GIORNALI2014

Il Foglio, 21 giugno 2014 – Senatore ci spiega cosa possono imparare le destre da «House of Cards»

«House of Cards» è una serie televisiva statunitense adattata da Beau Willimon per il servizio di streaming Netflix e basata sull’omonima miniserie televisiva britannica. È interpretata da Kevin Spacey, nel ruolo di Frank Underwood, un politico senza scrupoli che mira ai vertici politici di Washington. In America è finita la seconda stagione e in Italia la prima stagione va in onda sul canale satellitare Sky Atlantic. «House of Cards» propone un punto di vista meravigliosamente cinico della «sausage factory» (così la chiamano gli americani, da una frase attribuita a Otto von Bismarck: «Se ti piacciono le leggi e le salsicce, non guardare mai come vengono fatte») più importante del mondo: il Congresso degli Stati Uniti. Naturalmente, le complicazioni dell’intreccio sono perlopiù  irrealistiche, ma la trama cattura davvero i tratti (l’interesse egoistico, il doppio gioco, ecc.), corrispondenti alla teoria economica nota come Public choice: una teoria che considera i politici non come benevoli «monarchi illuminati» che hanno a cuore prima di tutto il benessere collettivo, ma come attori razionali guidati da interessi egoistici. In altre parole, reputa i politici molto simili a tutti noi: un miscuglio di egoismo e di nobili sentimenti. Al centro dello spettacolo c’è Frank Underwood, interpretato con sfrontatezza da Kevin Spacey. A prima vista, Underwood è un classico insider di Washington. Quel che vuole più di ogni altra cosa è il potere. Ma la sua ambizione è senza limiti. Underwood è pronto a fare qualsiasi cosa gli possa servire ad accumulare potere e lo vediamo fare cose terribili mentre cerca di scalare i vertici politici della capitale. In breve, Underwood non ė solo una persona sgradevole, è uno psicopatico. Perché allora, si è chiesto Russ Roberts su Politico, gli autori della serie televisiva ne fanno un democratico?  Perché vogliono che ci piaccia. Certo, è un verme. Ma c’è qualcosa di lui che ci affascina. E lo show non avrebbe funzionato se Underwood fosse stato del tutto spregevole. E per molti spettatori ciò significa che non può essere un repubblicano. Perché, spiega Roberts, per un numero significativo di spettatori i repubblicani sono automaticamente rivoltanti, in un modo in cui i democratici non potranno mai esserlo. Perché? Molto semplicemente, i democratici (anche in America) vantano una sorta di superiorità morale nei confronti dei repubblicani. Si sa, i Democratici vogliono aiutare i bambini, le madri single, i lavoratori a basso reddito, mentre i repubblicani vogliono ridurre la spesa per l’istruzione, i poveri, gli anziani, ecc. Del resto, oggi il GOP è il partito dello «Stato minimo», o almeno più contenuto. E come osserva Roberts, «finché i repubblicani non avranno una visione positiva di dove ci può condurre uno Stato più leggero, avranno tempi duri. Perché senza questa visione positiva, è facile dipingerli come meri avversari dei Democratici. E se i Democratici vogliono usare l’intervento pubblico per aiutare le donne, i bambini e i poveri, che cosa implica per i Repubblicani? È davvero singolare. «House of Cards» lascia intendere che l’amministrazione pubblica ed il processo politico siano una fogna. Eppure, la maggior parte dei suoi sostenitori continuano a chiedere di incanalare più soldi proprio attraverso quel letamaio». Tradotto in italiano: non ci sarà alcuna ristrutturazione del centrodestra, non ci sarà alcuna riforma dello Stato, e la sinistra riformista non spezzerà davvero le sue catene se anche dalle nostre parti non si farà strada l’idea che bisogna ridurre gli spazi dell’intermediazione politica in tutta la società; che uno «Stato leggero» ci può restituire lo spazio per lavorare insieme in tutti i modi davvero significativi che si possono trovare in una società libera: costruendo solidarietà, no profit e imprese. Se non si farà strada la consapevolezza che la presenza diffusa di intermediazioni politiche, la crescita costante dell’interposizione pubblica, ossia dell’attività di intermediazione dello Stato, di regioni, province e comuni, soffoca i molti modi con i quali ci possiamo aiutare a vicenda con scelte volontarie; che ciò strangola la società civile (la rete di connessioni che emerge tra la gente quando viene meno l’interposizione pubblica); che le iniziative dal basso possono contribuire a fare del mondo un posto migliore, con migliori risultati di quelle calate dall’alto e dell’approccio coercitivo del big government. Lo scrive Yuval Levin nella nuova agenda politica della destra americana:«La premessa del conservatorismo è sempre stata che quel che più conta nella società accade nello spazio tra l’individuo e lo Stato. Lo spazio occupato dalle famiglie, dalle comunità, dalle istituzioni civiche e religiose e dall’economia privata. E creare, sostenere, proteggere quello spazio e aiutare tutti gli americani a prendere parte attiva in quel che là accade sono tra i principali obiettivi del governo». Che è come dire: dateci l’opportunità di scoprire il modo migliore per aiutarci a vicenda. Finché i repubblicani (e la destra di casa nostra) non troveranno il modo di spiegare la battaglia per uno «Stato leggero» come un modo per promuovere lo sviluppo umano e non solo per tagliare le tasse, cederanno il terreno morale ai democratici. Ma vale anche (nei democratici) per la sinistra riformista. Lo diceva Tony Blair:«L’annoso problema del vecchio socialismo era la tendenza a sottomettere l’individuo, i diritti e i doveri, all’idea del bene pubblico che nel momento peggiore divenne semplicemente lo Stato. L’errore della destra odierna è quello di credere che l’assenza di comunità equivalga alla presenza di libertà. Il compito è quello di recuperare la nozione di comunità, svincolarla dal concetto di Stato e farla ritornare ad essere qualcosa a vantaggio di noi tutti. E’ ora di costruire una nuova comunità con una visione moderna della cittadinanza».

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