GIORNALI2005

Messaggero Veneto, 7 ottobre 2005 – Scorciatoia pericolosa

Cambiare, con un colpo di mano, la legge elettorale alla vigilia delle elezioni politiche è grave, deprecabile e pericoloso.

SCORCIATOIA PERICOLOSA

Cambiare, con un colpo di mano, le regole del gioco (la legge elettorale) quando la partita si è già iniziata (alla vigilia delle elezioni politiche) sarebbe una cosa grave, deprecabile e pericolosa. In primo luogo, perché in questo modo si contraddirebbe la volontà popolare. Non sarebbe male, infatti, ricordare che fu il pronunciamento popolare, furono due distinti referendum a imporre, in Italia, il passaggio dal proporzionale al maggioritario. E gli obiettivi dei due referendum erano proprio quelli di garantire agli elettori il diritto di scegliere direttamente il governo.
Di garantire il diritto di eleggere i propri rappresentanti in modo più vicino e trasparente, prima riducendo i voti di preferenza per poi superarli col collegio uninominale.
In secondo luogo, perché gli attuali sistemi elettorali per la Camera e il Senato, pur con i loro difetti, hanno favorito la nascita e il consolidamento di un sistema politico più competitivo. In particolare hanno consentito di conseguire tre obiettivi importanti.
Il primo è il bipolarismo. Oggi la competizione elettorale è saldamente strutturata su due coalizioni pre-elettorali. L’Ulivo e la Casa delle libertà, nonostante la presenza di numerosi terzi poli, raccolgono di gran lunga la maggioranza dei voti e dei seggi. I partiti sono ancora tanti, ma il sistema elettorale li ha costretti inesorabilmente a entrare nell’una o nell’altra coalizione. E in questo modo la frammentazione è stata imbrigliata in un formato bipolare.
Il secondo merito di questo sistema elettorale sta nella sua capacità di produrre una maggioranza di seggi al momento del voto. In altre parole, sono i cittadini con il loro voto a decidere governo e maggioranza parlamentare e la decisione non è rinviata alle trattative fra i partiti dopo il voto.
Il terzo risultato importante è l’indicazione del capo del governo. Con questo sistema elettorale i cittadini decidono non solo quale coalizione avrà la maggioranza dei seggi in Parlamento, ma anche chi sarà il presidente del consiglio. Certo, sul piano formale non si tratta di una vera e propria elezione diretta, ma nella pratica è così. E questo accade perché vengono soddisfatte alcune condizioni: l’indicazione del candidato premier da parte delle coalizioni in competizione; il conseguimento, da parte di una delle coalizioni in competizione, di una maggioranza assoluta dei seggi; la nomina a presidente del candidato premier della coalizione vincente.
Perché, allora, si vuole cambiare? Si dice che questo sistema elettorale abbia favorito la frammentazione. Ma non è vero. È certamente vero che il nostro sistema politico è troppo frammentato: siamo la democrazia più frammentata fra quelle dell’Europa occidentale dopo il Belgio. Però la crescita della frammentazione precede l’introduzione dei nuovi sistemi elettorali. La causa della crescita della frammentazione (che i nuovi sistemi elettorali hanno consentito di imbrigliare in un formato bipolare) è la destrutturazione del sistema dei partiti della prima repubblica.
Si dice, inoltre, che i nuovi sistemi elettorali favoriscano la formazione di coalizioni eterogenee e quindi di governi instabili. Ma l’eterogeneità delle coalizioni dipende anzitutto dall’eccessiva frammentazione del sistema dei partiti. Ed è accentuata dal mancato riconoscimento reciproco tra i poli, che, pur di prevalere nella competizione elettorale, sono ‘costretti” a formare coalizioni acchiappatutto. Ma di questo il sistema elettorale non è responsabile. Senza contare che se si tornasse alla formazione di coalizioni di centro, forse queste potrebbero rivelarsi meno eterogenee ma non necessariamente più stabili e meno rissose. L’enorme debito pubblico che ci sovrasta (e che venne accumulato quando il bipolarismo non esisteva) è, del resto, la misura contabile di un malgoverno che aveva raggiunto livelli parossistici.
Le vere ragioni della proposta di riforma elettorale della Casa delle libertà sono più semplici. La Cdl prende più voti nell’arena proporzionale, dove i partiti si presentano da soli, rispetto all’arena maggioritaria, dove la coalizione si presenta con i suoi candidati comuni. Nelle elezioni del 2001 la differenza è stata di circa 1.500.000 voti. La stessa cosa si era verificata nel 1996. Per l’Ulivo è vero il contrario. Tra le ragioni di questi diversi rendimenti coalizionali c’è il fatto che l’elettorato di centro-destra tende a votare i partiti della Cdl, ma non sempre i suoi candidati nei collegi. Ecco perché si vuole modificare la legge elettorale. Ma, contrariamente a quel che si dice, un sistema proporzionale con premio di maggioranza simile al modello De Gasperi del 1953 favorirà la crescita della frammentazione politica.
Per questo, pur con tutti i difetti e i fastidi che comporta, mi auguro che il sistema attuale non venga messo in discussione. Nella situazione italiana di oggi nessun sistema elettorale può fare miracoli ricomponendo una rappresentanza politica così frammentata. E l’attuale sistema non solo permette di imbrigliare la frammentazione in un formato bipolare, ma contiene incentivi all’aggregazione che possono, col tempo, trasformarsi in incentivi alla formazione di nuovi partiti.
L’alternativa in questi giorni in discussione alla Camera non ci farebbe fare alcun passo avanti verso il contenimento della frammentazione partitica e invece rischierebbe di renderne gli effetti ancora più deleteri, eliminando il freno rappresentato dal collegio uninominale e dalle attuali soglie di sbarramento della Camera e del Senato. Per non parlare degli effetti corruttori delle preferenze, qualora venissero reintrodotte, con esiti descritti dai verbali delle inchieste su Tangentopoli.
Sarebbe meglio, invece, pensare a riforme minori relative alla legislazione di contorno che limitino la proliferazione di candidati e partiti. Pensiamo alle norme sui rimborsi elettorali e sul finanziamento dell’editoria di partito, alla riforma dei regolamenti parlamentari e consiliari, alla raccolta delle firme per la presentazione di candidati e liste, alla par condicio. Su questo terreno molto si potrebbe utilmente fare per accompagnare la ristrutturazione bipolare del nostro sistema partitico e il rafforzamento dell’istituzione governo. Ma anche in questo caso è lecito essere scettici circa la fattibilità politica di riforme del genere. Infatti la strada che la maggioranza di governo preferisce battere non a caso è un’altra: rafforzare i poteri del premier senza affrontare il problema della frammentazione. È questa infatti la filosofia di fondo alla proposta di revisione della Costituzione: separare rappresentanza e governo.
Ma per risolvere il secondo problema, quello del governo, sarebbe più utile se si abbandonassero le scorciatoie e si affrontasse il primo problema, quello della rappresentanza, favorendo il formarsi di partiti degni di questo nome.
Deputato Ds-L’Ulivo

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