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“Gorizia anno zero, un’idea per il nostro futuro” – Scuola di Formazione politica Ettore Romoli, Hotel Internazionale di Gorizia, 18 settembre 2021

La Scuola di Formazione politica Ettore Romoli ha organizzato una maratona in streaming per parlare del futuro di Gorizia che
che si è svolto lo scorso 18 settembre dalle 9 alle 19 all’Hotel Internazionale. Di seguito, il testo del mio intervento sul tema “Gorizia anno zero, un’idea per il nostro futuro”.


Ringrazio Andrea dell’invito e vengo subito al tema della maratona.

Ho letto che il sindaco, dopo aver annunciato che la sperimentazione è conclusa e che Corso Italia ritorna, fortunatamente, al doppio senso di marcia, ora promette di far ripartire il confronto sul suo assetto futuro.

Ecco, parto da qui.

Molti senz’altro ricorderanno la scena del film di Roberto Benigni con la celebre gag del traffico che, stando all’avvocato mafioso, sarebbe il più grande problema della Sicilia e, in particolare, di Palermo – ed erano anni in cui la mafia uccideva un giorno sì e l’altro pure.

Ovviamente, «la piaga che diffama la Sicilia agli occhi del mondo» non è il traffico: era, ed è ancora, la mafia. E non è il traffico l’assillo quotidiano dei goriziani, il nostro più grande problema. E – grazie al cielo – neppure la criminalità organizzata. A Gorizia, e in tutto il territorio transfrontaliero, siamo relativamente al sicuro dai crimini violenti e anche da quelli meno gravi. Di più, la città è sana e pulita sotto il profilo ambientale e riesce a garantire una buona qualità della vita.

Ma la città sta morendo. Perché?

Perché Gorizia non è riuscita a reinventarsi una vocazione produttiva dopo il crollo dell’economia di confine e oggi la sua competitività economica, cioè la capacità di fornire beni o servizi concorrenziali e un ambiente attrattivo per le imprese, è debolissima. Sono poche le aziende in rapporto agli abitanti, poche le imprese attive nell’economia ad alta intensità di conoscenza e nei settori innovativi della cultura e della creatività, scarse le capacità di attrarre manodopera e competenze professionali, ecc. Anche il capitale umano e sociale è inadeguato, a causa dell’alto tasso d’invecchiamento, del basso tasso di istruzione, della «fuga» dei giovani dalla città, e così via.

Col risultato che, a trent’anni dalla dissoluzione della Jugoslavia e a diciassette anni dall’ingresso della Slovenia nella UE, la nostra città è preda di un declino che sembra inarrestabile. Questo è il problema.

Che cosa serve? Serve una nuova identità produttiva. Ce lo hanno detto e ridetto tutte le indagini e i dati raccolti in questi anni. 

Come si fa? Anzitutto, consolidando la rete di relazioni della città con tutta l’area circostante. A cominciare dal Gect, un’area che è unita da una prospettiva di sviluppo comune.

Sappiamo poi (ce l’hanno detto tutti) che, per quel che riguarda la qualità ambientale ed i servizi, le performance della città e del territorio transfrontaliero sono positive e che per rilanciare l’area confinaria dobbiamo partire da lì, anche in vista dell’occasione 2025.

Scommettendo, con progetti transfrontalieri, sul consolidamento della vocazione turistica e sociosanitaria. Puntando ad elevare la fruibilità paesaggistica (a cominciare dalla valorizzazione dell’Isonzo: il cicloturismo, ad esempio, è una delle pratiche a maggior diffusione in Europa) e puntando ad ampliare l’offerta residenziale (ad esempio, strutture di svago e di riposo per anziani) e l’integrazione sanitaria.

Ci sono, quindi, dei punti di forza potenziali importanti, che però soddisfano solo in parte il quadro delle condizioni indispensabili per riavviare lo sviluppo locale e, comunque, presuppongono una capacità di coinvolgere e attrarre risorse umane e imprenditoriali in grado di finanziare e trasformare i progetti in attività produttive moderne, competitive ed economicamente sostenibili.

Perciò – e vengo al punto su cui lavorare – dobbiamo sviluppare le vocazioni manifatturiere esistenti. Il nostro futuro si gioca, infatti, sul rafforzamento delle aziende e delle professionalità più dinamiche. Perché le attuali performance dell’economia e dell’occupazione, sia nei settori ad alta intensità di conoscenza (quelli che, per capirci, stanno rivoluzionando il nostro modo di vivere e di lavorare), sia in quelli innovativi della cultura e della creatività, non sono in grado di contribuire al rilancio della zona transfrontaliera.

C’è perciò bisogno di una crescita dell’innovazione imprenditoriale e tecnologica. Per capirci, il 62% del totale degli occupati nel settore delle attività ad alta intensità di conoscenza appartiene al terziario pubblico (PA, difesa, sistema pensionistico, istruzione, sanità e assistenza) che rappresenta il 35% dell’occupazione totale. Mentre i comparti per vocazione più dinamici e innovativi del settore (per esempio, informatica e produzione di software, ricerca e sviluppo, servizi finanziari, architettura, ingegneria e altre libere professioni, produzioni cinematografiche e televisive, ecc.) rappresentano una minoranza.

Si tratta, ovviamente, di problemi che discendono da dinamiche storiche. Ma il decollo di Gorizia e del Gect è ostacolato tuttora da questi problemi (cui si aggiungono, certo, parecchi nodi irrisolti: dalla Sdag alla Fiera, dall’università all’aeroporto).  Perciò, accanto alla sostenibilità ambientale e all’inclusione sociale, i due temi sui quali, come abbiamo visto, le performance sono già buone, moltissimo (forse tutto) dipenderà dalla capacità di allinearsi alle strategie di sviluppo comunitarie che, con «Europa 2020» (la strategia europea della crescita) ed il «Next Generation EU» (il piano per la ripresa), valorizzano l’innovazione, la conoscenza e la riqualificazione del lavoro.

Non ne parla nessuno, ma le potenzialità del ramo manifatturiero sono perciò un asse strategico dello sviluppo locale. Le ultime indagini hanno evidenziato al suo interno, l’incidenza del settore metalmeccanico (146 imprese, pari al 27%) e delle aziende attive nelle filiere del legno-arredo (77), dei computer e macchinari elettrici ed elettronici (65) e dell’industria alimentare e delle bevande (49). Si tratta di potenziali filiere transfrontaliere che rappresentano una risorsa da sviluppare ulteriormente in un’ottica di rete, sondando (anche tramite il coinvolgimento dei distretti e dei cluster già operativi come l’ex ASDI sedia o il cluster delle tecnologia digitali DITEDI) la possibilità di attivare idee imprenditoriali che estendano o completino la catena del valore a livello territoriale. Colmando, per capirci, i vuoti, i buchi che ci sono.

Si può fare? Certo. Perché lo hanno già fatto. Il progetto PI.LO.TI (si chiama così perché unisce, appunto, Piemonte, Lombardia e Ticino) è nato proprio per aiutare le imprese, dai due lati della frontiera italo-svizzera, a mettere insieme i punti di forza e a rafforzare le forme di collaborazione tramite «contratti di rete transfrontaliera», con l’obiettivo di accrescere, appunto, la competitività sui mercati internazionali. La Regione Lombardia ha cercato anche di costruire delle «zone a burocrazia zero», che è quel che oggi chiedono le imprese.

Insomma, per dirla in dialetto, «se pol». Ma per lottare contro il declino dobbiamo innovare. Il che richiede un lavoro e un impegno costante nelle piccole cose; richiede il concorso di attori pubblici e privati; e richiede una coalizione politica in grado di proporsi e di sollecitare questo sforzo collettivo. Ma senza il lavoro, Gorizia non riparte. E questo dovrebbe essere il nostro assillo quotidiano.

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