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www.italiaincammino.it, 5 Maggio 2017 – Cara Le Pen, globalizzazione non è una parolaccia

Nel violento duello tv presidenziale di mercoledì sera tra Emmanuel Macron e Marine Le Pen, la candidata del Front National ha aggredito il rivale etichettandolo come «il candidato della globalizzazione». La globalizzazione, si sa, da tempo è diventata una parolaccia. Secondo la candidata di estrema destra (che Macron ha definito «la sacerdotessa della paura»), la «mondialisation sauvage met en danger notre civilisation» e quasi tutti ora sembrano comunque ritenerla asimmetrica, iniqua e pericolosa. Eppure, la maggior parte dei difetti attribuiti alla globalizzazione sono, in realtà, carenze nelle politiche nazionali (ed europee). Errori che possono essere corretti.

 

Investire meno in guerre e più in infrastrutture

C’è voluto un miliardario cinese per dire, ad esempio, agli americani le cose come stanno. Jack Ma, il fondatore del gigante dell’e-commerce Alibaba Group, ha stimato che negli ultimi trent’anni il governo degli Stati Uniti ha speso 14.2 trilioni di dollari per combattere 13 guerre. Una somma enorme di denaro che poteva essere investita in America per costruire infrastrutture e creare posti di lavoro. «Il denaro dovrebbe venire utilizzato a vantaggio della propria gente», ha detto infatti Ma, evidenziando inoltre che la globalizzazione ha prodotto profitti considerevoli per l’economia degli Stati Uniti, ma che buona parte di quel denaro è finito a Wall Street.

«E cos’è successo? Il 2008. Solo negli Stati Uniti la crisi finanziaria ha spazzato via 19.2 trilioni di dollari. E se quel denaro fosse stato utilizzato invece per sviluppare l’industria nel Midwest?», ha chiesto l’imprenditore cinese. «Non sono gli altri paesi che vi vengono a rubare i posti di lavoro ragazzi, è la vostra strategia che non va», ha concluso. Non serve passare al setaccio i dati statistici di Jack Ma per ammettere che il suo punto di vista un qualche fondamento ce l’ha.

Opportunità per la crescita

La globalizzazione ha creato enormi opportunità per la crescita, molte delle quali sono state colte proprio dalle imprese americane ed europee.

Nella lista dei primi 500 gruppi economici globali, pubblicata ogni anno dalla rivista Fortune, la Cina occupa certo sempre più posizioni, ma l’economia globale è ancora dominata dalle grandi imprese americane ed europee. 134 delle Fortune’s Global 500 sono americane (come peraltro la grande maggioranza delle imprese nei settori all’avanguardia) ed anche il piccolo drappello di aziende italiane è uniformemente distribuito su tutta la classifica. Queste aziende hanno beneficiato enormemente della possibilità di sfruttare una catena di fornitura globale che può disporre di merci e servizi in tutto il mondo, contenere il costo del lavoro e situarsi in prossimità dei mercati di sbocco.

 

Gli effetti sulla società

Ovviamente, la globalizzazione ha effetti rilevanti sull’economia e sulle società di tutti i paesi, e causa più di un problema. Ma quale fenomeno complesso non lo fa? Tuttavia, genera anche opportunità, innovazione e ricchezza, che ogni paese può poi usare per affrontare questi problemi attraverso idonee strategie nazionali.

Le soluzioni sono facili da affermare in teoria (istruzione, training qualificante e retraining, infrastrutture), ma sono costose, e le riforme, come sappiamo bene, sono difficili da realizzare. È molto più facile puntare il dito contro gli invasori e promettere barriere, tariffe doganali e sanzioni contro lo «straniero». Non per caso, ieri sera Marine Le Pen ha rimproverato aspramente Macron: «Vous avez vendu les Chantiers de l’Atlantique aux Italiens».

Il costo di queste politiche è però enorme. L‘Economist ha riportato, in una indagine sulla globalizzazione, che nel 2009 l’amministrazione Obama ha «punito» la Cina imponendo dei dazi sui pneumatici. Due anni dopo, il costo per i consumatori americani era di 1.1 miliardi di dollari (900.000 dollari per ogni posto di lavoro «salvato»).

Senza contare che l’impatto di tali misure lo subiscono, in maniera sproporzionata, proprio i poveri e la classe media, che adoperano una quota più ampia del loro reddito per comprare merci d’importazione, come il cibo e i vestiti. E uno studio (citato nella stessa inchiesta) ha calcolato che, in 40 paesi, se il commercio internazionale dovesse avere fine, i consumatori più ricchi perderebbero il 28% del loro potere di acquisto, ma quelli più poveri perderebbero un incredibile 63%.

 

Il ruolo della tecnologia

Il fatto è che l’elemento chiave che sta riducendo i salari ed eliminando molti lavori nel mondo industrializzato è la tecnologia, non la globalizzazione. Tanto per capirci, tra il 1990 e il 2014, la produzione di automobili americana è aumentata del 19%, ma con 240 mila lavoratori in meno. Non sono solo le nuove fabbriche di Intel che hanno sempre meno lavoratori. Adidas ha costruito una nuova fabbrica di scarpe in Germania che è gestita quasi interamente dai robot. E i non molti lavoratori di queste fabbriche tendono ad essere programmatori e tecnici altamente specializzati.

La rivoluzione tecnologica non si può arrestare. E non c’è nemmeno una soluzione immediata per impedire al business di delocalizzare le produzioni in altri paesi. Aumentare i dazi sulle merci cinesi significherebbe semplicemente far arrivare prodotti da qualche altro paese in via di sviluppo.

Piuttosto, ciascun paese dovrebbe riconoscere che l’economia globale e la rivoluzione tecnologica richiedono ampi e sostenuti sforzi nazionali per equipaggiare i lavoratori con le abilità, il capitale e le infrastrutture di cui hanno bisogno. Dobbiamo certamente accettare un mondo aperto, ma allo stesso tempo, dobbiamo assistere i «perdenti» e attrezzarci in modo adeguato per competere. Quel che davvero conta è l’empowerment. E questo richiede politiche nazionali (ed europee) intelligenti e concrete (e piuttosto costose), non il rovesciamento della globalizzazione nel suo contrario. «La grande prêtresse de la peur, elle est en face de moi», ha ricordato ieri Macron. Ma la paura si può vincere.

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