GIORNALI2017

Il Foglio, 11 aprile 2017 – Anche la sinistra lo ammette:«Casaleggio e associati? Meno male che Berlusconi c’è»

«Sebbene le elezioni olandesi siano state un vero sollievo per le malconce élite europee – ha scritto il New York Times all’indomani del voto – la situazione non è ancora cambiata». L’immigrazione e la sfiducia nei confronti dell’Unione europea, divenuta il simbolo dell’austerità, continuano ad alimentare il populismo. E Charles Grant, direttore del Center for European Reform, ha messo in evidenza che, in prospettiva, il pericolo più grande per l’Unione europea non viene dalla Francia o dalla Germania, ma dall’Italia: «Se i populisti del M5s dovessero vincere in Italia, ciò avrebbe serie conseguenze, poiché potrebbero condurre il paese a lasciare l’euro e destabilizzare l’Eurozona».

Messe così le cose, allora diciamolo: meno male che c’è Berlusconi. Perché il futuro dell’Italia potrebbe dipendere (ancora) dalle scelte e dalla leadership dell’ex Caimano. A ben guardare, non è una novità. Proprio il New York Times, nel gennaio del 2014 scriveva: «Il patto tra Matteo Renzi e Silvio Berlusconi offre all’Italia una nuova speranza. L’accordo sulla riforma costituzionale tra il leader del più grande partito italiano e il leader dell’opposizione affronta uno dei principali problemi del paese: la sua ingovernabilità. E ora che Renzi è a capo del Partito Democratico, deve mettere la sua energia al servizio di riforme economiche chiave, a partire da quelle del mercato del lavoro e della spesa pubblica». C’era ancora il governo Letta. Sappiamo come sono andate poi le cose. Proprio per questo andrebbe ribadito (lo ha fatto di recente il politologo Paolo Feltrin) che il momento in cui la parabola di Renzi è cominciata a declinare è stato quando ha deciso, senza alcuna visione strategica, «di rompere con Berlusconi, scegliendo di candidare Mattarella senza concordare con lui la candidatura». Forse lo ha fatto «per riappacificarsi con la sinistra interna» (che tuttavia «ha continuato ad attaccarlo»), ma in quel modo ha «perso l’appoggio del centrodestra, che ha iniziato a fargli la guerra su tutto, in particolare sull’Italicum e sulla riforma costituzionale». Forse pensava di essere «sufficientemente forte», ma ha sbagliato a pensarlo.

Fatto sta, da allora tutto è andato storto, la spinta riformista si è indebolita e hanno vinto i Tar d’Italia, i «moderni Samurai» (come li hanno chiamati Francesco Giavazzi e Giorgio Barbieri) che si oppongono al cambiamento.

Del resto, i fatti si sono incaricati di dimostrare che il problema fondamentale dell’Italia non è la mancata moralizzazione del paese, ma la sua mancata modernizzazione (del resto, meno corruzione presuppone meno burocrati) e che nel ’94 non si è prodotto un vulnus che attende di essere sanato, ma sono saltate gerarchie culturali che non è più possibile ristabilire. Tolto di mezzo Berlusconi, non è tornata l’eta dell’oro e la politica non è tornata «normale». Anzi, in questo ventennio, il rancore fazioso, la sfiducia reciproca e la conseguente paralisi sulle questioni più importanti per il futuro del paese hanno fatto perdere credibilità a tutti i leader politici. Ovviamente, la polarizzazione del sistema politico, lo scontro permanete, non sono un’esclusiva dell’Italia (la hyper-partisanship, si sa, ha paralizzato Washington e polarizzato l’America) e sono anche il prodotto di forze profonde (economiche, sociali, tecnologiche) che stanno rimodellando le nostre società. Ma un sistema così conflittuale non può fornire le risposte di cui il paese ha bisogno. Diversi anni fa, Mike Murphy, un veterano delle campagne repubblicane, osservava:«se non salviamo il negozio, le dispute tra destra e sinistra, tra mele e arance, saranno presto irrilevanti. Lavoreremo tutti al TGI Friday’s a Pechino».  La pubblicità negativa funziona, si  sa, ma bisogna fare attenzione. Non per caso, Mc Donald non ha mai condotto una pubblicità negativa contro Burger King, dicendo che, ad esempio, i loro burger sono pieni di vermi. Avrebbe potuto funzionare per un po’, ma poi nessuno avrebbe più voluto mangiare un altro hamburger. «Mai distruggere la categoria», dicono in America. Ora invece, proprio nel momento in cui avremmo bisogno di una politica credibile e costruttiva, abbiamo «distrutto la categoria».

Anche se molti di quelli che hanno alimentato lo spirito demagogico anti-casta e ci hanno poi condotto nel pantano del proporzionale, ora fischiettano allegramente facendo finta di niente, per il futuro prevedibile, il risultato del referendum e le sue conseguenze definiranno la politica italiana. Come, del resto, accade in Inghilterra dopo il voto sulla Brexit. E come nel Regno Unito, dovremo fare i conti con alcune domande fondamentali: qual è il peso che ora l’Italia può avere in Europa e nel mondo? Che società emergerà da questo sconquasso? E, ancora, davvero un paese sempre più fragile può stare insieme?

Per il nostro paese questo è probabilmente il periodo più importante dalla fine della guerra. Il che ci riporta al Pd. E al suo ruolo. Specie se lo si confronta con la sorprendente irrilevanza del Labour Party: stando ai sondaggi, ormai buona parte delle persone che hanno votato per il Labour nel 2015, a James Corbyn preferisce di gran lunga Theresa May. E non bisogna sottovalutare l’affermazione di Matteo Renzi tra gli iscritti: il popolo del Pd non considera Renzi un usurpatore che si è appropriato con la frode del partito, ha capito che la «mutazione genetica» della sinistra è necessaria per cambiare il Paese e che è tempo perso inseguire il partito delle scie chimiche sui vitalizi e le auto blu. Insomma, la cultura politica del partito sta cambiando e bisogna approfittarne.

Si è detto che il 4 dicembre molte persone hanno votato come hanno votato per mandare un segnale alla politica su problemi che per troppo tempo sono stati ignorati: le gravi disparità regionali, un’economia che offre a tanta gente solo gli avanzi del banchetto, ecc. Ora tutto questo deve tornare al centro del dibattito. Che paese vogliamo creare? Al paese servono più liberalizzazioni, più concorrenza, meno leggi e regole. Per crescere bisogna aumentare la produttività del lavoro e scommettere sulla globalizzazione. E servono soluzioni concrete per i losers. Attorno a questo progetto, all’indomani delle elezioni (è il proporzionale, bellezza) si dovrà costruire una maggioranza di governo. Dovunque lo scontro è quello tra «Wall people» e «Web people», tra costruttori di muri e costruttori di legami, tra apertura e chiusura. Una frattura (ed un «perimetro») che il voto al parlamento europeo sul Ceta, l’accordo commerciale tra Ue e Canada, ha fotografato in modo esemplare: da un lato, buona parte del Ppe, quasi tutti i liberali e una parte di socialisti e democratici; dall’altro, un pezzo di centrodestra, lepenisti, grillini, l’Ukip, e un bel pezzo di (vecchia) sinistra francese e italiana. C’è una parte maggioritaria dell’Italia che vuole liberarsi dalla dittatura dei Tar e non si è ancora rassegnata a Casaleggio. Cogliere questa opportunità richiede, come hanno capito gli iscritti al Pd, quel genere di urgenza, chiarezza ed energia che i Corbyn, i Bersani e i loro alleati non possiedono (quella che Martin Luther King ha chiamato «the fierce urgency of Now», l’urgenza appassionata dell’adesso). Serve, tuttavia, anche la consapevolezza che di fronte alle prove che l’Italia dovrà affrontare, c’è bisogno di una coesione sociale e nazionale straordinaria, senza la quale non possiamo sistemare quel che (da tempo) ha bisogno di essere sistemato. Come ha spesso ripetuto Giorgio Napolitano, «è indispensabile un riavvicinamento tra i campi politici contrapposti, il che non significa confondersi, non significa rinunciare alle rispettive identità, ma significa condividere gli sforzi che sono indispensabili per riaprire all’Italia una prospettiva di sviluppo».  E il fatto che il leader di Forza Italia cerchi di ritagliarsi un (nuovo) ruolo alternativo al grillismo, è una buona notizia.

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