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Danzando nella pioggia

Un senso di smarrimento, si sa, accomuna l’Occidente scontento. In Europa e in Nord America, la gente ha la sensazione che il mondo stia rotolando inesorabilmente lungo una brutta china, ma non riesce a capire perché. Non c’è nessuna «narrazione». Da qui il fascino di leader che «dicono le cose come stanno» e identificano comodi capri espiatori, come gli immigrati oppure l’Unione europea. Ma quel che la maggior parte della gente vorrebbe è un’onesta spiegazione. Come con i pazienti sul lettino dello psicanalista, il primo passo è quello di capire cos’è che sta andando per il verso sbagliato. Poi si può decidere la terapia.

Trovi che l’ultimo libro di Thomas Friedman, uno dei più noti opinion leader americani, faccia al caso nostro. Friedman scrive per il New York Times, ha vinto tre premi Pulitzer ed ha sfornato un lungo elenco di libri di successo su temi colossali come la globalizzazione e il cambiamento climatico. Più di un critico storce il naso per il suo stile semplice e colloquiale, ma l’editorialista americano ha un vero e proprio talento per la spiegazione (si considera un «traduttore dall’inglese all’inglese”) ed è difficile trovare un altro giornalista che abbia illustrato così tanti temi complicati a così tanta gente. Ora ha scritto il suo libro forse più ambizioso, «Thank You for Being Late: An Optimist’s Guide to Thriving in the Age of Accelerations», che ha due obiettivi espliciti. In primo luogo, Friedman vuole spiegare perché il mondo è combinato com’è combinato, perché così tante cose sembrano andare alla deriva, specialmente per la classe media bianca del Minnesota, il luogo dov’è cresciuto; e poi vuole rassicurarci: andrà tutto bene. Va da sé che la spiegazione è più convincente della rassicurazione. Ma trovo che come guida per gli occidentali perplessi, sia imbattibile.

Tutti sanno che l’uomo è una creatura che si adatta facilmente, il problema, sostiene Friedman, è che la nostra capacità di adattamento è messa alla prova da una «supernova», costruita da tre cose sempre più veloci: la tecnologia, il mercato ed il cambiamento climatico. Si tratta di un elenco scontato, ma Friedman scava brillantemente in ognuno di questi aspetti. Per quel che riguarda la tecnologia, ad esempio, sostiene in modo convincente che il 2007 (che ha visto l’arrivo di iPhone, Android e Kindle) è stato l’anno in cui il software ha cominciato, come dice il fondatore di Netscape, a «mangiare il mondo»; ci introduce a GitHub e Hadoop; e per rendere meglio l’idea, osserva che se la legge di Moore (la potenza di un microchip raddoppia ogni due anni) fosse stata applicata alle macchine, e non ai chip dei computer, allora la moderna discendente di una Volkswagen Maggiolino del 1971, viaggerebbe alla velocità di 300.000 miglia all’ora, costerebbe 4 centesimi e nella sua intera esistenza consumerebbe un solo pieno di benzina. Anche i capitoli sul cambiamento climatico e sul mercato sono pieni di perle simili. Ma Friedman mostra anche come le tre forze interagiscono una con l’altra, complicando le cose e acquistando velocità. Ogni cosa, infatti, avverte Friedman, comincerà ad andare sempre più veloce. Ci sono già almeno 10 miliardi di cose connesse ad Internet, ma si tratta ancora di meno dell’1% del totale possibile, mentre sempre più macchine, gadget e corpi si uniscono all’«internet of things». Abbiamo aumentato la velocità anche dei nostri tempi di risposta. Oggi ci servono solo 10 o 15 anni per abituarci a cambiamenti tecnologici che, una volta, avremmo assimilato in un paio di generazioni. Lo stesso autore del libro, in due anni e mezzo di ricerca, ha dovuto intervistare i principali specialisti ed esperti di tecnologia almeno due volte, poiché nel frattempo le cose cambiavano continuamente. E come tutti noi, non ha il tempo per pensare: il titolo del libro viene infatti da un commento spontaneo di fronte al ritardo di un amico che gli ha consentito un paio di minuti graditi di contemplazione.

Devo dire che la spiegazione è convincente. Leggendo Friedman si capiscono più chiaramente le ragioni per le quali il mondo sta girando così velocemente. Non tutto ė un incubo. Ci sono storie stimolanti di comunità che crescono con le sfide, un indimenticabile peana alle virtù delle galline da parte di Bill Gates (rafforzano le donne, mantengono i ragazzi in salute, e favoriscono l’imprenditorialità). Ma non c’è modo di tirare il fiato. Le accelerazioni si susseguono senza sosta. Non c’è una pausa; e non ci sarà. E tutti tentativi trumpiani per fermarle faranno solo danni. Il che rende molto difficile tranquillizzare, eliminando timori e preoccupazioni.

Ci sono, ovviamente, parecchie cose che dovremmo fare. L’editorialista del Times costruisce una lista sensata di 18 cose che il governo americano dovrebbe fare (un sistema sanitario universalistico, approvare gli accordi di libero scambio, estendere l’apprendimento per gli adulti, costruire infrastrutture, e così via); e non c’è dubbio che se fossero in grado di realizzare almeno una parte di quelle cose, gli Stati Uniti (come qualunque altro paese) sarebbero meglio attrezzati ad affrontare il cambiamento. I sistemi biologici che ce la fanno a svilupparsi con successo, sostiene l’ambientalista Amory Lovins, sono «tutti altamente adattativi» (e «tutto il resto è un dettaglio»). Ma, ovviamente, è difficile inserire la burocrazia di Washington (o la pubblica amministrazione di Roma, di Bruxelles o di Trieste) nella categoria dei sistemi «altamente adattativi». Una visita alla periferia di Minneapolis, il posto dove è cresciuto, ha tuttavia restituito a Friedman l’ottimismo. Questa è forse la parte più importante del libro, nella quale l’autore fa notare che le stesse virtù «comunitarie» che funzionavano a meraviglia in Minnesota quando Friedman era giovane, sono sopravvissute e possono essere coltivate dovunque; e sono la chiave per sopravvivere al disorientamento distopico, perfino (o specialmente) in un mondo trumpiano.

Insomma, non sarà facile. Non basta una pillola miracolosa e la maggior parte dei farmaci, spacciati dagli estremismi, che promettono effetti prodigiosi, non sono che veleni. Ma dopo aver letto il libro di Friedman, si ha una idea migliore delle forze che stanno mettendo sottosopra il nostro mondo, di come lavorano insieme e che cosa la gente, le imprese e i governi possono fare per prosperare. E una spiegazione coerente ed onesta del perché il mondo è messo come è messo, senza cure miracolose o capri espiatori, è forse quello che ci vuole. Anche perché non possiamo attendere che passi la tempesta; le «situazioni di emergenza» sono fra le poche certezze della nostra vita: non c’è mai penuria di «tempeste» e, sistemata una situazione intricata, ne arriverà rapidamente un’altra. E, come sappiamo, «la vita non è una questione di come sopravvivere alla tempesta, ma di come danzare nella pioggia».

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