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Messaggero Veneto, 11 settembre 2012 – GIUSTIZIA IL TEMPO È DENARO

A dispetto della vivacità delle proteste che si sono sollevate, la revisione della geografia giudiziaria è un intervento necessario. I limiti del sistema giudiziario sono sotto gli occhi di tutti, a cominciare dalla cattiva qualità del servizio che rende. Non per caso, la «country-specific recommendation» votata dall’Ecofin il mese scorso, punta il dito proprio sulle nostre «inefficienze nelle procedure e nell’organizzazione istituzionale» in materia di giustizia civile. Eppure, rispetto agli altri paesi europei non è vero che i magistrati italiani sono troppo pochi (anche se è vero che sono maldistribuiti), come non è vero che si spende troppo poco per la giustizia. Svezia, Germania e Olanda che – secondo i dati della European Commission for the Efficiency of Justice (Cepej) – svolgono i processi civili in meno di metà del tempo necessario in Italia per cause di analogo contenuto, impegnano risorse pubbliche molto vicine a quelle italiane (44 euro per abitante in Svezia, 53 in Germania, 41 in Olanda e 46 in Italia). Ma allora il problema dov’è? Come mai, nonostante questo impegno di risorse, il sistema giudiziario italiano è (molto) più congestionato e lento di quello degli altri Paesi? E com’è che i tribunali non hanno mezzi, al punto che è diventato difficile perfino lo svolgimento delle attività quotidiane? Dai dati (sui quali è tornata molte volte la rivista online Lavoce.info) emerge che è la composizione della spesa a essere differente da quella degli altri Paesi: la componente incomprimibile per l’Italia è molto alta. Il 77 per cento del budget dei tribunali è assorbito dalle retribuzioni dei magistrati e del resto del personale. Per l’Austria questo rapporto è del 55 per cento, per la Francia del 54 per cento, per Germania e Svezia del 60 per cento. Differenze importanti si riscontrano anche nel livello degli stipendi dei magistrati. Mentre all’inizio della carriera la retribuzione dei nostri giudici è del tutto in linea con quella degli altri paesi, non è così per i livelli più alti. Con l’eccezione della Svezia, rappresentiamo il caso in cui la progressione di stipendio con l’avanzare della carriera (dal livello iniziale a quelli del grado più alto) è maggiore: 3,2 volte, contro, ad esempio, il 2,4 dell’Austria, il 2,2 della Germania e l’1,7 dei Pesi Bassi. Inoltre, il fatto che tale progressione avvenga in Italia per anzianità e non per incarichi svolti, fa sì che sia ampia la platea di soggetti che ne fruisce. Ma, soprattutto, risulta che la produttività dei giudici è più bassa di quella potenziale in conseguenza delle dimensioni troppo ridotte dei tribunali che impediscono la specializzazione nell’attività dei magistrati. Le piccole dimensioni dei tribunali italiani e l’eccessivo numero di sedi sono confermati dal confronto internazionale. Nei nostri tribunali operano – in media – 6 magistrati contro, ad esempio, i 19 della Germania, i 14 della Svezia e, addirittura, i 65 dell’Olanda; e in Italia gli abitanti serviti da una corte di prima istanza sono mediamente 55.000, la metà che in Francia, in Germania e nel Regno Unito. Dalle analisi econometriche della Commissione tecnica della spesa pubblica e dell’Isae emerge, insomma, che il 72 per cento dei tribunali è attualmente sottodimensionato, che le performance della giustizia sono in passato migliorate in occasione di riforme che hanno aumentato la dimensione media dei tribunali, che per il sistema italiano sarebbe ideale un minimo di 20 magistrati per tribunale. La produttività dei magistrati, infatti, aumenta al crescere delle dimensioni del tribunale in cui operano, per effetto di economie di specializzazione. Ovviamente, le disfunzioni legate alla dimensione dei tribunali, seppur rilevanti, non spiegano, da sole, il dissesto della giustizia civile italiana, che ha molto a che fare (rinvio agli studi di Daniela Marchesi) con la complicazione del processo e gli incentivi che la normativa produce su litiganti e avvocati ad abusare del ricorso al giudice e delle garanzie interne al processo, con il risultato di accrescere patologicamente la domanda di giustizia e di allungare i processi a dismisura. Non a caso, nel confronto internazionale risultiamo campioni di litigiosità con una domanda di giustizia che è quasi il doppio di quella della Germania, della Francia, dell’Austria, dell’Olanda e della Danimarca. Va da se che la decisione di accorpare i tribunali non risolve tutto. Serve uno sforzo di organizzazione e di leadership: il Tribunale di Torino, con il presidente Mario Barbuto, tanto per fare un esempio celebre, ha ridotto drasticamente i tempi delle cause civili, senza richiedere risorse aggiuntive e senza postulare ulteriori riforme del processo civile. Ma la riorganizzazione generale dei tribunali è un intervento necessario. Il costo per l’economia di una giustizia civile spaventosamente lenta e inefficiente è enormemente sottovalutato dagli addetti ai lavori. Resta il fatto che la durata stimata dei processi ordinari in primo grado supera i 1.000 giorni (collocando l’Italia al 157° posto su 183 paesi nelle graduatorie stilate dalla Banca Mondiale) e che l’incertezza che ne deriva è un fattore potente di attrito nel funzionamento dell’economia, oltre che di ingiustizia. Al punto che le stime della Banca d’Italia indicano in un punto percentuale la perdita annua di prodotto attribuibile ai difetti della nostra giustizia civile. È ora di darsi una mossa, se vogliamo tornare a crescere.

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