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www.italiaincammino.it, 3 aprile 2017 – Trump: summit con la Cina inizio di un passaggio di testimone?

A quanto pare, a meno di una settimana dal summit con il presidente cinese Xi Jinping, il presidente Trump ha deciso di dar seguito alle sue bellicose promesse elettorali e passare alle maniere forti (sul commercio) con la Cina.

Il presidente americano ha firmato due decreti esecutivi per una revisione della politica commerciale americana. Con il primo provvedimento ha chiesto alle agenzie competenti di analizzare con attenzione i disavanzi commerciali, paese per paese (a cominciare, ovviamente, dalla Cina, ma vale anche per la Germania e per altri Paesi europei e del G7, tra i quali l’Italia), per comprendere dove nasce e come curare il deficit commerciale Usa (di 500 miliardi di dollari); con il secondo ha chiesto alle agenzie di inasprire il controllo sul dumping (dalla vendita sotto-costo agli aiuti di Stato e alla svalutazione monetaria competitiva).

Si tratta, naturalmente, di misure che riflettono le tensioni economiche americane con la Cina, ma che potrebbero preludere a decisioni (in materia di tariffe ed accordi commerciali) che potrebbero portare molto indietro le lancette dalla globalizzazione.

Nei giorni scorsi, con un paio di tweet presidenziali, Trump è andato giù pesante, anticipando che l’incontro con la Cina sarà «molto difficile» posto «l’enorme deficit commerciale» e «i posti lavoro andati in fumo».

Ma, come ha scritto il New York Times, «si tratta di mosse che, sotto la superficie, tradiscono una politica commerciale in rovina, con l’amministrazione inguaiata da carenze nello staff e dalla mancanza di consenso sulla direzione da prendere. Con più parole che fatti, gli ordini finora sembrano una tattica dilatoria per dare ai funzionari dell’amministratore il tempo di mettere insieme quella politica commerciale coerente che manca ancora».

L’incontro con la Cina e la questione della Corea del Nord

I ritardi nel definire una politica commerciale complessiva (ci vorranno 90 giorni per «identificare tutte le forme di abusi commerciali e ogni pratica non reciproca che contribuisce al deficit commerciale Usa») possono però determinare un vantaggio geopolitico. Accantonando le questioni di politica economica, nei colloqui con Xi, Trump si potrà concentrare sulla Corea del Nord.

Resta il fatto che, dopo 75 anni di leadership americana sulla scena mondiale, il summit di Mar-a-Lago in Florida, può segnare l’inizio del passaggio di testimone dagli Stati Uniti alla Cina. Trump ha infatti abbracciato una politica di ritiro dal mondo, che apre uno spazio che il Partito comunista cinese non vede l’ora di riempire.

Per Trump la Cina è “manipolatrice di valuta”

Trump si è scagliato contro la Cina nella sua campagna elettorale, accusandola di  «stuprare» gli Stati Uniti. Appena messo piede alla Casa Bianca, l’ha bollata come una «manipolatrice di valuta». Eppure, al primo contatto con Pechino, ha mollato subito.

Qualche settimana dopo la sua elezione, Trump ha pensato bene di aggiornare le relazioni con Taiwan. In risposta, Xi ha congelato tutti contatti tra Pechino e Washington su tutte le questioni, chiedendo a Trump di fare retromarcia. Cosa che, appunto, è avvenuta rapidamente. Può darsi sia solo una coincidenza, ma un paio di settimane più tardi, il governo cinese ha garantito alla Trump Organization dozzine di diritti commerciali in Cina, con una velocità e con una ampiezza che ha sorpreso molti esperti.

Il disimpegno americano

Manco a dirlo, la scelta dell’amministrazione Trump di un disimpegno americano dal mondo è una manna per la Cina. Il bilancio proposto da Trump taglierebbe la spesa dedicata ad alimentare il «soft power» (diplomazia, cooperazione internazionale, organizzazioni internazionali) del 28%. Pechino, invece, negli ultimi dieci anni ha quadruplicato il budget del Ministero per gli Affari esteri. L’amministrazione Trump vuole, inoltre, risparmiare sugli stanziamenti americani per le Nazioni Unite. Anche questa è musica per le orecchie cinesi.

Da anni Pechino sta cercando di guadagnare influenza all’interno dell’organizzazione. Ha aumentato gli stanziamenti per le Nazioni Unite e non vede l’ora di sostituire gli Stati Uniti in ritirata. Specie se si considera che la Cina è già diventata il secondo più grande finanziatore delle missioni di peacekeeping ed ha più peacekeeper di tutti gli altri quattro membri permanenti del Consiglio di sicurezza messi insieme.

Senza contare che il primo e più importante atto dell’amministrazione Trump è stato quello di ritirare gli Stati Uniti dalla Trans-Pacific Partnership, un trattato che avrebbe aperto economie a lungo chiuse come il Giappone ed il Vietnam, ma avrebbe anche creato un’alleanza che avrebbe potuto fronteggiare il crescente dominio del commercio della Cina in Asia.

Il ruolo globale degli Stati Uniti ha sempre voluto dire essere all’avanguardia nella scienza, nell’istruzione e nella cultura. E anche in questo campo Washington si sta ridimensionando mentre Pechino sta dilagando

La potenza americana e l’esercito

L’amministrazione Trump ora sembra volere un esercito più grande. Ma questo non è mai stato il modo in cui la Cina ha cercato di competere con la potenza americana.

I leader cinesi hanno sottolineato che questo è stata, piuttosto, la strategia sovietica durante la Guerra fredda: una strategia che è fallita miseramente. Come a dire, lasciamo pure che Washington sprechi le propri risorse sul Pentagono, meglio concentrarsi sull’economia, sulla tecnologia e badare al «soft power». Il nuovo consigliere per la sicurezza nazionale di Trump, H.R. McMaster, una volta sottolineato che era «stupido» cercare di combattere gli Stati Uniti simmetricamente, carro armato per carro armato. La strategia più intelligente sarebbe stata quella asimmetrica. I cinesi sembrano averlo compreso benissimo.

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