GIORNALI2005

Il Piccolo, 18 ottobre 2005 – La coesione sociale frantumata

Il Paese rischia il declino schiacciato dalle mancate riforme: per il terzo anno consecutivo la crescita sarà inferiore all’1%; la mobilità sociale è bloccata; la transizione politico-istituzionale sembra non avere fine; la competitività e le esportazioni non reggono il passo con gli altri Paesi europei.
Al punto che il settimanale inglese «The Economist» ha descritto l’Italia come «The real sick man of Europe», il malato d’Europa. Inoltre da una decina d’anni stiamo cadendo in una spirale di illegalità e di immoralità che non ha eguali in nessun paese avanzato.

Non è «normale» un Paese dove il lavoro nero è pari al 27% del Pil, segnalando il fallimento di tutte le leggi per l’emersione del sommerso (fonte Ocse); dove l’evasione fiscale è di 200 milioni di euro: più del doppio che in Francia (fonte Secit); dove il fatturato annuo delle mafie è stimabile in 90 miliardi di euro e lavorano per la mafia spa il 27% dei calabresi, il 12% dei campani, il 10% dei siciliani (fonte Dia). Senza contare che, come ha scritto Ilvo Diamanti su Repubblica, con il berlusconismo «non c’è scandalo che riesca a scandalizzare» ed «è dilagato un sottile, ma profondo, disincanto. La convinzione che tutto è lecito. Basta non farsi scoprire». Al punto che «il senso cinico ha avvolto e logorato il senso civico».
C’è quanto basta per ridare fiato sia ai nostalgici della prima Repubblica che ai profeti delusi della seconda. A quanti propongono di riabilitare il proporzionale e ripristinare la partitocrazia e a chi invece vorrebbe riprendere la rivoluzione interrotta e punta sul presidenzialismo. Eppure l’esperienza dovrebbe averci insegnato che non ci sono scorciatoie, che modificare i meccanismi elettorali non basta e che gli effetti di riforme costituzionali poco meditate possono essere devastanti.
Ma in giro non c’è una adeguata consapevolezza della profondità della crisi. Basta riflettere sul candore con il quale i giornali hanno improvvisamente scoperto gli episodi dell’implosione di un sistema di potere che qualcuno aveva pensato di poter salvare dal declino buttando a mare solo la zavorra costituita dai partiti della prima Repubblica. Per cui, giorno dopo giorno, l’opinione pubblica è stata informata della crisi della più grande industria nazionale, degli scandali finanziari che hanno travolto i due imperi dell’agro-alimentare, delle incerte regole di governance del sistema creditizio, dell’ingovernabilità del servizio pubblico radiotelevisivo, ecc.
Quello a cui stiamo assistendo, in realtà, è il fallimento della pretesa delle grandi corporations e dei nuovi padroni del vapore (che hanno usato i soldi del mercato per regolare i conti tra loro anziché investire nella crescita vera della grande impresa) di autogovernarsi e negoziare fra loro il governo del Paese. Una pretesa che Silvio Berlusconi ha incarnato. Proprio per questo sarebbe bene che la crisi venisse affrontata tenendo conto finalmente che da Jefferson in poi, grandi partiti e grandi costituzioni sono un binomio obbligato. Dal momento che i partiti sono, come ha scritto Mauro Calise, i «corpi di appoggio nell’elettorato di massa per l’edificio costituzionale universalistico».
Non per caso, il sistema dei partiti, all’inizio della prima Repubblica, ha svolto una essenziale funzione di difesa dell’unità nazionale (messa a rischio dalla guerra), ha fatto da incubatore della società civile, ha riedificato lo Stato, ha incluso grandi masse nella democrazia liberale, allargandone i ristretti confini di classe. Al punto che Luigi Covatta sostiene che il sistema dei partiti fu il primo «miracolo italiano» del dopoguerra e addirittura l’unica «riforma» che si realizzò per governare il cambiamento politico.
Non c’è dubbio che oggi la maturazione di una coscienza esigente di cittadinanza, i processi di laicizzazione e di secolarizzazione, i mutamenti economici e sociali, il cambiamento del quadro internazionale uscito dal secondo dopoguerra hanno tolto centralità e spessore alla mediazione partitica. E la crisi della prima Repubblica ha sconvolto il vecchio equilibrio nel rapporto cittadini-partiti-Stato. Ma il guaio è che la lunga transizione in corso non ha potuto o saputo ricostruirne un altro. Eppure una dimensione «rappresentativa» che temperi la pulsione immediata di interessi e valori e che filtri la loro immissione diretta sul tavolo pubblico, oggi è più necessaria di prima. Perché se non c’è una intercapedine di rappresentanza e di mediazione, gli interessi e i valori, guidati dal solo principio della capacità di minaccia, praticano un conflitto primitivo e distruttivo, mettendo a rischio la coesione sociale.
Non è un caso che whigs e tories, antenati del sistema partitico moderno, siano nati nell’alveo della rivoluzione inglese, dopo una sanguinosa guerra civile. E solo se riusciremo a imperniare il bipolarismo su due grandi forze fondamentali – beninteso, su forze politiche di tipo nuovo, adeguate ai tempi – si potrà rendere il sistema politico meno dipendente dalle persone, più equilibrato nel rapporto tra personalizzazione della politica e ruolo dei partiti e si potrà consentire al sistema politico di funzionare come si deve. Perché nessuno degli attuali «sostituti» dei partiti può sostituirne la capacità di portare avanti politiche egualitarie.
Non significa auspicare una nuova Repubblica dei partiti. Significa prendere atto che nell’epoca moderna le repubbliche senza partiti non si sono mai viste. E significa essere consapevoli che senza partiti non si esce da questo sviluppo senza guida, da questo cambiamento senza riforme, e che c’è uno sforzo da fare per consentire il formarsi di soggetti politici degni di questo nome e superare la regressione corporativa delle istituzioni. Anche per questo mi auguro (anche se, tanto per cambiare, la maggioranza ha deciso di usare gli ultimi mesi utili per fare qualcosa di buono per sé, invece che per il Paese) che il sistema elettorale non venga messo in discussione.
Nella situazione di oggi nessun sistema elettorale può fare miracoli ricomponendo una rappresentanza politica così frammentata. E l’attuale sistema non solo permette di imbrigliare la frammentazione in un formato bipolare, ma contiene inoltre gli incentivi che possono, col tempo, trasformarsi in incentivi alla formazione di nuovi partiti. L’alternativa in questi giorni in discussione alla Camera non ci farebbe fare nessun passo in avanti verso il contenimento della frammentazione partitica e invece rischierebbe di renderne gli effetti ancora più deleteri eliminando il freno rappresentato dal collegio uninominale e dalle attuali soglie di sbarramento della Camera e del Senato. Inoltre, non sarebbe male ricordare ai proporzionalisti vecchi e nuovi che l’enorme debito pubblico che ci sovrasta (e che venne accumulato quando il bipolarismo non esisteva) è la misura contabile di un malgoverno che aveva raggiunto livelli parossistici.

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