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www.italiaincammino.it, 25 Aprile 2017 – Elezioni in UK: Labour party nel caos

Questa, come stiamo scoprendo, è una fase contraddistinta da risultati elettorali sorprendenti.

Il risultato del primo turno delle elezioni presidenziali francesi rappresenta una svolta epocale: è la prima volta nei quasi 59 anni della V Repubblica che entrambi i candidati al secondo turno non hanno niente a che vedere con il tradizionale spartiacque politico destra-sinistra.

Le elezioni anticipate in UK

A ben guardare, ha suscitato stupore anche la decisione del Primo ministro inglese, Theresa May, di portare il paese ad elezioni anticipate il prossimo 8 giugno. Ma perfino in un periodo caratterizzato dalle sorprese, è difficile immaginare in Gran Bretagna un risultato diverso da una consistente vittoria del Partito conservatore, destinata a riportare, rafforzata, Theresa May a Downing Street.

Quel che è in ballo, nelle prossime elezioni inglesi, non è, infatti, quale partito formerà il prossimo governo, ma quale partito prenderà la guida dell’opposizione. C’è sicuramente una diffusa disaffezione verso le politiche del governo conservatore, dal suo approccio maldestro alle trattative per la Brexit all’esteso risentimento prodotto dai continui tagli della spesa pubblica. Eppure, l’insoddisfazione nei confronti dell’opposizione e, in particolare, del Labour Party è molto più forte.

Chi prenderà la guida dell’opposizione? La crisi del labour party

Il Partito laburista è nel caos. Recentemente ha perso le elezioni suppletive in un collegio tradizionalmente solidissimo, è precipitato nei sondaggi ed è scosso da lotte fratricide. Un sondaggio realizzato dopo l’annuncio di nuove elezioni da parte di Theresa May, indica che il distacco dei Conservatori sul Labour è addirittura di 21 punti. Tanto per capirci, quando Margaret Thatcher ha travolto Michael Foot nelle elezioni del 1983 (il punto più basso nella storia del Labour) lo ha distanziato di «appena» 15 punti.

Il principale partito della sinistra britannica, a lungo faro d’Europa, ha cercato la salvezza nel modello demagogico-populista incarnato da Jeremy Corbyn (che è diventato il capofila della ribellione contro l’establishment, l’austerità e gli accordi commerciali), ma la radicalizzazione dei toni e dei contenuti voluta da Corbyn si è trasformata in un incubo politico ed elettorale.

Il leader laburista, che ha scelto (non diversamente da Bersani) di sfidare i populisti usando una retorica altrettanto populista, non riesce ormai ad entusiasmare neppure i militanti più affezionati al partito. Secondo un recente sondaggio, meno del 40% degli elettori del Labour ritiene che Corbyn sarebbe un primo ministro migliore della May e perfino una parte dei deputati laburisti non può sopportare il pensiero che il loro leader vesta i panni del primo ministro. Messe così le cose, viene ovviamente da chiedersi perché mai qualcuno dovrebbe votare laburista.

La Brexit e la campagna per il Remain

Il guaio è che il Partito laburista non sa più che tipo di partito è, né chi vuole rappresentare. Per questo non è più capace di prendere posizione sulle questioni che contano davvero, a cominciare dalla Brexit. Temendo di perdere la propria residua base operaia, il partito non ha appoggiato con convinzione la campagna del «Remain» e per non inimicarsi gli elettori della classe media urbana, non ha potuto nemmeno abbracciare fino in fondo la Brexit.

Il risultato è stata una totale incertezza che ha finito per alienargli il favore di entrambi gli elettorati. Le oscillazioni del Labour sulla Brexit hanno condotto molti liberali della classe media a spostarsi sui Liberal Democrats o semplicemente ad allontanarsi. Tony Blair ha già fatto appello agli elettori per sostenere i candidati anti-Brexit, indipendentemente dall’appartenenza di partito. E c’è chi dice che l’ex leader laburista potrebbe fare campagna elettorale su questa piattaforma con il leader liberal-democratico Tim Farron.

Il riposizionamento dei liberal democrats

I Liberal Democrats dal canto loro, decimati nelle elezioni del 2015 dopo una fase infelice come partner di minoranza nella coalizione di governo con i conservatori di David Cameron, si sono ora riposizionati come il partito dell’Europa.

E nel tentativo di conquistare il sostegno degli elettori del «Remain», che non hanno ancora digerito il risultato del referendum dell’anno scorso sulla partecipazione della Gran Bretagna all’Unione europea, stanno invocando un secondo referendum al termine dei negoziati sulla Brexit. Certo, potrebbero recuperare alcuni dei seggi perduti, ma il loro appeal elettorale è troppo limitato per dar vita ad una seria opposizione: sarebbe già un trionfo se riuscissero a recuperare 50 seggi alle prossime elezioni.

 

Per quel che riguarda, invece, l’Uk Indipendence Party, il voto sulla Brexit lo ha privato della sua ragion d’essere. Dal referendum in poi, il partito è dilaniato da una feroce guerra intestina. Oggi non è presente in Parlamento ed è improbabile che riesca a tornarci dopo le elezioni di giugno.

La Scozia e il referendum sull’indipendenza

In Scozia, il partito di governo è lo Scottish National Party. Alle ultime elezioni ha ottenuto un risultato incredibile (56 seggi su 59), lasciando al Labour, ai Liberal Democrats e ai Conservatori, un solo seggio ciascuno. Il leader del partito e primo ministro della Scozia, Nicola Sturgeon, ha cercato di sfruttare il risultato della Brexit per riproporre un nuovo referendum sull’indipendenza scozzese, ricordando che la maggioranza degli scozzesi ha votato per rimanere nell’Unione europea.

Theresa May ha ribadito, tuttavia, che qualunque referendum, se mai ce ne sarà uno, avrà luogo solo dopo la conclusione dei negoziati sulla Brexit e l’uscita della Gran Bretagna dall’Unione. Questo scontro è destinato a gettare un’ombra sulle prossime elezioni, ma c’è da dubitare che tra gli scozzesi ci sia davvero il desiderio di un nuovo referendum o della stessa indipendenza.

Dato il loro straordinario successo nelle ultime elezioni, non sarebbe sorprendente se i nazionalisti questa volta finissero per perdere un paio di seggi. Insomma, come in Inghilterra e nel Galles, il vero scontro non sarà su chi dovrà governare, ma tra chi, in un’opposizione indebolita, riuscirà ad ottenere la parte più cospicua delle briciole. Ed è probabile che, ancora una volta, sia il Partito laburista ad avere la peggio. Vent’anni fa, il partito sembrava inattaccabile in Scozia. Ancora nel 2010, vantava 41 delle 59 constituency scozzesi nel Parlamento di Westminster. Dopo l’8 giugno il Labour potrebbe non averne nessuna.

Una competizione aspra su austerità e immigrazione

Queste dovrebbero essere comunque elezioni importanti, l’occasione per un grande dibattito su quale genere di paese hanno in mente gli inglesi dopo la Brexit; una competizione aspra sui problemi, dall’austerità all’immigrazione. Ma proprio il «vuoto» lasciato dall’opposizione lascia intendere che di «contenuti» si parlerà pochissimo. Di sicuro, ci saranno litigi e urla sulla Brexit, e molti cercheranno di usare queste elezioni per una replica del referendum dell’anno scorso. Ma resta il fatto che, dopo l’8 giugno, sarà un governo conservatore ad avviare le trattative con l’Unione europea, con una politica e una strategia a malapena discusse in pubblico.

Le inattese elezioni politiche anticipate nel Regno Unito si aggiungono alla serie di voti nazionali imprevedibili e ad alta tensione, dalla Brexit e dalle elezioni americane dello scorso anno fino alle elezioni olandesi e al referendum turco di questa primavera, in attesa del secondo turno delle elezioni presidenziali francesi (prima delle elezioni federali tedesche in settembre e del voto italiano dell’anno prossimo).

E tutte queste consultazioni democratiche forniranno un’occasione importante di discussione pubblica e una misura fondamentale della volontà popolare. Ma saranno proprio le elezioni britanniche a contare meno delle altre. Del resto, «In is in. Out is out». Conviene tenerlo a mente.

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