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www.italiaincammino.it, 23 Maggio 2017 – Trump in Israele, un nuovo capitolo di peacemaking in Medio Oriente?

Dopo aver messo sottosopra, in tempo record, la sua nuova amministrazione con una serie di scandali e disfunzioni, Donald Trump ha intrapreso il suo primo viaggio all’estero come presidente. Si è fermato ieri in Israele, la sua seconda tappa dopo il weekend trascorso in Arabia Saudita.

La destra israeliana, che governa saldamente il paese, ha salutato l’elezione a sorpresa di Trump come l’arrivo di un altro Ciro il Grande, il redentore persiano dei Giudei che consentì agli ebrei di fare ritorno alla loro patria e di porre fine alla cattività babilonese.

Ma il presidente americano a cui gli israeliani hanno dato il benvenuto non è proprio il “liberatore” (dai contrasti dell’era Obama) che molti di loro hanno sognato. A dire il vero, è una speranza che lo stesso Trump aveva incoraggiato quando, un mese dopo la sua elezione e un mese prima del suo insediamento, ha twittato: “Stay strong Israel, January 20th is fast approaching!”.

In viaggio tra Arabia Saudita ed Israele

Ma l’idea di Trump “il redentore” deve fare i conti con la realtà.  E la favola che le difficoltà tra Washington e Gerusalemme durante gli anni di Obama derivassero dalla sua innata ostilità per lo Stato ebraico non ha mai rispecchiato la realtà. Piuttosto, le difficoltà che erano insorte derivavano da comprensibili differenze sul modo migliore di affrontare sfide strategiche che entrambi gli Stati devono fronteggiare.

Il mito dell’ostilità di Obama è contraddetto dai resoconti sull’attività della sua amministrazione e gli elementi di continuità tra due amministrazioni così diverse nel temperamento, nella struttura e nello stile, sono evidenti.  Dunque, che cosa c’è di nuovo?

Il tema distintivo del viaggio di Trump può essere dedotto dal suo itinerario: prima l’Arabia Saudita, poi Israele.

A quanto pare, c’è stata una convergenza tra le idee tra quanti negli Stati Uniti sostengono un approccio più aggressivo nei confronti dell’Iran, e le concezioni degli strateghi israeliani e dei leader arabi sunniti su un fronte comune contro l’Iran.

 

Il capovolgimento dell’approccio Obama

Si tratta di un tema antico, il sogno di lungo periodo di un Medio Oriente nel quale gli ebrei sono integrati come un partner prezioso per il mondo arabo. E in questa versione aggiornata, un mondo arabo sunnita governato da leader determinati e ispirato da una giovane e creativa élite saudita, desiderosa di gettare i vecchi testi fuori dalla finestra, è preparato a riconoscere pubblicamente i suoi interessi comuni con Israele nel contenere un aggressivo Iran. Il che capovolge l’approccio di Obama.

Si sa che l’ex presidente americano puntava sull’intesa nucleare per assimilare Teheran all’interno di un ordine regionale pacifico. Ma anche la strategia di Trump non potrà discostarsi molto dall’approccio di Obama alla sfida iraniana.

È improbabile che Trump possa ritirarsi dall’intesa nucleare. Oltretutto, con la rielezione di Rouhani, l’idea di smantellare l’intesa sarà avversata dai governi europei, per non parlare di Mosca e di Pechino, specie in assenza di prove evidenti di inganni o di mancanze da parte iraniana.

Tuttavia, il presidente Trump ha cominciato la sua visita di due giorni in Israele con un messaggio schietto per il Primo ministro Benjamin Netanyahu: “Se Israele vuole davvero la pace con i suoi vicini arabi, il prezzo è quello di risolvere l’impasse con i palestinesi”.

Per anni Netanyahu ha cercato di ricalibrare le relazioni con le nazioni arabe sunnite nel mutuo tentativo di contrastare l’Iran sciita, declassando la disputa con i palestinesi ad una questione secondaria. Ma appena arrivato a Gerusalemme dopo gli incontri in Arabia Saudita, il presidente americano ha detto chiaramente che lui e gli Stati arabi vedono l’accordo con i palestinesi come parte integrante del nuovo riallineamento regionale.

 

La questione palestinese

Insomma, il presidente Trump ha legato il futuro della coalizione anti-Iran a quello della questione palestinese, nonostante gli sforzi di lungo periodo di Netanyahu per scindere le due questioni.

E senza dubbio, l’arrivo del presidente ha aperto un nuovo capitolo del peacemaking in Medio Oriente. Ora si tratta di vedere se una carriera spesa nelle transazioni del mondo degli affari potrà dimostrarsi un successo anche nel mondo della diplomazia internazionale.

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