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l’Unità, 20 gennaio 2017 – Trump e l’ordine liberale internazionale

Esce Obama, entra Trump. E prima ancora di giurare, “The Donald” ha già annunciato al mondo la sua voglia di buttare tutto all’aria: le cose che nei giorni scorsi ha detto in una serie di interviste sconnesse e spesso contraddittorie, hanno inasprito le tensioni con la Cina e fatto infuriare alleati e istituzioni decisive per la tradizionale leadership americana dell’Occidente.

Già il mese scorso, il Global Times (il tabloid del Partito comunista cinese) ha scritto che Trump, per quel che riguarda la diplomazia, ha le conoscenze di un bambino e gli ha consigliato di leggere qualche libro di storia. Il che non sarebbe male. La prima metà del XX secolo ha scritto alcune delle pagine peggiori della storia moderna: due guerre mondiali, una depressione globale, tirannie e genocidi. E in buona parte è avvenuto perché le grandi potenze Occidentali, di fronte alla crisi economica e geopolitica, si sono richiuse al loro interno, isolandosi dal mondo e facendo a scaricabarile, ciascuna nella speranza di sottrarsi alla rovina. Ma con tutto ciò, non sono riuscite ad evitare la catastrofe: non c’era modo di fuggire e nessun posto dove nascondersi.

Proprio per questo, successivamente, i policymaker occidentali giurarono di non ripetere quegli errori e disegnarono un ordine postbellico basato su una cooperazione reciprocamente vantaggiosa invece che sulla competizione egoistica. Riconobbero che la politica estera e l’economia internazionale potevano essere sport di squadra piuttosto che sport individuali. Perciò legarono i loro paesi l’uno all’altro attraverso istituzioni internazionali, intese commerciali e alleanze militari, puntando sul fatto che, insieme, sarebbero stati più forti. E avevano ragione: puntellato dalla straordinaria forza americana, il sistema che avevano creato ha garantito settant’anni di progresso, di pace tra le grandi potenze e di sviluppo economico.

Così, quando Donald Trump ha scelto, durante la sua campagna elettorale presidenziale, «America First» come slogan della sua politica estera, gli esperti rabbrividirono. Non si rendeva conto che quello era stato il motto degli isolazionisti filo-tedeschi che si opponevano all’ingresso dell’America nella seconda Guerra mondiale? Non si rendeva conto che far propria una posizione tanto screditata, prendendo le distanze da tutto quel che la politica estera americana aveva sostenuto da generazioni, lo avrebbe senza dubbio danneggiato?

Come capita di frequente di questi tempi, le previsioni degli esperti erano sbagliate. Ciò non toglie che le loro obiezioni fossero giustificate, perché durante la sua campagna elettorale, Trump ha delineato davvero una prospettiva di politica internazionale più vicina al nazionalismo e al protezionismo degli anni Trenta di qualunque cosa si sia mai vista dalle parti della Casa Bianca dal 1945.

Se la nuova amministrazione proverà davvero a mettere in pratica le sue idee, dovrà mettere in discussione il ruolo cruciale degli Stati Uniti come difensore dell’ordine liberale internazionale nel suo insieme e non soltanto gli interessi nazionali dell’America. Nel migliore dei casi, ciò diffonderà una dannosa incertezza in ogni campo: dal commercio internazionale alla deterrenza nucleare. Nel peggiore dei casi, può far sì che gli altri paesi perdano fiducia nella stabilità e nella persistenza dell’ordine liberale e comincino a tutelarsi, prendendo le distanze dagli Stati Uniti, stabilendo accordi separati con Cina e Russia e adottando programmi economici imperniati su quella che viene definita la “politica del rubamazzo”, cioè su quegli interventi di politica economica che producono benefici unicamente al Paese che gli adotta e danni agli altri.

“Che tu possa vivere in tempi interessanti!” è una antica maledizione cinese. Governare, si sa, è diverso dal fare campagna elettorale e nessuno sa ancora che cosa realmente abbia in testa Trump. Ma ora viviamo ufficialmente in tempi interessanti. Resta da vedere se si tratta davvero di una maledizione.

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