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IL VOTO SU MINZOLINI

Il gruppo del Pd ha dato libertà di coscienza ai suoi senatori. E Pietro Ichino ha spiegato ieri le ragioni del voto di molti di noi che, a rischio di impopolarità, non hanno votato per la decadenza perché convinti che ci fosse un fumus persecutionis (leggi l’editoriale telegrafico con cui Ichino ha motivato il suo voto).

«Non mi era chiaro – scrive Ichino – perché la sentenza che lo ha condannato per abuso della carta di credito RAI non gli abbia concesso almeno le attenuanti generiche, che si concedono a tutti gli imputati come lui incensurati e che, come lui, abbiano risarcito il danno: questo avrebbe consentito la sospensione condizionale della pena. Poi ho scoperto che la sentenza di primo grado, di assoluzione, è stata rovesciata da una Corte d’Appello di cui faceva parte un magistrato – Giannicola Sinisi – che aveva militato, durante due decenni di “aspettativa per carica elettiva”, in Parlamento e nel Governo, nello schieramento politico opposto rispetto a quello nel quale Augusto Minzolini era stato da poco eletto al Senato. È evidente che quel magistrato ex-politico avrebbe avuto il dovere di astenersi».

Sul voto del Senato su Minzolini, ciascuno può farsi un’idea leggendo lo stenografico sul sito del Senato. Ma non è normale che il giudice che lo ha condannato in appello (aumentandogli la pena il necessario per rientrare nella Severino) sia un ex politico in vista del centrosinistra. Non per caso, Massimo Bordin scrive oggi sul Foglio, «In estrema sintesi ieri nell’Aula del Senato non si è votato sull’applicazione di una legge ma sulla possibilità di godere di un diritto che dovrebbe essere scontato (…) Il diritto di non essere giudicato da un magistrato che abbia avuto la sua stessa qualifica di parlamentare, per di più in un gruppo avversario, può essere difficilmente messo in discussione. Le porte girevoli fra i tribunali e le assemblee elettive sono state magnificamente denunciate ieri con un esempio che solo un giornalista poteva trovare: e se Emiliano, tornato a fare il magistrato, giudicasse Renzi?».

È appena il caso di sottolineare, inoltre, che la decadenza non è automatica. È l’articolo 66 della Costituzione a stabilire che «ciascuna Camera giudica dei titoli di ammissione dei suoi componenti e delle cause sopraggiunte di ineleggibilità e di incompatibilità». E su queste materie non si vota per ragioni politicistiche né per automatismi: il Parlamento non è un passacarte. Se è previsto un voto sulla decadenza, ciascuno si deve comunque assumere una responsabilità. E di fronte a una «anomalia del giudizio grave» come quella descritta, che incide proprio «sulla neutralità politica dell’organo giudiziario», il Parlamento non poteva chiudere gli occhi. Anche perché, come ricorda il prof.Stefano Ceccanti, «il voto sulla decadenza di un parlamentare è stato impostato dai lavori preparatori non come un atto dovuto. Pertanto il Parlamento non delegittima affatto la legge se prende decisioni diverse a seconda dei casi, né questo comporta di dover modificare la legge (che si dimostra flessibile) né questo ha alcun effetto sulla sentenza della Corte di Strasburgo su Berlusconi».

«La decadenza non è automatica – conclude Ichino. E per capire come sia giusto che il Parlamento abbia un ruolo, basta vedere quello che accade in Turchia, con la condanna di molti deputati dell’opposizione da parte di giudici evidentemente sensibili agli orientamenti del governo».

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