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LEZIONI AMERICANE

Non vorrei che a qualcuno fosse sfuggito: il colosso americano Domino’s Pizza, una delle più grandi catene di pizzerie al mondo, con sede in Michigan, ha deciso di provare a conquistare l’Italia, la patria della pizza. «Ammettiamolo – ha scritto sul Corriere della Sera Elmar Burchia – è come vendere i cubetti di ghiaccio agli eschimesi» (La sfida di Domino’s Pizza americana in Italia). Con quasi 11mila punti vendita in 73 Paesi, il franchising del colosso americano – la seconda catena di pizza negli Usa (dopo Pizza Hut)- ha aperto nei giorni scorsi a Milano il suo primo punto vendita in partnership con ePizza S.p.a. È la prima delle tre sedi che Domino’s vuole aprire entro Natale.

«Le vendite a livello globale di Domino’s nel 2014 – ha scritto Il Sole 24 Ore – sono state di 8,9 miliardi di dollari, di cui 4,1 miliardi negli Stati Uniti d’America e 4,8 miliardi nel resto del mondo. Nel secondo trimestre 2015, le vendite a livello globale sono state di 2,2 miliardi di dollari, di cui 1,1 negli Usa. e 1,1 nel resto del mondo. Nel secondo trimestre 2015 quasi il 97% dei punti vendita Domino’s è gestito in franchising. Inoltre l’innovazione tecnologica ha permesso a Domino’s di generare circa il 50% delle vendite attraverso i canali digital negli Stati Uniti (dato di fine 2014) e raggiungere un valore di 4 miliardi di dollari di vendite “digitali” in un anno a livello globale. Domino’s ha creato un’app per le ordinazioni che copre quasi il 95% degli smartphone negli Stati Uniti e ha recentemente introdotto nuove e innovative piattaforme per gli ordini, incluso il sistema Ford sync, la Samsung Smart TV, Twitter e i messaggi di testo con le emoticon della pizza. A giugno 2014, Domino’s ha inoltre lanciato il sistema di voice ordering abbinato alla sua app sia per Iphone che per Android» (Sbarca in Italia, da Milano, il colosso americano Domino’s Pizza).

Occhio che non vengono a venderci sofisticate meraviglie tecnologiche. Ci vendono la pizza. Il prodotto tipico della gastronomia napoletana più conosciuto, sia in Italia che all’estero, che potrebbe essere addirittura definito come il simbolo della tradizione italiana nel mondo. Il che ci rammenta che non basta avere una tradizione, un talento particolare; e che anche l’abbondanza di risorse naturali conta fino ad un certo punto. Se non c’è un’organizzazione industriale adeguata, in grado di mettere a frutto quel talento, quella tradizione, quelle risorse, non si va da nessuna parte. Se quell’organizzazione industriale c’è, si possono «vendere i cubetti di ghiaccio agli eschimesi». E verosimilmente, i lavoratori guadagneranno di più, le condizioni di lavoro e i requisiti sanitari saranno migliori e più scrupoloso il controllo sui prodotti.

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