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L’Europa vegetariana in un mondo pieno di carnivori

La guerra civile in Siria ha subito una rapida escalation nel corso di una delle settimane più caotiche. L’abbattimento di un cacciabombardiere Su-25 russo da parte dei miliziani qaedisti a Idlib, di un elicottero turco da parte delle forze curde ad Afrin, di un drone iraniano lungo i confini israeliani e di un caccia F-16 di Gerusalemme di ritorno da un raid sulla Siria accentuano il progressivo inasprimento del plurimo confronto tra sciti-sunniti, Israele-Iran e Usa-Russia.

Il fronte tra Siria, Israele e Libano è oggi probabilmente l’angolo più pericoloso del mondo. In quale altro posto si possono trovare truppe e istruttori militari siriani, russi, americani, iraniani e turchi che si preparano a scontrarsi, l’uno contro l’altro, in terra e in cielo (insieme a mercenari sciiti filo-iraniani che vengono dall’Iraq, dal Libano, dal Pakistan e dall’Afghanistan; ai combattenti curdi filo-americani che vengono dal nord della Siria; ai resti dell’Isis; ai vari insorti filo-sauditi e filo-giordani che si oppongono al regime siriano e, sembra impossibile, ai cosacchi russi ortodossi che sostengono il regime siriano e che sono andati in Siria, come contractor, a difendere la Madre Russia dai “barbari”)?

Come ha fatto notare il New York Times, in una sola settimana, la Russia, la Turchia, l’Iran e Israele hanno perso un velivolo a causa del fuoco nemico. La Siria è diventata una polveriera, un campo di battaglia multidimensionale che richiede un computer quantistico per risolvere le combinazioni tra una miriade di attori, alleanze mutevoli e fronti di conflitto altrettanto mutevoli.

Tutte le parti coinvolte sono guidate, tuttavia, dalla stessa regola di comportamento: per tutti, questa non è la “loro” guerra, ma una guerra “presa in affitto”. Ogni fazione vuole massimizzare i propri interessi e minimizzare l’influenza dei rivali mettendo a rischio il minor numero di soldati possibile, utilizzando, per raggiungere i propri obiettivi, la forza aerea, i mercenari e i rivoltosi locali. Tutti hanno imparato (la Russia dall’Afghanistan, l’Iran dalla guerra tra Iran e Iraq, Israele dal Libano meridionale e gli Stati Uniti dall’Iraq e dell’Afghanistan) che le opinioni pubbliche, a casa, non sono disposte a tollerare l’arrivo di un mucchio di body bags ed un’altra guerra in Medio Oriente.

Vladimir Putin vuole poter dire ai russi che la Russia è di nuovo una superpotenza e che lui è il kingmaker in Siria, senza però mettere in pericolo nessun soldato russo. Per questo, sta usando l’Iran per fornire le truppe di terra e sta arruolando contractors, come i cosacchi, da una agenzia privata russa che si chiama Wagner per combattere e morire sul terreno (come è capitato a qualche dozzina di soldati l’altro giorno in un airstrike americano).

L’Iran, che ha appena represso una sollevazione popolare contro il governo (il popolo iraniano domanda che Tehran spenda il proprio denaro per il proprio paese e non in Siria), sta subappaltando la guerra terrestre, che la Russia gli aveva a sua volta affidato, ai suoi “incaricati” (Hezbollah e vari mercenari dall’Iran, dal Pakistan e dall’Afghanistan). In questo modo, l’Iran può controllare Damasco e usare la Siria come una base avanzata per fare pressione su Israele a prezzi scontati.

Le forze speciali degli Stati Uniti hanno armato e addestrato i combattenti curdi della Siria settentrionale per condurre la guerra terrestre contro l’Isis. La Turchia sta usando gli insorti sunniti per combattere quegli stessi curdi. L’Arabia Saudita, il Qatar e la Giordania usano vari ribelli sunniti per combattere le forze del regime siriano filo-sciita e filo-iraniano e Israele sta usando il lungo braccio della sua aviazione.

Thomas Friedman ha coniato, nel 2003, al tempo dell’invasione dell’Iraq, l’analogia con la regola che vige in negozio di porcellana: “You break it, you own it”. In alte parole, la prima regola di ogni invasione, avvertiva il columnist del New York Times, è “chi rompe paga e i cocci sono suoi. Abbiamo rotto l’Iraq, ora è nostro”. Così oggi in Siria, vale la stessa regola: “Te la sei presa? La sistemi”; e visto che nessuno vuole avere la responsabilità di sistemare la Siria (un progetto di proporzioni colossali), tutti vogliono semplicemente prendere in affitto uno spazio per esercitare la propria influenza.

Il che significa che nessuna delle fazioni in campo ha abbastanza forza e abbastanza risorse (o disponibilità al compromesso) per stabilizzare la Siria dal basso e nessuna delle parti esterne è pronta ad investire abbastanza, in termini di forza e di risorse, per stabilizzarla dall’alto. La buona notizia (si fa per dire) è che, poiché “l’avversione alle perdite” è così diffusa, è meno probabile che le parti coinvolte diventino troppo imprudenti. Gli iraniani e gli Hezbollah continueranno probabilmente a punzecchiare Israele, ma non ad un livello tale da spingere gli israeliani a reagire devastando ogni quartiere degli Hezbollah in Libano e colpendo l’Iran; Israele sa che sarebbe colpita a sua volta dai razzi iraniani. I turchi non vogliono una guerra con gli Stati Uniti. L’America non vuole una guerra con la Russia e i russi vogliono soltanto succhiare più petrolio possibile dalla Siria e usarla come una base e per una iniezione di autostima, senza scontrarsi con nessuno, poiché sono molto più deboli di quello che sembra.

Forse alla fine i giocatori si stuferanno e troveranno un accordo per spartirsi il controllo della Siria, come alla fine hanno fatto i libanesi nel 1989 per mettere fine alla loro guerra civile. Perché i libanesi rinsavissero ci sono voluti però 14 anni.

Una postilla: e l’Europa? L’Europa, si sa, è quasi interamente dipendente dagli Stati Uniti. Dopo la Brexit, l’80% della spesa della NATO viene da paesi extraeuropei. E, messe così le cose, non ha altra scelta che restare aggrappata, come può, agli Stati Uniti.

Insomma, se l’Europa vuole diventare davvero un “autentico attore politico globale”, come ha detto nei giorni scorsi, con una certa enfasi, il presidente della Commissione europea, Jean-Claude Juncker, all’annuale Munich Security Conference (coniando addirittura il vocabolo tedesco, “weltpolitikfähig”), deve darsi una mossa. Anche perché, come ha poi osservato il ministro degli Esteri tedesco Sigmar Gabriel, “nei panni degli unici vegetariani in un mondo di carnivori ci attendono momenti difficili”. Il presidente Wolfgang Ischinger nella sua introduzione, infatti, è stato molto chiaro: “at no time since the collapse of the Soviet Union has the risk of armed conflict between major powers been as high as it is today”. Ma in campagna elettorale si continua a parlar d’altro.

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