GIORNALI2004

Messaggero Veneto, 13 ottobre 2004 – Un’alleanza riformista

La lista “Uniti nell’Ulivo”. Servono altri e decisivi passi per la nascita di un partito riformatore.

UN’ALLEANZA RIFORMISTA

Di nuovo, alle europee, gli elettori la loro parte l’hanno fatta: quasi uno su tre ha mostrato di credere nel progetto di unità e innovazione promesso dalla Lista Uniti nell’Ulivo. Ma quando si è trattato di tradurre, coerentemente, quella spinta e quella volontà politica nella costruzione di un nuovo soggetto politico riformista, tutto è diventato complicatissimo. Perché? Che cos’è che ha provocato nel centro-sinistra questa lunga fase di incertezza e uno scontro interno tanto aspro e plateale quanto incomprensibile nelle sue motivazioni?BRContinuo a pensare che le ragioni di fondo delle difficoltà non riguardino le divisioni programmatiche (che pure si sono riproposte sulle questioni principali: dalla politica internazionale alle riforme istituzionali), ma la prospettiva politica: i caratteri, l’assetto, il profilo politico-programmatico del centro-sinistra. Il conflitto nei due poli per ridefinirne i caratteri, le politiche e la leadership resta, infatti, al centro della battaglia politica in corso in Italia. Proprio perché la nuova stagione democratica, dopo l’esperienza della prima repubblica che si fondò sui partiti popolari, non ha ancora trovato i suoi soggetti stabili.BROvviamente, non tutti hanno considerato la scelta della lista Uniti nell’Ulivo come il primo passo per la costruzione di un partito di centro-sinistra a vocazione maggioritaria, capace di svolgere in Italia la stessa funzione politica che nei grandi paesi europei svolgono i partiti socialisti, socialdemocratici e laburisti; un partito che in Italia può nascere solo dal concorso e dalla fusione di quelle esperienze, tradizioni e culture politiche di cui sono espressione i partiti di Uniti nell’Ulivo. Eppure, tutti coloro che hanno voluto la lista le hanno affidato un compito che andava molto al di là dell’appuntamento elettorale: aggregare le forze più coerentemente riformiste e, in questo modo, realizzare una profonda ristrutturazione dell’intero centro-sinistra. La lista Uniti nell’Ulivo era infatti la premessa di un assetto diverso: non più l’accordo di desistenza tra l’Ulivo (mera somma dei partiti) e Rifondazione comunista, ma uno schieramento reso credibile dalla presenza, al suo interno, di un soggetto politico riformista, dotato di una leadership individuale e collettiva, di un profilo culturale e di un consenso elettorale tale da farne il garante della stabilità e dell’omogeneità dell’intera coalizione.BRDopo le elezioni, invece, nonostante il successo della lista sia stato straordinario (specie se si considerano le enormi difficoltà con cui la lista ha dovuto fare i conti: simbolo sconosciuto, pochi soldi e poco tempo per farlo conoscere, l’attenzione dei militanti concentrata sulle amministrative e, quindi, sulle liste di partito, ecc.), il campo è stato stabilmente occupato dall’iniziativa di chi resiste alla prospettiva della federazione: di chi pensa che, in fondo, il centro-sinistra va benissimo così com’è perché, tanto, a farlo vincere ci pensa Berlusconi e di chi pensa che il miglior assetto del centro-sinistra sia quello fondato sulla divisione del lavoro tra il centro e la sinistra.BRA quanti confidano solo nell’antiberlusconismo basta chiedere: ammesso e non concesso che per vincere le elezioni sia sufficiente l’unità dei partiti del centro-sinistra così come sono, come faremo poi a governare? Quel che bisogna apertamente combattere è invece l’idea dell’autosufficienza dei partiti espressione delle vecchie tradizioni politiche (e delle vecchie identità partitiche: quella del Pci, del Psi, della Dc). Perché il più delle volte si tratta di una sincera presunzione di autosufficienza, che è ancora tanto forte da contrastare la prospettiva della Federazione riformista. L’idea è semplice: se ciascuno fa il suo mestiere (e cioè la sinistra si preoccupa delle esigenze del suo popolo e il partito del centro presidia il confine che ci separa dallo schieramento avversario) ci sarà più facile attrarre nel centro-sinistra gli elettori in fuga da Forza Italia e dal centro-destra. Ma il guaio è che le cose non stanno così. La divisione del lavoro tra centro e sinistra non funziona per sei fondamentali ragioni: 1) perché gli elettori della sinistra e del centro riformisti sono sociologicamente identici, come dimostrano tutti gli studi in proposito, e una quota crescente si considera semplicemente di centro-sinistra; 2) perché la forza delle antiche identità si stempera a mano a mano che ci si allontana dall’89: milioni di votanti non hanno mai visto sulla scheda il simbolo del Pci, della Dc e del Psi; 3) perché i partiti, nella loro attuale configurazione politico-organizzativa, non possono essere strumento di effettiva partecipazione democratica alla direzione politica del paese, cioè alla formazione dell’offerta politica (programmi, leader); 4) perché proprio l’elaborazione di programmi adeguati alle novità presenti nella realtà di oggi reclama il superamento di ogni presunzione di autosufficienza delle diverse culture riformiste (in Italia, peraltro, indebolite dalla lunga lotta in partiti nei quali sono risultato spesso minoritarie); 5) perché non esiste, nel centro-sinistra italiano, una sola rilevante questione di programma che dia luogo a una dialettica che ripercorra fedelmente gli attuali confini dei partiti; 6) perché gli elettori in fuga dal centro-destra, da Forza Italia in particolare, si rifugiano nell’astensione o, quando scelgono il passaggio di campo, rivolgono le loro attenzioni alla forza egemone del centro-sinistra, non certo al partito traghetto collocato ai margini dello schieramento.BRPer queste ragioni, se davvero si vuole la ristrutturazione del centro-sinistra, bisogna ripartire dalla scelta che resta prioritaria: la costituente della Federazione riformista, cioè di un partito di tipo nuovo, di qualcosa che non ha finora fatto parte della nostra esperienza. È del tutto ovvio che il processo di costruzione della federazione e quello della costruzione di una più ampia alleanza democratica di centro-sinistra (la Grande alleanza democratica che, per intenderci, va da Mastella a Bertinotti) sono entrambi necessari. Ma dovrebbe essere altrettanto ovvio che se la coalizione larga non ha al suo centro la federazione, il centro-sinistra non è qualitativamente diverso da quello che ha vinto nel ’96 (perdendo poi la prova del governo) né da quello del 2001. Le garanzie, che giustamente pretende Prodi, contro il rischio che si ripeta il ’98, non stanno nei buoni propositi di oggi e neanche in primarie che lascino inalterata la forma attuale del centro-sinistra: la vera scelta che può ristrutturarlo qualitativamente è la costruzione della federazione (con un effettivo trasferimento di poteri dagli attuali partiti agli organismi della federazione), primo passo verso quel partito nuovo, adeguato ai tempi, di cui in Italia (e nella nostra Regione) c’è tanto bisogno. BRDeputato Ds-L’Ulivo

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