevano la nostra storia. A prescindere dalla nostra sincerità, non potevamo aspettarci di avere una sfera di cristallo in grado di prevedere gli esiti in posti dove la cultura non era la nostra. Era oltremodo difficile rendersi conto delle tendenze latenti che giacevano sepolte in una società in cui, per decenni, il “fratello leader” aveva cercato di controllare perfino i pensieri dei propri cittadini».

Ho tratto queste righe dal capitolo che Samantha Power dedica alla Libia. Ma potrebbero applicarsi all’Afghanistan, all’Iraq, o a uno dei tanti teatri di guerra di questi anni. 

La fuga del presidente afgano Ashraf Ghani e il volatilizzarsi, senza opporre resistenza, delle forze armate afgane (addestrate spendendo miliardi di dollari degli Stati Uniti e dei loro alleati) hanno svelato, alla fine, che buona parte dei «successi» strombazzati da Washington erano solo delle favole. E, in fondo, proprio questi fallimenti dimostrano il fondamento logico della decisione del presidente Biden di lasciare l’Afghanistan: non c’è tributo di sangue, non c’è somma di denaro che gli americani ed i loro alleati siano disposti a versare che possa trasformare l’Afghanistan in quella nazione unificata ed efficiente sognata dai pianificatori della politica estera degli Stati Uniti. Come l’Iraq e la Libia, l’Afghanistan ha chiarito che l’entusiasmo dell’America per le guerre è superato solo dalla fretta di uscirne, indipendentemente dal caos che ci si lascia poi alle spalle.

Torneremo anche sul libro con il quale l’immigrata irlandese, che è stata corrispondente di guerra, ha vinto un Premio Pulitzer ed è poi diventata una figura chiave dell’amministrazione Obama, cerca di dimostrare che è rimasta fedele al suo idealismo, all’approccio etico intransigente per la quale era diventata famosa, alla convinzione che l’idealismo umanitario può davvero cambiare il mondo, che le persone possono fare la differenza in meglio, ecc. Anche perché la storia che Samantha Power racconta è molto più complicata; e l’idealista di un tempo ha ora aspettative molto più realistiche su quel che i governi e le persone impegnate in politica possono, e non possono, ottenere davvero.

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