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Democratica, 27 settembre 2017 – La Cina si avvicina, ed è positivo

Pechino segue una linea opposta a quella di Donald Trump

Non è un mistero per nessuno che il progresso della Cina ha avuto e continuerà ad avere un impatto formidabile sul resto del mondo; e va da sé che la comunità internazionale è sempre più interessata a conoscere quali cambiamenti avverranno in Cina e quale sarà l’influenza che la Cina eserciterà sul resto del mondo.

Per dirla con le parole di Xi Jinping, “la Cina ha bisogno di conoscere meglio il mondo ed il mondo ha bisogno di conoscere meglio la Cina». Capire la Cina è di enorme importanza. Anche per il nostro Paese. Specie se si considera che l’Italia resta uno dei terminali più significativi della proiezione cinese verso la regione euro-mediterranea, un orizzonte strategico per Pechino sia in chiave politica, sia in termini economico-commerciali e di sicurezza (anzitutto energetica), anche alla luce possibili aggiustamenti della politica commerciale americana in senso protezionista.

La «nuova Via della Seta» è, infatti, un ambizioso progetto infrastrutturale lanciato da Xi Jinping più di tre anni fa (la rete di infrastrutture interessa più di 60 paesi su un’area che si estende fra Asia, Europa e Africa), attraverso il quale Pechino vuole creare solidi rapporti industriali con i paesi coinvolti. E la Cina oggi promette di spendere mille miliardi di dollari per costruire porti, ferrovie, aeroporti e centrali energetiche non solo attraverso la regione Euroasiatica, ma in quasi ogni angolo del mondo. In Laos, lungo le montagne ricoperte dalla giungla, gli ingegneri cinesi stanno scavando centinaia di tunnel e costruendo viadotti per sostenere una ferrovia di 260 miglia, un progetto di 6 miliardi di dollari che collegherà otto paesi asiatici; in Pakistan, il denaro cinese sta costruendo centrali energetiche per fare fronte alla mancanza cronica di elettricità, parte di un investimento del valore previsto di 46 miliardi di dollari; e gli urbanisti cinesi stanno mettendo a punto linee ferroviarie da Budapest a Belgrado, assicurando un’altra arteria per il flusso delle merci cinesi in Europa attraverso il porto greco del Pireo controllato dalla Cina.

Questi enormi progetti infrastrutturali, assieme a centinaia di altri in Asia, in Africa e in Europa, formano la spina dorsale di un’ambiziosa agenda economica e geopolitica che si pone in netto contrasto con l’«America First» del presidente Trump.

L’amministrazione Trump è uscita dalla Trans- Pacific Partnership, l’intesa commerciale capeggiata dall’America che era stata immaginata proprio come un rimedio alla crescente influenza cinese. Ma come ha detto Xi Jinping ai leader del mondo degli affari al World Economic Forum, «sostenere il protezionismo è come chiudersi dentro una stanza buia»; e il presidente cinese ora sta incoraggiando una leadership globale ad immagine e somiglianza della Cina, enfatizzando l’efficienza economica e l’intervento statale; e sta affastellando ogni genere di progetti infrastrutturali sotto l’ampio ombrello del piano.

Ma proprio perché la superpotenza cinese è ormai una realtà, diversi studiosi cominciano a chiedersi se l’incapacità dell’America di cogliere quella che, appunto, è una realtà, possa addirittura condurre gli Stati Uniti e la Cina alla guerra.

Non c’è dubbio che, anche se i politici cinesi nei loro discorsi ufficiali si affannano a spiegare la teoria della «ascesa pacifica», dobbiamo preparaci ad un ordine mondiale radicalmente diverso, nel quale sarà la Cina a presidiare e a guidare l’Asia; e adattarsi a questo mutamento del potere globale richiederà grande abilità da entrambe le parti se si vuole evitare un conflitto.

Per molti anni dopo l’apertura del 1978 (e le riforme), la Cina ha mantenuto un atteggiamento apparentemente schivo (Deng Xiaoping raccomandava, del resto, «di nascondere le nostre capacità e di aspettare il nostro tempo»). Ora questa sorta di

timidezza è stata archiviata. La Cina si è piazzata tra i pesi massimi del globo e con la creazione di una potenza navale, le crescenti rivendicazioni territoriali in aree come il Mar cinese meridionale e l’intimidazione diplomatica dei player più piccoli, ha manifestato apertamente i suoi piani di dominio pan-asiatico.

Del resto, la posizione globale di secondo piano della Cina nel XIX e nel XX secolo è stata una sorta di anomalia storica. Al contrario, per buona parte degli ultimi Duemila anni, la norma, dalla sua prospettiva cinese, è stata un dominio naturale su «ogni cosa sotto il cielo», noto in cinese come tian xia (un concetto che ha governato le relazioni della Cina con i paesi vicini).

Graham Allison, direttore del Center for Science and International Affairs della Harvard Kennedy School, sostiene che la sfida di una potenza emergente a una potenza egemone, ponga inevitabilmente una grave minaccia alla stabilità e alla pace e ritiene che lo scontro di hubris e paranoia che ne deriva spesso (ma non sempre) possa condurre alla guerra.

Anche per questo, cominciare a riconoscere i fattori di rischio potrebbe servire ad evitare che il confronto tra i due contendenti finisca per farli cadere nella «trappola di Tucidide» (“Quello che rese inevitabile la guerra fu la crescita del potere di Atene, e la paura che questo creò a Sparta”).

La Cina pensa attraverso unità temporali più lunghe e con un senso maggiore della gerarchia di quanto accada negli Stati Uniti (e dalle nostre parti). Per evitare la trappola di Tucidide, perciò, i policy maker americani devono «capire la Cina» ed evitare di pensare che la Cina ragioni (e reagisca) come ragiona (e reagisce) l’America.

Numerose situazioni potrebbero innescare un conflitto militare tra gli Stati Uniti e la Cina, nonostante gli sforzi di entrambe le parti per mantenere la pace, da una collisione accidentale in mare a una incomprensione causata da un cyberattacco o da azioni intraprese da terzi come la Corea del Nord o Taiwan. Ma ciò non significa che la rinascita della Cina debba comportare necessariamente la tragedia di un conflitto armato.

Dipenderà da come la Cina, i paesi vicini e gli Stati Uniti, comprenderanno e gestiranno le motivazioni più profonde e le forze strutturali in gioco. Non per caso, il New York Times (che certo non è tenero con Trump) ha suggerito nei giorni scorsi «una combinazione che potrebbe funzionare a vantaggio del mondo intero»: «self-interest» e «patient diplomacy».

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